don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 14 dicembre 2025

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In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?».

Il Battista è in carcere, sente la morte avvicinarsi. Il Messia invece no, il Messia non si avvicina, Cristo non interviene a liberarlo. Il Battista dal carcere tramuta un pugno di parole in domanda, le consegna come lettera ai suoi discepoli, li invia da Gesù, forse solo per spingerli alla corte del Messia, forse per provare a capire, non sapremo mai se il cuore del Battista fosse carico di dubbi o se la sua sia stata una mossa per consegnare i suoi discepoli a Cristo.

Quello che sappiamo è che il Battista morirà in una prigione, non sarà liberato potentemente dal Messia e vedrà i suoi discepoli seguire un altro maestro. Quello che sappiamo è che la fede, alla fine, al suo cuore, è ridotta all’osso. Nessuna folla intorno, nessun evento, nessuna parrocchia, nessun cammino d’Avvento, nessuna liturgia solenne, nessuno spirito natalizio, niente. Niente di niente. Solo una domanda e tanto silenzio. Terribile e divino. Il Battista, e noi con lui, siamo chiamati a diventare silenzio.

Tutto quello che c’è stato prima? Tutte le nostre attività, i nostri percorsi, le nostre tradizioni? Tutto da dimenticare? No, tutto prezioso, ma tutto da attraversare, tutto da relativizzare, tutto da ringraziare e da abbandonare. Da abbandonare solo quando e se sarà il momento. Non credo valga la stessa regola per tutti. Solo per chi raggiunge la notte oscura del carcere, dove, tra i dubbi, si può implorare radicale salvezza.

Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».

Gesù non risponde con una spiegazione, che la verità non può essere spiegata: risponde con dei segni. Quelli compiuti da lui fino a quel momento. Che sono gesti profetici. Segni che però non libereranno il Battista dal carcere: questo è il paradosso della fede radicale.

I segni ci sono ma non sono per tutti. I ciechi ci sono ancora, così gli zoppi, i lebbrosi, i sordi, i morti. Solo segni, per qualcuno. A dire che questa vita non è l’approdo definitivo. A dire che l’amore sarà la pienezza della vita ma non qui. A dire che la guarigione, se non fosse inserita in un contesto d’eternità, sarebbe solo il prolungamento di una tortura.

Qui ci sono prigionieri che non verranno liberati. Come il Battista. O meglio, non verranno rimessi in libertà su questa terra. E qui il grande rischio, lo scandalo, l’inciampo che può farci perdere la fede.

Immagino Giovanni chiudere gli occhi e provare a ricordare quando e come i suoi occhi si sono aperti, quando il suo cammino si è fatto sicuro, quando e come la sua impurità è scomparsa, le sue orecchie aperte e la sua vita resuscitata. L’unica risposta che il Battista può essersi dato senza perdere la fede, per superare lo scandalo del Messia, è che tutto è accaduto nel deserto.

Ma non nel deserto che lui si era scelto e che aveva abitato da profeta riconosciuto e venerato. Non nelle pelli di cammello, nel fascino rude da tutti riconosciuto, non immerso in un fiume a battezzare, non quando le sue parole erano sicure e liberate contro il cielo ed era bello sentirsi come il profeta rude e incompreso, non quando si scagliava contro i potenti trascinando con sé utopie rivoluzionarie.

Se è onesto, il Battista deve dire che è lì, in carcere, che l’incontro è avvenuto. Solo in carcere, da solo, ingiustamente condannato, abbandonato, svuotato dal potere e da quel fascino da capopopolo, lì, fede ridotta all’osso, lì può sprofondare nelle promesse del Messia e, finalmente, riconoscerle.

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Tutto quello che è venuto prima è servito per arrivare lì, nella sua crocefissione.

Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”».

Ora il Battista, che non è mai stato canna sbattuta dal vento ma non è più nemmeno l’uomo forte che chiamava a conversione, ora il Battista può scegliere davvero di stare solo davanti al suo Signore.

Ora il Battista, che non si è mai rivestito di morbide vesti, ma che non è più nemmeno rivestito di pelli di cammello, può stare, nudo, davanti al suo Signore.

Ora il profeta può essere davvero profeta, ma non griderà nessuna parola nel vento: sarà solo lui e il suo Signore, e solo nell’intimità di quell’incontro il Battista saprà davvero la sua profonda identità. A noi non è stato sapere. A nessuno è dato sapere.

«In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Il Battista è il più grande perché non ha più nulla, perché è giunto al cuore drammatico e luminoso della fede. Il Battista è il più grande perché dipende solamente dal Signore. È nelle sue mani. È libero. E noi, anche se questo ci fa tremare, a questo siamo chiamati.

Per gentile concessione dell’autore don Alessandro Dehòpagina Facebook

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