In questo brano del Vangelo vediamo Gesù che guarisce una donna inferma da diciotto anni, liberandola non solo dalla sua malattia fisica, ma anche dalla vergogna e dall’emarginazione. È un gesto di liberazione totale, che restituisce dignità, speranza e voce a chi, per troppo tempo, è rimasto curvo sotto il peso della sofferenza e dell’indifferenza.
Ma la scena si complica: il capo della sinagoga si indigna. Non nega la guarigione, ma ne critica il “quando”: è sabato, giorno di riposo, e secondo lui non si dovrebbe “lavorare”. Qui Gesù smaschera l’ipocrisia di un certo modo di vivere la religione: una fede che antepone le regole alla compassione, l’osservanza esteriore alla salvezza concreta delle persone.
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Gesù non è venuto per confermare un culto fatto di rituali senza cuore, ma per restituire all’uomo la vita, anche—e soprattutto—quando il sistema religioso lo esclude o lo opprime.
La donna curva può diventare simbolo di tanti oggi: piegati dalla malattia, dalla solitudine, dal giudizio, dall’indifferenza sociale o religiosa. Persone che nessuno guarda più, perché sono fuori dai tempi e dai criteri “giusti”. Ma Gesù la vede, la chiama, le parla con autorità e tenerezza. Il suo sguardo non è selettivo né moralista, ma compassionevole e liberante.
Dove altri vedono una regola da rispettare, lui vede una persona da amare.Quante volte anche noi rischiamo di anteporre il “si è sempre fatto così” alla voce dello Spirito che spinge verso la vita e la misericordia? La fede vera non è chiusa in uno schema, ma è dinamica, capace di piegare le norme davanti all’urgenza dell’amore.
Gesù ci insegna che ogni giorno è buono per fare il bene, anche quando questo mette in discussione le nostre abitudini religiose.
Per Riflettere
Nella mia vita spirituale, prevale la forma o la compassione? Sono capace di “vedere” chi è piegato dal dolore o dalla solitudine? So gioire quando Dio opera fuori dai miei schemi?
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
