Spesso davanti ad un brano del Vangelo ci mancano le parole, i pensieri si confondono. Per tanti motivi diversi: basti pensare alla sensazione di inadeguatezza, di piccolezza davanti a tante pagine di Giovanni. Siamo come bambini che vedono per la prima volta qualcosa di meraviglioso.
Continua dopo il video.
- Pubblicità -
Altre volte è proprio il fatto in sé che ci fa ammutolire: la tenerezza della Tua nascita, la solennità cosmica della croce, il silenzio sospeso nel giardino del sepolcro vuoto…
Ecco, il racconto delle Beatitudini ci suggerisce prima di tutto la pace lieta di un laghetto di ninfee in un dipinto impressionista. Poi subentra il senso di inadeguatezza di fronte al comprendere, cioè contenere interamente, qualcosa di tanto più grande di noi. Chiaramente impossibile. Eppure tanti frammenti splendenti possiamo coglierli e condividerli. Crediamo che Ti faccia piacere il fatto che ci proviamo e allora… forza!
Per prima cosa la solennità dell’introduzione: sei Tu che Ti siedi, sei Tu colui al quale vengono i discepoli. Sei Tu Colui che apre la bocca, sei Tu che insegni. Tutto specificato e sottolineato. Il Vangelo l’ha già detto che insegnare era la Tua attività preferita, ma mai con tale forza e solennità. Al punto che i commentatori tirano in ballo l’esperienza dell’incontro con Dio di Mosè sull’Oreb. Ma qui Tu non sei il nuovo Mosè, sei molto di più: Colui che detta la nuova legge.
Cosa insegni? Che siamo “beati”. Non che dobbiamo diventarlo. Che lo siamo già. Cosa vuole dire? Che siamo coinvolti nella grandezza di Dio, Tua, investiti dal bene che vuoi donarci. Poi ci spieghi a che titolo lo siamo e il perché.
In primo luogo in quanto “poveri in spirito”. Potremmo tradurlo anche “a causa, tramite, attraverso” lo spirito. Assolutamente non nel senso di “spiritualmente poveri”. Sono le persone per le quali la povertà fa parte di un approdo a cui sono giunte tramite un cammino spirituale.
Specificarlo è importante perché davanti a questo Vangelo c’è anche chi ha sbattuto la porta della fede. Proclamare “beati” i poveri infatti può volere dire che allora va bene così, lasciamoli nella loro povertà. Allo stesso modo per le altre beatitudini: se chi soffre è felice, di cosa si lamenta? Dovrebbe ringraziare.
Davanti a Te che Ti sei preso cura di tutti e di ciascuno, che hai proclamato la liberazione dei prigionieri… questo rappresenta una bestemmia. Tornando ai poveri potremmo dire che sono coloro che hanno capito con esattezza e vivono la verità di ciò che ogni uomo è davanti a Dio.
Il “povero” in spirito per definizione sei Tu, Gesù. Che Ti sei fatto uomo, povero, per arricchire noi. Se siamo poveri siamo beati perché il Regno dei Cieli è nostro. Perché è il Tuo Regno e noi Tuoi fratelli e amici. Scelti da Te, scegliendo Te, il Tuo Regno è divenuto la nostra casa.
- Pubblicità -
La beatitudine, questa e tutte le altre, non annunciano uno stato emozionale di felicità, il sentirsi bene, stare lieti. Riguardano una realtà che spesso non percepiamo ma che esiste comunque. Come il sole in una giornata di nebbia. C’è, ce ne dimentichiamo, ma la sua esistenza rende possibile la nostra vita.
Potremmo commentare le beatitudini una a una e aggiungere pagine e pagine a quanto di bello – speriamo – è stato scritto su di esse. Ci limitiamo a ricordare quanto siano inattuali, non alla moda in nessun tempo e in nessuna società.
Valori, scelte che Tu non pretendi da noi: fanno già parte di ciò che ogni sana educazione dovrebbe averci insegnato. Tu Ti limiti ad assicurarci che sono vincenti e il loro perché ultimo. Lo sono perché ci raccontano di Te, sono ciò che Tu hai scelto di essere.
Tu, “mite ed umile di cuore”. Tu che hai sete di giustizia, che hai sete di noi. Tu, Dio di misericordia venuto a portare misericordia. Tu che col Tuo cuore puro hai purificato il nostro che era di pietra rendendolo di carne. Che sei “pace” per ogni uomo e per l’intera creazione. Tu, perseguitato, condannato con menzogne, il vero profeta.
Ecco, noi siamo beati non tanto per la nostra bravura, per le nostre scelte – ci sarebbe da ridere, o da piangere -. Lo siamo in quanto Tuoi discepoli, da Te scelti, avendo accolto il dono di esserlo.
don Claudio Bolognesi
