Comunità Kairos – Commento al Vangelo di domenica 25 gennaio 2026

Domenica 25 Maggio 2025 - VI DOMENICA DI PASQUA - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Gv 14,23-29

Data:

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Nel brano di questa settimana, che dà il via all’attività pubblica di Gesù, è possibile individuare due sezioni: la prima in cui Gesù si sposta nella Galilea per annunciare la buona novella e adempiere le scritture e la seconda in cui viene narrata la chiamata dei primi discepoli.

Il brano immediatamente precedente a quello di questa settimana, l’inizio del capitolo 4, è quello delle tentazioni. Dunque, l’inaugurazione del ministero pubblico di Gesù nel Vangelo di Matteo prende le mosse dall’esperienza delle tentazioni nel deserto, ma soprattutto dalla profonda comprensione della volontà di Dio da parte di Gesù, il quale, considerando gli eventi che si succedono (come la consegna di Giovanni) riconosce i segni dei tempi e capisce che è venuto il momento per diffondere al mondo la buona notizia.

La scelta di Gesù di partire con il suo annuncio dai margini del mondo ebraico dell’epoca, ben lontano dal centro della ortodossia religiosa di Gerusalemme, può essere letta come una scelta di obbedienza alla Parola di Dio e questa scelta ci illumina sulle caratteristiche del Dio che viene annunciato.

Il Vangelo secondo Matteo è stato scritto per una comunità mista, ma di prevalente origine ebraica, già nutrita di scrittura, dei profeti in particolare. Da qui la caratteristica di fare ampio riferimento alle citazioni profetiche, tese a mostrare nella figura storica di Gesù il compimento delle Scritture.

Così il trasferimento di Gesù a Cafarnao, vivace cittadina, posto di frontiera sul “mare di Galilea“, viene letto alla luce di una profezia di sette secoli prima, quando il territorio affidato alle tribù di Neftali e Zabulon aveva subito l’offensiva degli Assiri e le due tribù erano state deportate per non fare più ritorno. Ma a queste terre umiliate, Isaia aveva indirizzato un vaticinio di gioia: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce … (Is 9,1 ss)”.

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Quel Gesù che si era immerso nelle acque putride del Giordano e che, uomo senza peccati, aveva rivelato con il gesto del Battesimo che avrebbe assunto e portato su di sé i peccati dell’umanità, simbolicamente trattenuti nel Giordano, non poteva non immergersi in una realtà con luci ed ombre come la Galilea, sfidando i pregiudizi dei religiosi benpensanti dell’epoca (“Può mai venire qualcosa di buono da Nazareth?”; Gv 1,46).

In questa terra di diversità, Gesù inizia a predicare, in piena continuità con la predicazione del Battista: “Convertitevi (metanoeîte), perché il regno dei cieli si è avvicinato” (= Mt 3,2). La chiamata è alla conversione, al cambiamento di mentalità, di atteggiamento e di stile nel vivere quotidiano: non un gesto isolato, estemporaneo, ma l’assunzione di un “altro” modo di vivere, segno concreto del “ritorno” a Dio.

In questa prospettiva, la conversione richiede sia un lasciare sia un assumere e diventa un’istanza continua, una dinamica da imprimere nella propria vita giorno dopo giorno, perché non si è mai convertiti una volta per sempre.

L’attività di Gesù in Galilea attira discepoli capaci di conversione. Perciò, nella seconda parte del brano viene presentato il racconto di due chiamate: quelle dei primi quattro discepoli. Il racconto è semplice, sobrio, non indugia su particolari e soprattutto non presta attenzione ai processi psicologici che pure devono essere stati vissuti in questo evento.

Anche in questo caso il racconto è plasmato sul modello della chiamata profetica (cf. 1Re 19,19-21) e vuole essere una testimonianza esemplare per ogni lettore del vangelo. Gesù passa lungo il mare di Galilea, cioè il lago di Gennesaret, dove si trovano pescatori e barche.

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Gesù innanzitutto “vede”, con il suo sguardo penetrante e capace di discernimento, “due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettano le reti in mare”. Mentre sono intenti al loro lavoro e fanno il loro mestiere, sono raggiunti dalla parola di Gesù che è parola efficace: “Venite dietro a me (opíso mou), vi farò pescatori di uomini”.

Ogni chiamata è un grande evento esistenziale che ti fa ex-istere, uscire dal tuo guscio autoreferenziale per essere posto in relazione ad un altro. Tanto più se l’altro è quel Dio da cui hai ricevuto la prima chiamata, quella all’esistenza.

Nei sinottici i primi apostoli sono chiamati nell’ordinarietà del loro lavoro, vengono strappati al loro fragile progetto di vita, segnato anche dal peccato (non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori. Mt 9,13) e vedono quello stesso progetto riempirsi di senso e trasfigurarsi in una nuova dimensione: saranno i moltiplicatori del lieto annuncio del regno (eccoli presi a due a due) e salveranno gli uomini.

Gesù li chiama a vivere con lui, a condividere il suo essere donato. La loro conversione è anche sequela, è adesione precisa nella storia ad una persona concreta, non a una idea o a una dottrina.

Per gentile confessione della Comunità Kairos.

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