Sorprende sempre, anche al lettore poco attento ai dettagli, la sobrietà e la naturalezza con la quale gli evangelisti narrano eventi straordinari.
Sarebbe infatti fuori da ogni regola e sconcertante sentire qualcuno dire di sé stesso che dovrà “soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Ma quello che sembra fuori da ogni regola di comunicazione non vale per Gesù. Il comportamento di Gesù spiazza sempre noi benpensanti comodamente arroccati nelle nostre consuetudini.
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Gesù però non spiazza più di tanto coloro che stanno con lui che “si trovava in un luogo solitario a pregare”. Non li spiazza più di tanto, i suoi, se non quando questi si sentono rivolgere una domanda dal sapore quasi vanitoso: “Ma voi, chi dite che io sia?”.
La risposta di Pietro è perentoria: “Il Cristo di Dio” e consente a Gesù di sintetizzare in due parole e di rivelare in anteprima il suo destino di “Cristo di Dio” e di “Figlio dell’Uomo”. Lo rivela però con un severo ordine, quello di non riferire questo a nessuno. Viene il sospetto, si fa per dire, che Gesù fosse a conoscenza di una dinamica conosciuta e cara agli studiosi della comunicazione, la dinamica del dire a qualcuno di “non pensare ad un elefante” con il risultato che l’immagine dell’elefante viene immediatamente sviluppata nella sua mente.
La nostra mente è paragonabile ad una specie di pellicola negativa (quella delle vecchie macchine fotografiche) sulla quale viene immediatamente sviluppata l’immagine positiva. Più Gesù ci intima, severamente, di non parlare di Lui e più ci vien voglia di farlo. Benedetta disubbidienza, direbbe l’ossimoro!
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
