Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe Anno A
«Chi onora il padre avrà gioia», «Chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre» (Sir 3,2-6.12-14, NV 3,3-7.14-17a)
La festa di oggi celebra ancora il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, ma a partire da una prospettiva allargata, rispetto alla solennità del Santo Natale, che ne illumina ulteriormente la profonda ricchezza: oggi la liturgia comprende infatti in un unico sguardo, oltre a Gesù, i suoi genitori. Se il Verbo si è incarnato assumendo la natura umana e condividendo con l’umanità gioie, speranze, fatiche e dolori, Egli lo ha fatto specificamente scegliendo di sperimentare una vita normale sin dalla nascita all’interno di una famiglia.
Anzi, la maggior parte della vita terrena di Gesù è trascorsa condividendo tutto con i suoi genitori, persino esercitando lo stesso mestiere del padre, cioè il carpentiere, così come non trascurano di attestare gli evangelisti (cfr. Mc 6,3). In particolare, è scritto che, finché è cresciuto sotto la tutela dei genitori, Gesù «stava loro sottomesso» (Lc 2,51).
Questa premessa spiega la scelta del lezionario liturgico di proporre, come prima lettura di questa festa, un’istruzione sapienziale sull’obbedienza dei figli e sul rispetto verso i genitori contenuta nel Siracide, libro che incontreremo nuovamente anche nella seconda domenica dopo Natale.
Entrato a far parte del canone greco dell’Antico Testamento, accolto quindi dalla Chiesa Cattolica fra i libri ispirati, questo scritto è stato composto nel II sec. a.C. da Ben Sira, uno scriba di Gerusalemme: come altri scritti biblici di genere sapienziale, l’opera si occupa conciliando teologia ebraica e cultura ellenistica di vari aspetti concreti della vita umana quotidiana, formulando consigli e insegnamenti riguardanti scelte etiche, correzioni caratteriali, dilemmi morali, comportamenti sociali, ma anche molti temi e problemi religiosi, inserendosi pienamente nella tradizionale fede d’Israele.
Il Siracide, intitolato dai greci “Sapienza di Sirach” e dalla Vulgata di San Girolamo “Libro Ecclesiastico”, ebbe notevole fortuna nella didattica della dottrina cristiana, sia in contesti omiletici che catechistici/catechetici, per certi versi in continuità col suo ruolo originario di “libro di testo” per la formazione dei giovani aristocratici ebrei.
La pericope che ascoltiamo nella Messa odierna contiene un piccolo commento parenetico al quarto comandamento del Decalogo (cfr. Es 20,12; Dt 5,16): Ben Sira, vero e proprio maestro di “buona educazione”, esorta tutti i figli a rispettare l’ordine divino di onorare i genitori, argomentandone la ragionevolezza e motivandone i comprensibili vantaggi.
In un clima sereno e ottimista, pieno di calore umano e di premura per la custodia dell’istituto familiare, l’autore elenca con semplice immediatezza i meriti del rispetto dovuto al padre e alla madre, anche quando esso costa sacrifici e rinunce, ed esige le virtù della pazienza, della benevolenza, dell’indulgenza e della sopportazione.
Alla dignità del ruolo dei genitori viene attribuita un’origine nella stessa volontà divina e nell’armonioso ordine della creazione: per questo vi si riscontra una spiegazione naturale permanente, e non soltanto istituzionale o culturale provvisoria.
Ai figli è richiesto di obbedire volentieri, assicurando consolazione ai genitori, e soccorso nella loro vecchiaia: per tale atteggiamento virtuoso è promessa e garantita un’abbondante benedizione di Dio, nonché molteplici ricompense (l’espiazione e il perdono dei propri peccati, l’esaudimento della preghiera quotidiana, la gioia di essere a propria volta onorati dai figli, e persino la longevità).
Si tratta, dunque, di una pagina biblica che ci aiuta a riscoprire, proprio nella festa della Santa Famiglia, alcuni valori essenziali riguardanti la bellezza del progetto d’amore che Dio ha pensato sull’alleanza d’affetto e rispetto che deve contraddistinguere i rapporti familiari.
«Rivestitevi della carità» (Col 3,12-21)
Le esigenze richieste nella prima lettura trovano un approfondimento teologico, meglio ancora cristologico, nella seconda. San Paolo, nella Lettera ai Colossesi breve scritto appartenente al piccolo gruppo delle lettere inviate “dalla prigionia” e in alcuni casi ulteriormente sviluppate dai discepoli dell’apostolo -, offre infatti uno dei suoi cosiddetti “codici domestici”, che illuminano su alcuni aspetti fondamentali dei rapporti interni a una famiglia, a loro volta illuminati dal mistero di Cristo (cfr. Ef 5,21-33).
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Il brano che costituisce la seconda lettura di oggi esordisce con una lista di virtù, anzi, prima di tutto, di “sentimenti”, che Paolo propone come traccia per condurre una vita buona, segni dell’accoglienza in sé dell’identità nuova di battezzati («scelti da Dio, santi e amati», Col 3,12).
Adottando un procedimento tipico della trattatistica morale anche pagana, prodotta dai più noti filosofi greci e romani a lui coevi, l’apostolo sceglie più volte nel suo epistolario di stilare elenchi di vizi da evitare o virtù da conseguire: questo metodo era e può tuttora essere utile per memorizzare facilmente le caratteristiche di uno stile di vita rispettivamente positivo o negativo, con la comodità di poter tenerlo a mente tramite uno schema di semplici parole chiave.
Qualcosa di simile, del resto, fa anche Gesù nel Vangelo, quando elenca i pensieri negativi o cattivi propositi che nascono nel cuore, responsabili delle azioni e delle abitudini malvagie che contaminano l’uomo (cfr. Mc 7,21-22).
Nella pericope precedente quella del lezionario odierno, la Lettera ai Colossesi menziona un elenco di peccati da rimuovere (cfr. Col 3,5), fondato sull’adesione alla vita in Cristo, in nome della quale far morire le opere della terra per cercare «le cose di lassù» (Col 3,1).
Per contrasto, il discorso prosegue con la lista di atteggiamenti virtuosi che invece devono contraddistinguere i rapporti fraterni fra quanti hanno intrapreso la sequela di Cristo: «rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi» (Col 3,12-13).
Il fondamento e il principio unificante di tutta questa variegata gamma di espressioni morali viene identificato nell’agàpe, l’amore evangelico che costituisce la vera carità, quella vissuta e dimostrata da Cristo e richiesta ai suoi discepoli, come chiarisce immediatamente San Paolo: «Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto» (Col 3,14).
Che per il pensiero paolino la carità non sia soltanto una virtù tra le tante, seppur nobile, e che non vada identificata o ridotta a un versante isolato del comportamento cristiano, bensì sia come una sorta di condizione interiore permanente che deve animare ogni aspetto della vita e un motore che permea ogni azione, può risultare evidente dal celebre “inno alla carità” in 1Cor 13: la carità è la radice e la sintesi di tutte le virtù e di tutte le opere di misericordia, con quella misura totalizzante espressa dal motto «l’amore del Cristo infatti ci possiede» (2Cor 5,14).
L’apostolo accosta immediatamente la presentazione di tale programma di vita al “codice domestico” che deve fungere da modello esemplare per i rapporti familiari dei cristiani: tra marito e moglie, tra genitori e figli. L’insegnamento sulla santità delle relazioni interpersonali, dunque, parte dalla comunità originaria in cui nasce e cresce ogni individuo: la famiglia.
«Ho chiamato mio figlio» (Mt 2,13-15.19-23)
La Santa Famiglia di Nazaret, che la liturgia venera in questa domenica fra l’ottava di Natale, è la protagonista del brano evangelico offerto oggi dal lezionario festivo.
Il testo matteano accosta sempre in modo immediato i tre personaggi Giuseppe, Maria e Gesù: similmente, essi vengono ripetutamente menzionati in sequenza anche nei messaggi onirici ricevuti
da Giuseppe da un angelo che gli appare in visione notturna («Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre», Mt 2,13b.20).
Com’è noto, i racconti sull’infanzia di Gesù contenuti nei primi due capitoli del Vangelo di Matteo focalizzano la propria attenzione principalmente sul punto di vista del padre putativo di Gesù, e descrivono le vicende narrate osservandole dalla prospettiva di Giuseppe, il quale assume la responsabilità legale della custodia e della tutela di Maria e Gesù.
Proprio per il suo ruolo paterno, Giuseppe viene scelto da Dio come destinatario diretto delle comunicazioni celesti riguardanti gli eventi così singolari che accompagnano la nascita di Gesù, e che lo raggiungono personalmente tramite un angelo inviato da Dio stesso per indicargli le scelte da compiere. La figura del capo famiglia è presentata dall’evangelista come quella del vero custode della moglie e del figlio, che con attento ascolto e immediata obbedienza alla volontà di Dio conduce la vita della famiglia con premura e protezione.
li eventi che si susseguono e le circostanze che li contornano sono drammatici e Matteo è un narratore molto abile, capace di esprimere la tensione che la Santa Famiglia ha dovuto sperimentare sin dall’inizio del progetto divino che l’ha coinvolta, permettendo al lettore di percepire la suspense di avvenimenti ricchi di pathos.
Nella successione concitata di momenti tragici come la strage dei bambini di Betlemme, la fuga della Santa Famiglia in Egitto, il timore di Erode prima e del figlio Archelao poi, la scelta cautelare di stabilirsi nella piccola, periferica e quasi anonima Nazaret, Giuseppe e Maria rimangono però pacati e in silenzio, non appaiono agitati né protestano o si ribellano alla volontà divina: soffrono in modo dignitoso e sempre lucido, protesi a vigilare sull’incolumità del piccolo Gesù e a non intralciare il piano che il Padre ha rivelato loro per Lui, preparando grandi cose per la salvezza del suo popolo.
Ogni imprevisto della vita viene vissuto dalla Santa Famiglia alla luce della Parola di Dio, e in ogni piega della storia viene riconosciuta la realizzazione di una ben identificabile profezia già annunciata: Matteo scandisce puntualmente ogni tappa della narrazione con l’individuazione di un passo della Sacra Scrittura che in qualche modo la anticipava e che ora trova pieno compimento. Questo costituisce una preziosa lezione di metodo per tutti i credenti e per tutte le famiglie: trovare nella Parola il filo conduttore nascosto di tutta la propria esistenza.
Commento al Vangelo tratto dal sussidio CEI Avvento/Natale 2025, scarica il file PDF completo.
