Viviamo addormentati
Passiamo gran parte della nostra vita addormentati, non ci aspettiamo più niente, non ci accorgiamo di quello che sta avvenendo dentro di noi, non prestiamo attenzione a quello che sta accedendo intorno a noi.
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Viviamo addormentati perché preferiamo non essere disturbati, non vogliamo prenderci la responsabilità di cambiare. Talvolta la realtà ci scuote bruscamente e senza alcuna delicatezza. E allora il risveglio è talmente spiacevole che ci arrabbiamo, apriamo gli occhi e guardiamo il mondo come se fosse la prima volta che lo vediamo.
Adventum
«Svegliatevi», ci suggerisce San Paolo, perché «la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti» (Rm 13,11), il Signore è ogni giorno più vicino perché ogni minuto che passa si avvicina il momento in cui lo incontreremo. Svegliamoci per evitare che il Signore passi senza che ce ne accorgiamo! A volte, infatti, le cose accadono nella nostra vita, ma non siamo pronti ad accoglierle.
Dio è venuto verso (ad-ventum) di noi, altrimenti non saremmo vivi, ci ha amati e continua a farlo: è colui che continuamente ci viene incontro. Noi, d’altra parte, siamo per nostra natura, coloro che accolgono, perché siamo mancanti in quanto creature: ci portiamo dentro quel vuoto costitutivo che fa di noi coloro che accolgono. C’è in noi lo spazio per ricevere Dio.
Il diluvio e l’arca
Se non ci svegliamo e non prestiamo attenzione a quello che sta accadendo dentro di noi e intorno a noi, ci ritroveremo travolti dal diluvio senza esserci accorti che ha cominciato a piovere, senza accorgerci che il tempo stava diventando brutto, sottovalutando le prime gocce. È meglio individuare dov’è l’arca in cui ripararci dal diluvio. Quell’arca è la relazione con Dio, per questo i Padri hanno visto nell’arca una prefigurazione della Chiesa che accoglie e custodisce.
Presi o lasciati
Dobbiamo svegliarci perché non sappiamo mai quello che può avvenire nella nostra vita: possiamo essere presi o lasciati. La vita è segnata dall’incertezza, solo noi possiamo fare la differenza. Ogni momento della vita è quello in cui posso essere preso o lasciato: come mi troverebbe oggi la vita? Se Cristo infatti è venuto nella storia, se Cristo verrà alla fine del mondo, c’è anche una terza venuta, come afferma San Bernardo, che è quella di mezzo: Cristo viene nello spirito nella vita del credente, viene in noi attraverso i sacramenti, viene nell’eucaristia. Ma, appunto, come ci trova Cristo venendo continuamente nella nostra vita?
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La via del risveglio
Nella prima domenica di Avvento, la liturgia ci consegna una via per svegliarci: Isaia ci invita a trasformare le spade e le lance, ossia gli strumenti della guerra, in aratri e falci, cioè in attrezzi che servono per coltivare, per generare vita.
Per lo più maneggiamo quotidianamente spade e lance, riversiamo le nostre energie sui conflitti, cerchiamo di difenderci e di attaccare, ma dove ci porta questa violenza a prescindere? Ci sono tante forme di violenza: possiamo essere violenti anche con il silenzio, con i giudizi, con l’indifferenza. Isaia non ci chiede di buttare via le spade e le lance, perché in fondo rappresentano la forza e le risorse che abbiamo, ci chiede di trasformarle, possiamo usarle per generare vita e non per uccidere.
Trasformare
Occorre svegliarsi! Proviamo a trasformare gli strumenti di morte in risorse di vita: la mia rabbia può diventare energia per affrontare le difficoltà della vita, i miei sentimenti possono diventare occasione di compassione piuttosto che essere fonte di rancore, i miei pensieri possono diventare un modo per elaborare strategie di vita piuttosto che rimanere a rimuginare sulle strategie di vendetta.
Il Signore oggi ci apre una via, ma dobbiamo svegliarci per riuscire a vederla!
Leggersi dentro
- Se aprissi gli occhi su quello che sta avvenendo dentro di te e nella tua vita fuori di te, cosa vedresti?
- Quali sono le spade e le lance in tuo possesso che puoi trasformare in strumento di bene?
Per gentile concessione di P. Gaetano Piccolo S.I. – Fonte
