Libero da sรฉ
Le letture di questa domenica finale dellโanno liturgico, che celebra Cristo quale Signore e re dellโuniverso, presentanoย la regalitร nella sua dimensione comunionale, corporativa. Nella prima lettura (2Sam 5,1-3) le tribรน di Israele riconoscono David come re e mostrano di sentire il Messia come figura corporativa. Esse si affidano a lui quasi incorporandosi simbolicamente a lui: โNoi ci consideriamo come tue ossa e tua carneโ (1Sam 5,1).
Nel vangelo (Lc 23,35-43) siamo di fronte a Gesรน quale Messia debole, inerme, che, sulla croce, mentre si affida radicalmente a Dio (cf. Lc 23,46), vede affidarsi a lui un malfattore crocifisso accanto a lui. E Gesรน incorpora a sรฉ questโuomo promettendogli comunione: โOggi sarai con me nel paradisoโ (Lc 23,43). La seconda lettura (Col 1,12-20) esprime la fede ormai sviluppata della chiesa che celebra lโincorporazione cosmica nel Cristo Risorto: tutto รจ stato creato in Cristo, per mezzo di lui, ma anche in vista di lui, per essere ricapitolato in lui.
Non stiamo a ripercorrere la storia problematica e lโorigine di questa festa (istituita nel 1925 da Pio XI con lโenciclicaย Quas primas) che presenta numerose criticitร che hanno condotto, allโinterno della riforma liturgica postconciliare, a una sua trasformazione con lo spostamento dallโultima domenica di ottobre dove era collocata originariamente allโultima domenica dellโanno liturgico e con lโinserimento di letture bibliche centrate sulla croce (annata C, Lc 23,35-43), su Cristo giudice escatologico (annata A, Mt 25,31-46), sul senso messianico del titolo di Re applicato a Cristo (annata B, Gv 18,33-37).
Giร questi cambiamenti consentono di reinterpretare in senso escatologico e spirituale le connotazioni pesantemente politiche che avevano presieduto allโistituzione di tale festa, per cui il regno universale di Cristo era anche regno sociale e copriva lโambito spirituale e quello temporale, riguardava gli individui cosรฌ come le societร e gli stati. Resta da chiedersi se, nonostante la revisione della festa dovuta alla riforma postconciliare, sia ancora sensato consacrare la domenica finale dellโanno liturgico alla celebrazione di Cristo a partire da quel titolo regale che Gesรน ha svuotato di ogni legame con il potere politico, che suona distante ed estraneo agli orecchi dei fedeli, e che sembra pur sempre, larvatamente, sommessamente, alludere a una rivendicazione di potere ecclesiastico sulle societร . E come tale puรฒ essere utilizzato in ambiti omiletici e catechetici.
Il testo evangelico si situa allโinterno del racconto lucano della passione e morte di Gesรน (Lc 22-23). E la prima comunicazione di Luca al lettore riguarda la divisione che si crea davanti a Gesรน crocifisso tra il popolo e i capi. Il popolo (laรฒs) stava ad osservare, mentre i capi (รกrchontes) si facevano beffe di Gesรน. Lโatteggiamento del popolo รจ positivo. Di esso si dice anzitutto che โstava lร โ, cioรจ โrimanevaโ, โstava con perseveranzaโ. Non sono persone che, mentre passavano, si sono fermate mosse da curiositร morbosa. Il loro essere e stare lร esprime una decisione, una volontร , un interesse, potremmo dire un coinvolgimento. Lโaltro atteggiamento del popolo รจ espresso dal verboย theoreรฎn, che andrebbe tradotto con โosservare riflettendoโ, non semplicemente con โvedereโ.
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Dove lโevento osservato attentamente si riflette interiormente sullโosservatore e opererร una trasformazione. Sarร infatti a partire da questa osservazione attenta, da questa contemplazione,ย theorรญaย (Lc 23,48: la Bibbia CEI traduce โspettacoloโ), che nascerร il pentimento delle folle davanti al crocifisso (Lc 23,47-48). La dimensione interiore e spirituale del rimanere osservando รจ espresso dalla traduzione latina che dice:ย stabat populus exspectans. Restare e osservare sottendono la tensione interiore di chi รจ in attesa. I capi invece โderidevanoโ Gesรน. Il verbo usato (ekmychterรญzein) si trova in un solo altro passo del Nuovo Testamento, e sempre nel terzo vangelo.
In Luca 16,14 il soggetto sono i farisei che, amanti del denaro, deridono Gesรน che ha appena affermato lโincompatibilitร dellโattaccamento al denaro con lโautentica adesione a Dio (Lc 16,13). Qui sono i capi (possiamo pensare a sacerdoti, anziani, scribi) che irridono Gesรน vedendolo ridotto allโimpotenza sullโignobile strumento di condanna che รจ la croce. Che cosโรจ che porta gli umani a ridere di qualcuno? Normalmente รจ unoย scartoย tra unโaffermazione o una situazione e la realtร , tra ciรฒ che viene considerato normale e un atteggiamento, una situazione, un discorso che se ne allontana cosรฌ radicalmente da produrre un effetto anomalo di contrasto, inappropriatezza e stramberia. Nella derisione dei farisei circa le parole di Gesรน sul denaro รจ come se dietro ai loro sghignazzi ci fosse il giudizio su Gesรน: รจ un idealista, un illuso, uno che non sa stare al mondo.
Di certo, quella derisione rivela una loro credenza che Gesรน urta a tal punto che essi non possono assolutamente lasciarsene interrogare, ma vi reagiscono con lโirrisione. Davanti al crocifisso la derisione nasce dalla constatazione che โil Cristo di Dioโ (v. 35), โil re dei giudeiโ (v. 37) รจ un poverโuomo impotente appeso a una croce. Anche qui la derisione dice qualcosa del derisore svelando che la concezione messianica dei capi รจ antitetica a quella di Gesรน. E la derisione รจ la scorciatoia che consente di disfarsi dellโaltro che potrebbe metterci in questione e di restare saldi nei nostri convincimenti. Con lโaggiunta di quelย totย di cattiveria che avvicina il riso perverso del derisore alla โgioia malignaโ, la gioia per le disgrazie altrui. Di certo Luca, con lโintroduzione della scena espressa dal v. 35, mostra ancora una volta la divisione che si crea davanti alla persona di Gesรน, vero segno di contraddizione che svela i pensieri di molti cuori (cf. Lc 2,34-35). E tale opera di veritร , di discernimento di ciรฒ che abita nel cuore di ciascuno, giungerร al suo apice quando anche i due condannati a morte accanto a Gesรน si divideranno circa la sua persona: uno lo ingiuria, lโaltro lo supplica (Lc 23,39-42).
In Luca, gli scherni rivolti a Gesรน sia dai capi (v. 35), che dai soldati (v. 37), che da uno dei malfattori (v. 39), riguardano tutti la pretesa messianica e ripetono questโunica idea: se sei veramente il Messia, il Cristo di Dio, โsalva te stessoโ (vv. 35.37.39). Nel testo parallelo di Matteo (Mt 27,39-44) le ingiurie colpiscono la situazione di impotenza di Gesรน sulla croce e fanno leva su di essa per demolire la vita precedente di Gesรน colpendo rispettivamente la sua forza e autoritร (Mt 27,40), la sua relazione buona e terapeutica verso tanti (Mt 27,42), la sua fede in Dio (Mt 27,43). Come se la debolezza radicale del morente dovesse inficiare e invalidare tutto il bene fatto in precedenza.
Luca presenta come ritornello quelย salvare se stessoย che, per i detrattori di Gesรน, รจ lโunica cosa che potrebbe comprovare la sua qualitร messianica. Agli occhi e nella mente di chi gli rivolge le accuse di usurpare il titolo di Messia, la sua incapacitร di salvarsi dimostra che egli รจ un falso Messia. Per loro โsalvare la propria vitaโ รจ il sigillo dellโautentica messianicitร . Invece รจ proprio questa tirannia dellโego, dellโio eretto a dio, dellโio da blandire e proteggere e salvare ad ogni costo, che Gesรน ha combattuto. Il suo messaggio รจ inequivocabile: โChi vuole salvare la propria vita, la perderร , ma chi perderร la propria vita per me, la salverร โ (Lc 9,24). Gesรน ha potuto annunciare con forza e autorevolezza queste esigenze dure e sconcertanti solo perchรฉ le viveva. E le ha vissute non solo sulla croce, ma in tutto il cammino terreno che alla croce lโha condotto.
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Tutta la sua vita, ovvero tutta la narrazione evangelica, andrebbe letta avendo presente che ogni gesto e ogni parola di Gesรน hanno dietro di sรฉ questo atteggiamento di libertร dalla volontร propria, dal dispotismo dellโego, dalla tensione a โsalvare sรฉ stessoโ, ovvero a spuntarla sempre, ad avere la meglio sugli altri, a cercare in ogni situazione la maniera di ricavarne un vantaggio personale. E potremmo continuare a lungo. Certo, questa vita che si libera a un tale livello di profonditร , puรฒ giungere fino al punto di accettare di finire, di perdere se stessa, pur di non fare violenza, di non coartare, e anzi cercando di vivere, nella misura che le viene consentito, di amare, di fare spazio agli altri.
Come fa Gesรน con i suoi crocifissori di cui invoca il perdono dal Padre (โPadre, perdona loro, perchรฉ non sanno quello che fannoโ: Lc 23,34) e come fa con il malfattore che lo supplica di ricordarsi di lui quando verrร nel suo Regno. E Gesรน รจ ormai talmente spogliato di se stesso che agli insulti non risponde ma rimane nel silenzio. Sarei tentato di dire che risponde con il silenzio, ma mi chiedo se la sua libertร interiore e il suo essere ormai con il Padre nellโintimo del suo cuore (vv. 34.46), non lo portino a nemmeno piรน sentire le ingiurie, gli insulti e le provocazioni, ma ad ascoltare soltanto le parole di veritร e umiltร dellโโaltro malfattoreโ (v. 40) a cui promette comunione. Allโinizio della sua attivitร pubblica Gesรน aveva risposto con parole della Scrittura alle tentazioni del divisore (Lc 4,1-13), esprimendo cosรฌ la sua prossimitร con il Padre, ora, egli abita il silenzio ed รจ il silenzio il sigillo della sua intimitร con il Padre.
Per gentile concessione del Monastero di Bose.
