p. Ermes Ronchi – Commento al Vangelo di mercoledì 29 Ottobre 2025

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L’INCHINO DAVANTI AD OGNI FIGLIO DI DIO

Una sottile angoscia
ci coglie davanti
a quella porta stretta,

angoscia che cresce
quando la porta
da stretta
diventa chiusa,
e quella voce da dentro risponde:

«Non vi conosco».
Tutta la vita a cercarti,
e ora sei Tu
che ci allontani?

Il vangelo inizia
con una porta piccola
e una folla che
le si accalca davanti.

Poi come
in una dissolvenza appare
una scena multicolore
e allegra: verranno
da oriente e da occidente,
da nord e da sud
e siederanno a mensa.

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Ai credenti che si affollano
davanti a porte sbagliate
che non conducono
da nessuna parte,
la parabola dice:
«Sforzatevi di entrare
per la porta stretta».
Il testo originale dice:

“lottate per passare, combattete”,

ma non contro chi fa ressa o contro le misure della porta.
Contro qualcosa d’altro.

La porta stretta disegna
i miei contorni precisi,
i miei limiti,
i confini del mio io.

Sono i margini che
mi restituiscono
la mia immagine
più autentica,
liberata da tutto il superfluo.

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Allora accetta serenamente i “no”
che la vita ti dice.
E accogli i tuoi limiti,
non i tuoi vanti.

David Turoldo raccontava:
per anni ho abitato
nella vecchia torre
di un’abbazia millenaria.
Ogni mattina uscivo
da una porticina appena sufficiente per passare.

Dovevo abbassare la testa,
e mi pareva così di fare
il mio inchino al mondo,
alla pianura, alle case,
alla creazione tutta.

La vita contiene misteri immensi, ma per entrarci
devi lottare
con la tua statura illusoria,
con il complesso
di superiorità,
devi inchinarti.

Se potessimo sostituire l’indifferenza verso l’altro con l’inchino davanti
ad ogni figlio di Dio,
ad ogni vita,
come il poeta
da quella torre,
ogni angolo del mondo
diventerebbe casa.

La porta stretta
l’ha passata anche Dio,
quando si è chinato
sull’umanità passando
per la porta piccola dell’incarnazione.

Una porta di umiltà,
che non vuol dire
abbassare la testa
ma alzare gli occhi,
distoglierli da sé e
guardare verso il cielo,
il mondo, le persone.

Umiltà è tornare all’essenza
delle nostre relazioni,
a non possedere cose
ma a sentirsi
responsabili di tutto.

La porta della parabola
è stretta ma è aperta;
stretta ma bella, perché
apre su uno spazio festoso,
la mensa imbandita,
un turbinìo di arrivi,
dove Dio
non è un dovere
ma un vino di festa.

Stretta ma sufficiente.
Infatti la sala è piena,
vengono i lontani
che forse
non sono migliori di noi
che siamo i vicini,
ma hanno operato
giustizia più di noi,
magari senza saperlo.

Sono i sorpresi, quelli che al giudizio universale dicono:
ma quando mai Signore
ti abbiamo visto povero!

Lui li riconoscerà
come suoi e
spalancherà la porta.
Un paradosso non facile:

entrano nella sala
quelli che non hanno
mai ascoltato e mai visto,
e fuori restano quelli che
hanno mangiato e bevuto
con il Signore.

È possibile stare
a un millimetro da Lui,
tra riti e formule,
incensi e indulgenze,
ma non conoscerlo davvero e
rimanergli estranei,
freddi al fuoco
che è venuto a portare.

Dalla porta limitata,
una storia di salvezza.

Per gentile concessione di p. Ermes – Fonte.

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