L’Esaltazione della Santa Croce: Amore e Salvezza
Don Claudio si concentra sulla Festa dell’Esaltazione della Santa Croce, che ricorre il 14 settembre. Viene spiegato che questa celebrazione ha radici storiche nella dedicazione della basilica di Gerusalemme, costruita per volere di Sant’Elena e Costantino, che custodiva il Calvario e il Sepolcro.
La Croce è presentata non come un mero oggetto, ma come il simbolo dell’amore divino e della salvezza, offerta da Gesù attraverso il suo sacrificio. Il brano del Vangelo di Giovanni, che illustra come Gesù sia stato innalzato per la salvezza del mondo, viene messo in parallelo con l’episodio biblico del serpente di bronzo innalzato da Mosè nel deserto, un’analogia che sottolinea il tema della guarigione e della vita eterna attraverso la fede.
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Infine, viene evidenziato come la croce, pur rappresentando il male e l’ingiustizia, sia trasformata dall’amore di Cristo in un segno di salvezza e speranza, ribaltando la logica umana del dolore e della condanna.
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Trascrizione generata automaticamente da Youtube e rivista tramite IA.
Il 14 settembre è la festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Quest’anno, cadendo di domenica, ha la precedenza sulle letture domenicali della 24ª domenica del tempo ordinario. Ascoltiamo, quindi, le letture proprie di questa festa, che è legata alla storia cristiana di Gerusalemme.
L’imperatore Costantino, animato soprattutto dalla madre Elena, fece costruire a Gerusalemme alcune basiliche. La più importante è quella che custodiva il Calvario e la grotta del sepolcro. La dedicazione della Basilica della Santa Croce a Gerusalemme è diventata la festa dell’Esaltazione della Croce. È una ripresa della tematica del Venerdì Santo e il legno della croce è proposto come l’albero della salvezza quando viene intronizzato solennemente nel santuario cristiano.
Noi non celebriamo, però, quel fatto architettonico o liturgico. Ricordiamo l’importanza della croce per la nostra salvezza, non tanto dell’oggetto in sé, quanto del fatto che Gesù, figlio di Dio, abbia dato la vita per noi. È quello che mette in evidenza il Vangelo secondo Giovanni. Ci è proposto un brano tratto dal capitolo 3, dal dialogo con Nicodemo, quando Gesù gli dice: “Nessuno è mai salito al cielo se non il figlio dell’uomo che dal cielo è disceso”. Solo colui che scende può salire. “Dio ha tanto amato il mondo da dare il figlio unigenito”. È la rivelazione di Gesù come figlio di Dio, dato dal Padre, offerto all’umanità. Il figlio è il segno dell’amore, l’amore con cui il figlio ama il Padre dimostra quanto Dio ami l’umanità. Non vuole che nessuno vada perduto, ma abbia la vita eterna. “Dio non ha mandato il figlio nel mondo per condannare il mondo, ma per far sì che il mondo, per mezzo di lui, possa salvarsi”.
È data la possibilità di essere salvi. Non è che Dio Padre voglia la morte del Figlio, vuole rivelare il proprio amore. E il figlio non vuole la morte, vuole essere fedele al Padre, ma per mantenere questa fedeltà, questa adesione totale, deve affrontare l’odio e la violenza degli uomini, proprio quegli uomini che sono destinatari del suo amore. E si lascia mettere in croce per non usare violenza contro l’uomo, per dimostrargli quanto gli vuole bene. La croce è il segno trinitario dell’amore di Dio, ci dimostra quanto il Signore voglia bene all’umanità.
In quel testo giovanneo si fa riferimento al serpente che Mosè innalzò nel deserto. E Gesù spiega: “Così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo”. Bisogna, è necessario, appartiene al progetto di Dio che il Figlio sia innalzato. Nel linguaggio giovanneo l’innalzamento corrisponde alla croce. La gloria per cui Gesù viene portato in alto coincide stranamente con il patibolo della croce. Innalzare ha un doppio significato: da una parte significa mettere in croce, appendere al palo; dall’altra significa far salire sul trono, far salire in alto, in cielo. “O uno o l’altro”, diremmo noi. Invece, nella logica giovannea i due fatti coincidono. Gesù viene innalzato nella gloria proprio nel momento in cui viene innalzato sulla croce, come Mosè aveva innalzato il serpente nel deserto. È ciò che ci racconta la prima lettura dal libro dei Numeri.
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È un episodio strano inserito nella serie dei polemici rifiuti di Israele nei confronti di Mosè. Il popolo si lamenta, contesta, vorrebbe tornare in Egitto, non sopporta il viaggio e parla contro Mosè e contro Dio. I serpenti velenosi nel deserto sono il segno della punizione. Ma il popolo si pente, riconosce di avere peccato, chiede perdono. Mosè intercede a favore del popolo perché possa essere salvato e il Signore gli propone un simbolo: “Fai un serpente di bronzo, mettilo sopra un’asta alto in mezzo all’accampamento. Chiunque, dopo essere stato morso, guarderà quel serpente innalzato resterà in vita”. Così Mosè fa e così il popolo si salva.
Nel tempio di Gerusalemme c’era un oggetto del genere, un serpente di bronzo o di rame che veniva in qualche modo a essere oggetto di culto e di venerazione da parte del popolo. Questo simbolo arcaico ci richiama il tema del male. Il serpente è visto come figura negativa, l’origine del male. Il serpente che morde, essendo velenoso, fa morire. Guardare il serpente di bronzo permette di vivere. È un oggetto simbolico sacro, è un segno di male che, tuttavia, ottiene l’effetto contrario. È un po’ il principio della oggettivizzazione del male. Viene oggettivato, cioè, non è una cosa generica, è proprio quello lì. “Io mi vedo malato, riconosco il mio peccato, lo identifico, lo guardo in faccia, lo ammetto”. Quando lo riconosco come male, non fa più male. Nello stesso tempo è un principio di omeopatia: ciò che fa male fa anche bene. Il male viene trasformato.
D’altra parte, la croce di Cristo è una ingiustizia, è un patibolo infame. Gesù in croce è un innocente ucciso violentemente. È uno sbaglio giudiziario madornale, è il peggiore dei mali: l’uomo che ammazza Dio. Peggio di così non si può. È male, è ingiustizia, è cattiveria, è la negatività più assoluta. E invece noi celebriamo la croce, la esaltiamo, la mettiamo in alto come segno della nostra salvezza. Chi è che ha capovolto la situazione? L’atteggiamento di Gesù. Guardare il crocifisso è guardare un male, una cattiveria, un rifiuto che viene capovolto dalla potenza di Dio e diventa accoglienza, generosità, amore. Contemporaneamente, la croce dice il male di chi odia e uccide, ma dice anche la bontà di chi è pronto a dare la vita per l’altro. “Non dimenticate le opere del Signore”, ripetiamo al salmo. Salmo storico che fa l’elenco della misericordia di Dio con il popolo testone nel deserto. “Non dimenticate le opere del Signore”. La croce è l’opera per eccellenza. “Questa è l’opera del Signore, ricordatela”. E nella seconda lettura, l’inno cristologico della lettera ai Filippesi celebra perfettamente il mistero della discesa e della ascesa: “Colui che è Dio si abbassò fino in fondo, per questo Dio lo ha esaltato”. Esaltiamo la Santa Croce, cioè esaltiamo l’amore di Dio che capovolge il nostro male e rende possibile la salvezza.
