Preghiera e autenticitร
Preghiera e autenticitร : questo il rapporto posto in luce dal brano dellโAntico Testamento e dal vangelo. Il Signore gradisce la preghiera del povero e dellโoppresso (Sir 35,15b-17.20-22a) e accoglie la preghiera del pubblicano che si proclama peccatore davanti a lui (Lc 18,9-14). Vi รจ una fiducia in se stessi, un credersi giusti, che rende non accetta la preghiera del fariseo al tempio (cf. Lc 18,14), cosรฌ come vi รจ la possibilitร di un culto che รจ solo una farsa, una burla, anzi, un atto criminale, perchรฉ commisto a ingiustizia ed empietร (cf. Sir 34,23-24; 35,14-15). Nella preghiera si riflette e si svela lโautenticitร o la falsitร di ciรฒ che si vive e delle persone che siamo.
Il brano del Siracide si situa nel contesto di una riflessione sul culto. ร pertanto necessaria una contestualizzazione del brano liturgico per meglio comprenderlo e per tentarne unโinterpretazione. Sir 34,21-27 afferma che vi รจ un culto, dunque una preghiera pubblica, una liturgia, autentica, ma anche una menzognera. Una pratica cultuale abbinata a pratiche quotidiane di ingiustizia e di empietร , di sfruttamento del lavoratore e di sottrazione di cibo al povero, risulta essere โunโofferta da schernoโ (Sir 34,21) per Dio, unโaperta irrisione di Dio stesso, o anche, secondo una lezione attestata, โunโofferta corrottaโ (cf. la versione Vulgata:ย oblatio est maculata).
Lโautore sapienziale riprende le critiche profetiche al culto pubblico (Am 5,21-27; Is 1,11-17) e afferma che lโatto cultuale puรฒ divenire un atto criminale, un omicidio: Sir 34,24-27. Anzi, un omicidio della peggior specie: โUccide un figlio davanti a suo padre chi offre un sacrificio con i beni dei poveriโ (Sir 34,24; cf. 2Re 25,7). Lโautore critica poi una concezione quantitativa del culto, come se lโesaudimento fosse connesso al numero delle vittime offerte in sacrificio (โLโAltissimo non perdona i peccati secondo il numero delle vittimeโ: Sir 35,23). Non รจ la moltiplicazione degli atti cultuali, delle pratiche rituali, della partecipazione ad atti sacramentali che produce il vero fine della vita di fede, ovvero la conversione del cuore. Anzi, proprio lโazione cultuale, sposata al reiterarsi del peccato, diviene la migliore complice del peccato stesso.
Su questo sfondo si comprende perchรฉ il brano liturgico odierno inizi con lโaffermazione che โil Signore รจ giudiceโ (Sir 35,15b), immediatamente preceduta dallโesortazione: โnon corrompere [il Signore] con doni e a non confidare in sacrifici ingiustiโ (Sir 35,14-15). Lโazione cultuale รจ anche esposizione al Dio giudice. Ed รจ, per chi partecipa al culto, occasione di fare veritร in se stesso davanti a Dio. Esattamente come fa il pubblicano della parabola lucana, che dice in veritร se stesso davanti a Dio e, annota lโevangelista, โtornรฒ a casa suaย giustificatoโ (Lc 18,14).
Per la Bibbia poi, lโimmagine del Dio giudice rinvia direttamente alla sua sofferenza di fronte allโingiustizia commessa, alla sua con-sofferenza di fronte alla vittima e alla sua sofferenza di fronte al fallimento dellโuomo che ha commesso il male. Quando la Bibbia dice che โDio รจ giudice giustoโ e aggiunge immediatamente che โogni giorno si accende la sua iraโ (Sal 7,12), non ci presenta un Dio mosso da arbitrio e capriccio, ma toccato nel profondo e sconvolto dal male che il fratello perpetra nei confronti del fratello. Lโaffermazione biblica dellโira di Dio dice che Dio non รจ indifferente al male e che il grande male รจ lโindifferenza al male, รจ lโabitudine al male fino a non vederlo, a non denunciarlo, a non combatterlo e dunque a farsene complici. La vita รจ il luogo che manifesta lโautenticitร della preghiera. Tantโรจ vero che Siracide afferma che la preghiera che Dio accoglie รจ quella del povero, dellโoppresso, dellโorfano, della vedova (Sir 35,16-17), insomma di tutti i miseri, gli indifesi che sono in balia di chiunque voglia approfittare di loro.
- Pubblicitร -
Cosรฌ come รจ gradita e accetta a Dio la preghiera di chi soccorre la vedova (Sir 35,20, almeno stando alla traduzione della CEI dellโoscuro testo del versetto 20), ovvero, di chi riconosce il povero e lโorfano, la vedova e lโoppresso come fratelli e sorelle e cosรฌ confessa in veritร il Dio padre di tutti andando in loro aiuto. Queste preghiere ascoltate da Dio non si svolgono in un luogo sacro, non seguono rituali codificati, non obbediscono a schemi prestabiliti e gerarchizzati, ma fanno tuttโuno con la vita. Sono vita. Cosรฌ come sono autentica espressione di preghiera le โlacrimeโ e il โgrido controโ, di cui parlano i versetti 19-20 (il cui testo non รจ chiaro) non compresi nella pericope liturgica. Le lacrime sono preghiera potente sia nella tradizione ebraica che in quella cristiana.
Linguaggio non verbale, esse uniscono corpo e anima, interioritร ed esterioritร , e con il loro carattere tremulo e trasparente, rappresentano la delicata materialitร e lโesile visibilitร dellโanima. Il pianto sincero davanti a Dio, assimilabile alla preghiera a capo chino del pubblicano che riconosce la propria non edificante situazione, รจ un atto di coraggiosa resa: non ci si nasconde piรน dietro a maschere che gratificano il nostro ego diffondendo unโimmagine di noi stessi che incontra lโapprovazione altrui, e si riconosce la propria realtร , per deludente che essa sia o (ci) possa sembrare. E la preghiera che sgorga dalla vita a volte รจ anche un โgrido controโ (Sir 35,19): perchรฉ nella storia vi sono vittime e carnefici, e senza carnefici non ci sarebbero vittime. Cosรฌ la preghiera, quando non vuole ridursi a un ovattato e ipocrita interclassismo che tutto livella ed equiparaย pro bono pacis, diviene anche grido profetico che, in ultima istanza, invoca: โVenga il tuo Regno!โ.
Il brano evangelico รจ costituito da una parabola che Gesรน rivolge espressamente ad โalcuniโ che โerano sicuri di essere giusti e disprezzavano gli altriโ (Lc 18,9). Il prosieguo della parabola come i riferimenti ai farisei come โquelli che si ritengono giusti davanti agli uominiโ (Lc 16,15), induce a identificare i destinatari della parabola nei farisei, tuttavia, lโindefinito โalcuniโ, il fatto che tra gli ascoltatori di Gesรน ci fossero certamente anche i discepoli, e soprattutto il tipo di disfunzionamento religioso smascherato, suggerisce di estendere i destinatari del messaggio a tutti, e anzitutto ai lettori cristiani della parabola. La parabola dice infatti che รจ possibile pregare accanto, ma non insieme. E lโesperienza ci dice che anche in un coro monastico o in una comunitร religiosa si puรฒ rispettare lโunitร di tempo e di luogo della preghiera, ma fallire completamente lโunitร di cuore. E arrivare a non sopportare la vicinanza fisica di tale fratello o tale sorella per non rischiare di dover perfino scambiare il temutissimo segno della pace durante lโeucaristia.
La parabola inizia annotando che la situazione di partenza dei due personaggi รจ di uguaglianza: โDue uominiย salirono al tempioโ (v. 10). Il momento religioso diviene momento di esclusione. I due hanno una collocazione sociale profondamente differente: uno รจ un fariseo, lโaltro un esattore delle tasse. Ma la preghiera al tempio (poco importa che si trattasse di una preghiera pubblica o privata) non crea comunione, ma fa esplodere la distanza. Il fariseo prega istituendo un paragone con il pubblicano in nome della buona e certissima coscienza di essere nel giusto. Ma una convinzione di sรฉ che si basi sul confronto con altri รจ minata in radice. Nel fariseo si riflette forse lโidea di superioritร che deriva dallโappartenenza a una classe sociale e a uno strato della popolazione superiore rispetto al pubblicano.
La preghiera al tempio, nello stesso luogo, lโuno accanto allโaltro, non produce lโesito di una comunione. Il fariseo traspone sul piano della sua preghiera, una vera โpreghiera dellโesclusioneโ (Josรฉ Tolentino), la propria convinzione di superioritร sociale, morale e, ovviamente, anche religiosa. ร come se fosse โla vita a determinare la loro coscienza e non la loro coscienza a determinarne la vita โฆ Il tempio, luogo pubblico, per la sua funzione sociale, puรฒ anche rafforzare gli individui nel loro ruolo e investirli di uno statuto che incida sulla loro identitร e pure sulla loro coscienzaโ (Franรงois Bovon).
- Pubblicitร -
Prima ancora che le parole che pronunciano nella preghiera รจ il loro linguaggio corporeo che parla: il fariseo, per cui la preghiera โera unโattivitร quasi di routineโ (John Stanley Glen) occupa un posto davanti e prega ritto in piedi; il pubblicano โ certamente meno avvezzo a preghiere al tempio โ, si ferma a distanza, non osa alzare gli occhi al cielo, si mostra impacciato e intimidito. Si batte il petto, compiendo un gesto spesso riferito a situazioni di disperazione come di fronte a un lutto (Lc 8,52; 23,27.48). E forse proprio questo รจ il senso del gesto: tanto che accompagna lโinvocazione โSii riconciliato con meโ (ilรกsthetรญ moi: v. 13; non abbiamoย elรฉesรณn me, โabbi pietร di meโ: Lc 18,38-39), che indica la fine di una condanna, il ristabilimento di una relazione, la rinascita da una morte. Lโeffetto trasformativo della preghiera al tempio si manifesta nel pubblicano che ha saputo porsi in veritร e autenticitร davanti a Dio. Da colui che era persuaso di essere giusto (v. 9) si passa cosรฌ a colui che viene dichiarato giusto da Dio (v. 14).
Per gentile concessione del Monastero di Bose.
