Nel Vangelo, Gesù racconta una parabola che ci provoca: due uomini salgono al tempio per pregare. Uno è un fariseo, l’altro un pubblicano. Entrambi pregano, ma con un atteggiamento profondamente diverso.
Il fariseo si mette in mostra. La sua preghiera è un elenco delle sue virtù e dei difetti degli altri.
Non parla con Dio, ma di sé. Ringrazia non per ciò che Dio ha fatto, ma per quello che lui è ha fatto di buomo. Il pubblicano, invece, non osa nemmeno alzare lo sguardo: si batte il petto e dice solo “Abbi pietà di me peccatore”.
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E Gesù conclude dicendo che il pubblicano torna a casa giustificato, non il fariseo. Perché? Perché a Dio non piace l’arroganza, il cuore gonfio di orgoglio, la preghiera che giudica. A Dio non piace quando ci mettiamo sopra gli altri, quando la fede si trasforma da una relazione con Dio, in una forma di arrivismo spirituale, che serve per innalzarci al di sopra degli altri.
Quello che Dio ama è la verità del cuore. Ama chi si riconosce bisognoso, chi ha il coraggio di mostrarsi fragile, chi sa che la salvezza è dono e non conquista. Non gli interessa quanto appariamo religiosi, ma quanto siamo veri.
E allora oggi possiamo fermarci un momento e chiederci: come mi presento davanti a Dio? Con umiltà, come un figlio che si lascia guardare e amare? O come un giudice che si confronta con gli altri per sentirsi a posto? Ricordiamolo: Dio guarda il cuore, e quando vede un orgoglioso gira lo sguardo, ma il cuore umile gli piace davvero.
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