Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 22 Gennaio 2026

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Toccare con mano

Il brano evangelico odierno inizia con l’offrire uno spaccato della attività di Gesù. Da un lato, il suo ritirarsi presso luoghi appartati, in questo caso presso il mare di Galilea insieme ai suoi discepoli (Mc 3,7), a seguito dell’ostilità di farisei e di erodiani che vedono in lui un fuorilegge di cui liberarsi (Mc 3,6). D’altro lato, il suo essere inseguito da folle entusiaste che accorrono a lui da molte contrade (Mc 3,78), attratte dalle sue parole (Mc 1,27) e dalle sue opere (Mc 3,8), tanto da gettarsi su di lui per toccarlo (Mc 3,10). 

La ragione è che da Gesù emanava una forza che sanava quanti lo toccavano, la salvezza per con-tatto. Illuminante l’episodio dell’emorroissa: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata. E subito Gesù, resosi conto della forza che era uscita da lui…Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male” (Mc 5,29-30.34). 

Che cosa dice a noi tutto questo? Dice l’esistere in ogni luogo e in ogni tempo di un umano ferito che brama, cerca e invoca guarigione, salvezza, così stanno le cose. Dice d’altra parte il divino che in Gesù si fa vicino e si manifesta come Dio con noi, Emmanuele (Mt 1,23), e Dio per noi, Gesù, che significa “Dio salva” (Mt 1,21), un Dio che sprigiona tutta la sua potenza d’amore nei confronti dei feriti nella vita: “per noi e per la nostra salvezza discese dal cielo”. 

Questo lo hanno capito quelle folle malate che hanno visto e toccato con mano la salvezza di Dio in Gesù, salvezza dalla malattia fisica e altresì, come sottolineerà in altri contesti lo scritto di Marco, dalla malattia interiore, il cuore da cui escono propositi di male (Mc 7,21-23), e dalla malattia della morte eterna (Mc 12,18-27). 

Ecco cosa possono dirci pochi versetti inseriti nell’insieme del racconto: all’uomo ferito nel corpo e nell’anima per molteplici ragioni è dato un medico nel quale “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6), “chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato” (At 2,21). Un dire che ci apre alla visione della Chiesa come l’umano ferito che riconosce in Gesù il proprio riscatto, buona notizia da raccontare nella compagnia degli uomini. 

Uno spaccato che annota come Gesù si rivolga ai discepoli chiedendogli di “tenergli pronta una barca perché non lo schiacciassero” (Mc 3,9), particolare che puntualizza come i suoi siano chiamati a porsi al servizio della sua missione. E nel rincorrersi delle interpretazioni si giungerà a leggere metaforicamente nella barca la grande Chiesa, le singole Chiese locali e ciascuno dei discepoli, chiamati a divenire il luogo attraverso cui Gesù continua nella compassione ad incontrare, accogliere e curare i feriti dalle molte malattie di ogni latitudine e stagione. Chiesa e discepoli uguali a “ospedali di campo” in cui avviene l’incontro tra la miseria e la misericordia. Ovviamente senza presumere l’esclusiva, Dio in Gesù guarisce dove, come, quando vuole e attraverso chi vuole. 

Il brano evangelico odierno si conclude con un singolare passaggio, Gesù che impone agli spiriti impuri di non svelare la sua vera identità proclamando: “Tu sei il Figlio di Dio” (Mc 3,11-12; cf. Mc 1,24; 5,7). Per quali ragioni? Per il tipo di conoscenza propria del demoniaco, il sapere senza amare, la gnosi senza agape. 

A Gesù non interessa una corretta conoscenza di lui scissa dall’amore per lui e la sua causa (Mc 8,34). Per una lettura distorta del messianesimo perseguita dal seduttore e politicamente dominatore, capace di convincere la folla della sua interpretazione. Non a caso, a questo proposito, Pietro viene chiamato “Satana”, a motivo del suo pensare il Messia (Mc 8,33). 

Gesù non si aspetta nulla dai poteri maligni se non menzogna e rovina, un Gesù che ha davanti a sé una folla che deve essere ulteriormente educata per passare dall’entusiasmo alla sequela, un camminare con il Messia nascosto, il tragitto del Vangelo, fino alla croce, luogo dello svelamento del volto autentico del Messia, senza equivoci: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio” (Mc 15,39). Un Messia-amore che non nega nessuno e che non si nega a nessuno, fino all’ultimo respiro, fino all’ultima goccia di sangue, un amore onnipotente capace di sanare corpi e cuori e di risuscitare i morti. Di questo Messia i discepoli che amano Gesù sono la barca.

fratel Giancarlo

Per gentile concessione del Monastero di Bose.

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