La cosa più cara
La seconda domenica dopo Natale solitamente cade tra le solennità di Maria Madre di Dio e dell’Epifania del Signore e le letture offerte dal lezionario ci portano all’in-principio, all’origine degli eventi salvifici che stiamo celebrando, perché è solo cogliendone la loro dimensione prima, al di là e al di fuori del tempo che possiamo cercare di capire qualcosa del loro irrompere nel tempo proprio dell’umanità, nel nostro stesso tempo che ci è dato di vivere sulla terra.
Il brano del Siracide (Sir 24,1-4.12-16) ci presenta la sapienza – altra personificazione del Verbo, della Parola/Evento di Dio – che “fa il proprio elogio” (v. 1). Ma non si tratta di un’autocelebrazione come quelle di cui il nostro narcisismo è maestro indiscusso, bensì di una condivisione di verità belle e buone, di una buona notizia che è sempre stata tale, fin dalla fondazione del mondo, e che si riversa su di noi e ci rende contemporanei di un tempo fuori dal tempo, di una pace che regna in mezzo alle creature, avvolta di aromi tra cedri, palme e olivi.
La Lettera agli Efesini rende quei cristiani, e anche noi, ancor più consapevoli di questa elezione “prima della creazione del mondo”, un’elezione che ha come fine non certo un privilegio bensì una chiamata a “essere santi e irreprensibili di fronte a lui nell’amore”, da autentici suoi “figli adottivi mediante Gesù Cristo” (Ef 1,3-6), così che “il Padre della gloria dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui” (Ef 1,17).
Questa sapienza che narra la propria pre-esistenza e che – invocata, donata, ricevuta – anima i credenti nella loro vita segnata dall’amore, illumina ora il prologo del vangelo di Giovanni, che colloca l’in-principio del Verbo nel dinamismo vitale del Figlio unigenito, l’unico capace di rivelare il Dio invisibile e di dargli il nome di Padre. L’intero prologo è attraversato dalla dinamica dell’accadere e del venire, di questo movimento dalle origini eterne che irrompe nella storia, a partire dalla vita di un uomo e dalla testimonianza che una voce sa rendere alla Parola di luce. E al cuore di questo movimento di venuta, l’evangelista usa un’espressione forte, che ritroveremo ancora alla fine della vicenda umana di Gesù: “Venne tra i suoi – letteralmente: tra le sue cose più care”. L’umanità è la cosa più cara agli occhi e al cuore di Dio nel momento stesso in cui si manifesta il mistero di amore del Padre e del Figlio, nel momento di grazia in cui la generazione del Figlio unigenito da Spirito santo apre alla possibilità di riconoscersi generati da Dio, di diventare figli di Dio.
E sarà al compimento di questa vicenda di amore eterno, nell’ora del “tutto è compiuto” che ritroveremo il movimento verso le “cose più care”, di nuovo in un contesto di filiazione nello Spirito effuso: il discepolo amato, ai piedi della croce, riceve Maria come madre e “la prende tra le sue cose più care”.
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Ma vi è anche una terza ricorrenza di questa insolita espressione giovannea: alla fine dei discorsi di addio di Gesù ai suoi discepoli, appena dopo che questi hanno confessato “crediamo che sei uscito da Dio!”. “Adesso credete? – risponde Gesù – Ecco, viene l’ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno verso le sue cose più care e mi lascerete solo; ma io non sono solo perché il Padre è con me” (Gv 16,30-32). Ancora un contesto di avvento nel mondo di un dono proveniente da Dio, ancora un contesto di figliolanza e di accoglienza.
Allora forse il mistero dell’incarnazione, della Parola fattasi carne in Gesù di Nazaret contiene un interrogativo rivolto a ciascuno di noi su quali sono le nostre “cose più care” ed è anche un pressante invito a discernere nell’umanità la cosa più cara che abbiamo: si tratta di custodire tra le cose più care l’umanità di Dio rivelata nel figlio di Maria, di considerare l’umanità di ogni essere umano, la sua dignità irriducibile, come la cosa più cara che ci è data ogni giorno di incontrare, e di riscoprire la nostra propria umanità come la cosa più cara che ci è stata affidata e di cui ci sarà chiesto conto.
In questo cammino di umanizzazione, di accoglienza del Dio che si è fatto uomo, noi non siamo soli: abbiamo la testimonianza del Battista e di quanti come lui nel corso dei secoli si sono fatti voce del Verbo, profeti che hanno annunciato non sé stessi ma la Parola, che hanno saputo diminuire perché Cristo crescesse in noi, che hanno distolto dalla propria sequela e indirizzato verso l’Agnello di Dio i discepoli che chiedevano come discernere il Messia nel quotidiano della storia umana.
E abbiamo, come i cristiani di Efeso, la comunità dei fratelli e delle sorelle, luogo privilegiato per l’obbedienza reciproca propria di coloro che “non hanno nulla di più caro di Cristo” (Regola di Benedetto 5,2). Luogo anche di miserie umane, certo, di rifiuto del dono ricevuto, di mancata accoglienza dell’umanità di Dio che ogni giorno viene a noi nel piccolo e nel povero. Ma luogo – cioè tempo favorevole e spazio custodito – in cui è sempre possibile ritornare al Signore che è venuto e viene in mezzo a noi per perdonarci e dirci ancora una volta che è l’umanità la cosa più cara al cuore stesso di Dio.
Per gentile concessione del Monastero di Bose.
Immagine di copertina: frame video.
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