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Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 16 Settembre 2025

Commento al brano del Vangelo di: Lc 7,11-17

Data:

Vangelo del giorno di Lc 7,11-17

Ragazzo, dico a te, alzati!

Dal Vangelo secondo Luca
 
In quel tempo, Gesù si recò in una città chiamata Nain, e con lui camminavano i suoi discepoli e una grande folla.
Quando fu vicino alla porta della città, ecco, veniva portato alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova; e molta gente della città era con lei.
Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei e le disse: «Non piangere!». Si avvicinò e toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: «Ragazzo, dico a te, àlzati!». Il morto si mise seduto e cominciò a parlare. Ed egli lo restituì a sua madre.
Tutti furono presi da timore e glorificavano Dio, dicendo: «Un grande profeta è sorto tra noi», e: «Dio ha visitato il suo popolo». Questa fama di lui si diffuse per tutta quanta la Giudea e in tutta la regione circostante.

Parola del Signore.

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Un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova.
Sembra l’inizio di un film horror, il peggiore degli incubi, la paura inconscia che, se genitori, ci tormenta.

Ci spaventa la morte, giustamente, è una realtà misteriosa, che ci inquieta, che ci stordisce.
Ma più della nostra morte ci spaventa la morte di chi amiamo.
E fra chi amiamo, certamente, ci inorridisce la morte di un figlio che percepiamo, giustamente, come innaturale e folle.

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No: non è nell’ordine delle cose che un padre, che una madre, seppelliscano un figlio, figlio unico, perdipiù.
Gesù non glissa su questo aspetto, non fa finta di niente, entra in questa città dell’anima lugubre e deserta, la risana.

Naim, la fiorita.
Un piccolo villaggio immerso nelle colline poco distante da Nazareth.
Ma la fiorita è appassita come appassisce la vita di chi si scontra con la morte precoce e assurda.

Gesù prova compassione, non è indifferente a quanto accade, non fa finta, non assume un volto di circostanza come spesso facciamo noi.
Il verbo usato per indicare lo stato d’animo di Gesù indica uno strazio interiore, un laceramento, un movimento viscerale.

Non è indifferente al dolore il nostro Dio, non si bea nella sua perfezione, non ha paura delle proprie emozioni.
Certo, sono ancora molti i figli rimasti morti e i genitori straziati, ci mancherebbe.

Eppure quella compassione di Dio, quell’avvicinarsi, toccare (contraendo impurità), restituire vita ci indicano un percorso diverso, altro, alto.
Così come non basta la salute ma necessitiamo di salvezza, anche la morte, nella logica di Dio, diventa realtà straziante ma penultima.

L’ultima parola, sempre, la proclama Dio ed è una parola di vita assoluta, di luce, di speranza.
Il ragazzo morto che è in noi viene riportato in vita, Dio solo può scatenare come un oceano tutta la vita di cui è artefice.

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Questo siamo chiamati a credere, a vivere, a testimoniare, a volte anche con le parole, con la nostra empatia, compassione, affetto verso chi soffre.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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