don Giovanni Berti (don Gioba) – Commento al Vangelo del 11 Gennaio 2026

99

Dio immerso

DOMENICA 11 gennaio 2026 – BATTESIMO del Signore

Qualche giorno fa, sotto un post che avevo pubblicato sui social riguardo alla tragedia di Crans-Montana, è comparso un commento molto duro che iniziava così: «Dio non esiste…». In poche righe affermava che la religione è una favola inutile di fronte alla tragedia di giovani morti in quel modo.

Dio immerso

Come spesso accade sui social, qualcuno ha risposto con toni altrettanto duri, quasi che quelle parole fossero inaccettabili e da censurare, soprattutto perché il post era stato scritto da me, che sono prete. Sembrava un attacco personale, o a ciò che rappresento.

Eppure quel «Dio non esiste…» mi ha fatto pensare profondamente. Mi ha riportato alla mente tante altre tragedie passate e presenti: le guerre, il terrorismo, la fame, realtà che diventano ancora più insopportabili quando colpiscono giovani e bambini. E allora la domanda è inevitabile: dov’è Dio in tutto questo?

Dio è immenso, onnipotente, conosce tutto prima e dopo, è Signore del tempo: perché non interviene davanti a tanto dolore? Se è vero che Dio è Amore perché permette tutto questo? Perché consente che il male colpisca anche chi non ha fatto nulla di male?

Allora quel «Dio non esiste…», in fondo, è in sintonia con una protesta che abita anche noi: una ribellione interiore e spirituale che non va ignorata.

- Pubblicità -

Ai tempi di Gesù, quando accadeva una disgrazia personale o collettiva, la spiegazione religiosa immediata era il castigo per un peccato: se non del diretto interessato, almeno della sua famiglia. Il male veniva interpretato come punizione e ammonimento. Ma Gesù si ribella a questa visione, e lo fa più volte, mostrando che Dio è Padre che ama, non giudice che punisce.

Il racconto del Battesimo di Gesù nel fiume Giordano, che liturgicamente chiude il tempo di Natale, racchiude tutta l’identità di Gesù e la sua missione e, in modo molto concreto, ci dice chi è Dio.

Gesù si mette in fila insieme ai peccatori per ricevere un battesimo di conversione. Un gesto che appare assurdo: quali peccati ha il Figlio di Dio? Il Messia dovrebbe convertire gli altri, non se stesso. Che ci fa in quell’acqua nella quale si immergono i peccatori? Anche Giovanni Battista protesta: secondo la mentalità religiosa del tempo, Dio deve giudicare e punire, non mescolarsi così con l’umanità fragile. Questo non è il Dio che si aspetta.

E invece Gesù insiste: deve compiere proprio questo gesto. Perché così annuncia, in modo forte e concreto, che Dio è accanto a ogni uomo, che il Figlio di Dio è dentro l’esperienza umana, non sopra o fuori da essa. Immergendosi nel Giordano, Gesù si immerge nell’umanità.

Tutto era iniziato quando Dio si era immerso nel grembo di Maria, facendosi carne fragile in un neonato bisognoso di tutto. Ora, all’inizio della sua missione, Gesù si immerge nelle vite, nelle case, nelle fatiche umane. E alla fine si immergerà persino nella morte, sulla croce, come ogni uomo mortale.

- Pubblicità -

Il Vangelo di Matteo ci dice che proprio mentre Gesù si immerge totalmente nell’esperienza umana, la voce di Dio e la sua forza vitale scendono su di lui. Il Dio onnipotente e creatore si riconosce in quell’uomo: «Questi è il Figlio mio». È come un padre che vede nel figlio tutto ciò che è e che ama, e vuole che tutti lo sappiano.

Allora forse quel commento («Dio non esiste…») ha una sua ragione. Se Dio è pensato come colui che premia e punisce, che salva arbitrariamente qualcuno e condanna altri, che permette il male senza condividere il dolore, allora sì: quel Dio non esiste.

Dio non è solo immenso, è soprattutto “immerso”: immerso dentro le vicende umane, anche le più tragiche. Non è una risposta facile, ma un annuncio di speranza; non una spiegazione, ma una proposta di vita anche dentro la morte.

Dio è immerso in ogni tragedia, perché si è fatto uno di noi e, per amore, accetta persino di apparire debole e inutile. Ed è proprio lì che ci invita a riconoscerlo: nella solidarietà, nella condivisione, nella scelta di immergerci anche noi nella vita degli altri, nelle loro fragilità, nei loro sbagli e nelle loro sofferenze.

E ogni volta che avrò amato, aiutato, ogni volta che mi sarò immerso per amore nelle vicende umane, anch’io potrò sentire, non con l’orecchio, ma con il cuore, che Dio si riconosce in me e mi dice: «Tu sei mio figlio, tu sei mia figlia… che amo».

Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)