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Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 3 Settembre 2025

Vangelo del giorno di Lc 4,38-44

È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato.

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, entrò nella casa di Simone. La suocera di Simone era in preda a una grande febbre e lo pregarono per lei. Si chinò su di lei, comandò alla febbre e la febbre la lasciò. E subito si alzò in piedi e li serviva.
Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi affetti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. Da molti uscivano anche demòni, gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, perché sapevano che era lui il Cristo.
Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle lo cercavano, lo raggiunsero e tentarono di trattenerlo perché non se ne andasse via. Egli però disse loro: «È necessario che io annunci la buona notizia del regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato».
E andava predicando nelle sinagoghe della Giudea.

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Parola del Signore.

Siamo guariti per metterci al servizio, come la suocera di Pietro.
Il fatto di avere incontrato il Signore ci spinge a diventare servi gli uni degli altri, a portare la luce del vangelo a coloro che ci stanno accanto.

Gesù si china su di noi, sulle nostre fatiche, sulle nostre tenebre, e ci libera da ogni febbre, da tutto ciò che ci impedisce di amare e di scoprirci amati.

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Gli indemoniati portati al Signore ci inquietano: il demonio professa la fede, sa benissimo che Gesù è figlio di Dio!
Non basta professare la fede per essere discepoli, occorre comportarsi di conseguenza…

Stiamo attenti, allora, nelle nostre comunità, nella nostra catechesi, a non concentrarci solo sul contenuto: non basta “sapere” la fede per essere coinvolti dal vangelo, e portati a compiere scelte di vita coraggiose.
Un popolo che “sa” la fede ma non la vive non è un popolo di discepoli…

La fede è molto di più: quando il sapere diventa “agire”, lasciarsi coinvolgere, appassionarsi, vedere le cose in altro modo.
Gesù ci invita a fare esperienza di Dio, ad andare a vedere dove egli abita, lasciandoci affascinare dalla sua libertà, dalla sua fede, dalla sua compassione.

Davanti a tanti prodigi, la gente lo vuole trattenere.
Ma non possiamo trattenere il Maestro, non scherziamo.
Non possiamo possederlo, ingabbiarlo, definirlo, bloccarlo.
Vorremmo, ci piacerebbe, sarebbe magnifico, ma non è possibile.

Dio non è a nostro servizio, non è il genio della lampada pronto ad esaudire ogni nostro desiderio (sano e malsano).
Ora siamo in grado di farcela da soli, di imitarlo, di diventare suoi discepoli.

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Il Maestro ha un’altra urgenza, deve portare la buona notizia del regno ad altre città, in altri luoghi, in altri cuori.
Non possiamo trattenerlo, non scherziamo.

Possiamo però seguirlo per diventare anche noi dei guaritori, perché noi per primi siamo stati guariti dalle nostre ferite profonde, per diventare anche noi degli annunciatori.
E sentire l’urgenza, la necessità di dire di Dio.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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