Cristo Re e la Salvezza del Brigante
Il commento di don Claudio si concentra sul brano evangelico di Luca che narra la salvezza del brigante crocifisso accanto a Gesù, sottolineando come il regno di Dio si manifesti nella morte di Cristo sulla croce e nel Suo atto di dare la vita per gli altri, ribaltando la mentalità mondana.
Viene evidenziata la figura del malfattore che, con un atto di fede e umiltà, si affida a Gesù morente chiedendo di essere ricordato nel Suo regno, e la risposta immediata di salvezza data da Cristo con l’uso teologico dell’“oggi”.
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Il commento include anche riferimenti alle altre letture liturgiche, come l’elezione di Davide come re e l’inno cristologico della Lettera ai Colossesi che celebra il primato di Cristo.
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Trascrizione generata automaticamente da Youtube e rivista tramite IA.
Ehi! La 34ª domenica del Tempo Ordinario, ultima dell’anno, coincide con la festa di nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Contempliamo la fine dei tempi, ma contempliamo non un disastro, ma un regno, un Re. Contempliamo il nostro Signore Gesù come Re di tutto, di tutti. E l’evangelista Luca ci propone la scena finale di salvezza del brigante crocifisso con Gesù. Saltiamo l’episodio della passione per arrivare al culmine del racconto: il regno di Dio si realizza nella morte di Cristo in croce. Gesù regna appeso alla croce, ma regna in un modo strano, diverso da quello della mentalità terrena. La liturgia ci propone solo questo breve episodio, raccontato solo da Luca, in cui un uomo, pur essendo delinquente, riesce ad ottenere la salvezza perché si relaziona bene con Gesù.
Eh, riprendiamo la preghiera del pubblicano al tempio, umile preghiera che attraversa le nubi: “O Dio, abbi pietà di me peccatore!”. È l’atteggiamento di quest’uomo che ha la consapevolezza del proprio limite, stima Gesù e si affida alle sue mani.
C’è una particolare insistenza sul tema della salvezza. L’evangelista Luca cura particolarmente questo linguaggio e mostra come i capi ai piedi della croce deridessero Gesù dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, l’unto, il consacrato, l’eletto”. Ricordate che a Nazaret, nella prima predica pubblica di Gesù, gli dissero: “Medico, cura te stesso”. È la stessa cosa che gli viene proposta alla fine della vita sulla croce: salva te stesso, fa il tuo interesse, mostra la tua capacità difendendo la tua stessa vita. Anche i soldati lo deridevano, prima i capi ebrei, poi i soldati romani. Gli dicevano: “Se tu sei il re, salva te stesso”. Non è vero che sei re se non salvi te stesso. E glielo dicono perché hanno letto la scritta che Pilato ha fatto mettere sulla croce, la motivazione della condanna: “Questo è il re dei Giudei”. Allora, se sei re, guadagnaci! Cosa deve fare un re se non fare i propri comodi? Questa è la mentalità del mondo. I soldati la pensano così, ma non è la mentalità di Gesù.
Gesù è veramente re. È in croce perché è re, ma è re perché dà la vita, perché fa star bene gli altri, non perché cerca il proprio interesse. È una bestemmia dire a Gesù: “Salva te stesso,” perché è venuto a perdere se stesso per salvare noi. È il capovolgimento della mentalità umana attaccata all’io egoista, alla ricerca della propria salvezza.
Anche uno dei malfattori—uno dei due malfattori, li chiama Luca kakurgoi, operatori di cose cattive—lo insultava: “Non sei tu il Cristo?”. Cristo è un aggettivo di re, qualifica il re, il re unto, cioè consacrato, legittimo. “Lo sei, e allora salva te stesso e anche noi”.
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L’altro invece lo rimproverava. Ecco, Luca introduce una diversificazione: c’è un altro dei condannati che ha un altro atteggiamento, rimprovera il suo collega: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni. Egli invece non ha fatto nulla di male”. Notiamo che ritorna il tema della giustizia. Questi due malfattori sono giustiziati per aver compiuto delle malefatte, ricevono il giusto. Invece Gesù non ha fatto nulla che meriti la morte, viene giustiziato ma in modo scorretto, immeritato. Non è giustizia, la sua condanna è l’opposto. Eppure, in quel momento, Dio appeso alla croce fa giustizia. È il momento in cui realizza la giustizia di Dio, e la realizza come sole di giustizia per quell’uomo che, pur essendo malfattore, ha un atteggiamento aperto nei suoi confronti: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Lo chiama per nome proprio. È rarissimo che nei Vangeli qualcuno si rivolga al Maestro chiamandolo Gesù. E qui non c’è un discorso né retorico, né scolastico, né religioso; da uomo a uomo. Noi diremmo due compagni d’ospedale, vicini di letto, moribondi. Uno si affida all’altro. Loro sono appesi a un patibolo e stanno morendo. Sanno che stanno morendo tutti e due, ma uno dice all’altro: “Ricordati di me quando sarai nel tuo regno?”. Vuol dire che crede che quell’uomo che sta morendo sulla croce entrerà nel suo regno e si affida a quel regno di Dio, si mette nelle mani di quel Re crocifisso.
Il quale gli risponde: “In verità ti dico: oggi” — sentite l’importanza di quell’oggi — come aveva detto a Zaccheo: “Oggi devo fermarmi a casa tua, oggi la salvezza è entrata in questa casa. Oggi sarai con me nel paradiso”. Non si tratta di fare ragionamenti sui tempi, sulle giornate. Gesù è risorto il terzo giorno, non oggi; è sceso agli inferi prima di salire al cielo. Ma non dobbiamo perderci in queste questioni cronologiche. L’oggi è un indizio teologico di Luca per dire che la salvezza viene adesso. Effettivamente, tu, insieme con me, sei al sicuro, hai la possibilità di essere salvo.
Non chiamatelo “buon ladrone”. Ladrone è un termine latineggiante, è un falso accrescitivo. In latino latro, latronis, vuol dire brigante. Il ladro è il fur. In italiano ladrone non si adopera solo nelle formule stereotipate lì: Babai, 40 ladroni. E poi c’è questo buon ladrone. Rischiamo di farne una favola. Eh, sentite come suona strano dire il buon brigatista o il buon malfattore. Poi che sia buono non c’è scritto. È uno dei malfattori che ha fede, che si affida a Gesù e si mette nelle sue mani.
La prima lettura ci propone una scena storica: i capi delle tribù di Israele, ad un certo momento, verso l’anno 1000, si accorsero che Davide, capo della tribù di Giuda, era un valido condottiero, e quindi si riunirono presso di lui a Ebron e fecero un contratto. Lo nominarono re, lo unsero. È una elezione dalla base, una consacrazione del popolo che scelse Davide come Cristo Re, consacrato e legittimo. Mille anni dopo, il figlio di Davide sarà il vero Re di tutti i popoli.
“Andremo con gioia alla casa del Signore” è il versetto che ci è proposto per commentare il Salmo 121, un salmo di pellegrinaggio che tende a Gerusalemme come sede di Davide, dove sono posti i seggi del giudizio. Noi lo leggiamo in chiave escatologica: la Casa del Signore è l’obiettivo ultimo della nostra vita, è la casa del giudizio dove saremo finalmente resi partecipi della sua giustizia.
E la Lettera ai Colossesi ci propone uno splendido inno cristologico che celebra il primato di Cristo: primogenito della creazione, primogenito della risurrezione. L’archè è il principio di tutto. Ma all’inizio l’apostolo ci invita a ringraziare il Padre perché ci ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce, ci ha trasferiti dal potere delle tenebre, liberandoci dal male, e ci ha inseriti nel regno del suo Figlio, nel regno del Figlio del suo amore, grazie al quale abbiamo la redenzione.
“Gesù, ricordati di me nel tuo regno,” che è una splendida preghiera, come “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. L’evangelista Luca, che con questa domenica lasciamo, ci lascia in eredità un insegnamento prezioso di preghiera, di attesa della salvezza, di gusto della misericordia di Dio che realizza l’opera rendendoci santi. Questa è la giustizia: Dio fa giustizia con la sua misericordia, si ricorda di noi nel suo regno e quando saremo con lui lo contempleremo davvero come sole di giustizia.
