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p. Ermes Ronchi – Commento al Vangelo di sabato 30 Agosto 2025

La Parabola della Creatività e della Vita

Padre Ermes interpreta la parabola biblica dei talenti non come un test divino, ma come un invito alla creatività e a non avere paura. Il commento contrappone due visioni del mondo: quella dei servi che fanno fruttificare i talenti, vedendo la vita come opportunità e sorgente, e quella del terzo servo che, per paura, nasconde il suo, percependo il mondo come una minaccia stagnante.

La spiegazione sottolinea che i doni divini sono semi di vita destinati a crescere e a beneficiare non solo chi li riceve, ma anche gli altri, invitando a una fedeltà qualitativa a sé stessi e ai propri mezzi. Dio non è un padrone esigente, ma una forza che promuove la crescita, e i doni non sono solo abilità, ma anche le persone che incontriamo.

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Il messaggio finale è un invito a vivere senza timori, trasformando i doni ricevuti in un incremento di vita, come suggerisce la poesia di Ada Negri che chiude la riflessione, paragonando il distacco finale a quello di una foglia che si stacca serenamente.

Guarda il video o leggi la sua trascrizione (sotto).

Trascrizione:

“La parabola dei talenti contrappone due visioni del mondo. Da un lato ci sono i servi che, ricevuti i talenti, li fanno fruttificare. Questi vedono la vita come se fosse una sorgente che non viene mai meno; vedono il mondo come un campo a primavera dove il seme fruttifica sempre e, cosa più importante ancora, stanno bene al mondo.

Il terzo servitore, quello del talento nascosto, vede la vita e il mondo come qualcosa di stagnante, di concluso. Li sente come una minaccia e non come un’opportunità e allora sta male al mondo. Non può essere contento di questo inverno che vede attorno e infatti ha paura, nasconde il talento, si blocca ed esce così dalla logica della creazione, perché tutto ciò che ci è dato – il mondo, le persone, il cuore – sono talenti che devono crescere e svilupparsi. Noi siamo servitori di una forza buona, di una forza lievitante che è dentro tutto ciò che vive. Siamo tutti creatori con il Creatore, a sua immagine, di lui che sparge i semi di vita a piene mani senza contare.

Così fanno i primi due servitori: nella loro mente non c’è un rendiconto che incombe, un esame da superare che turba il sonno, ma c’è un appello alla vita che preme, che domanda di essere aiutata a crescere e a fiorire. Il Vangelo è pieno di una teologia semplice, la teologia del seme, del lievito, di inizi che devono… a noi spetta il lavoro paziente e intelligente di chi ha cura dei germogli. Dio è la Primavera del Cosmo; a noi il compito di essere l’estate profumata di frutti.

La parabola dei talenti è il poema della creatività, ma senza voli retorici. Nessuno di questi tre servitori pensa di poter salvare il mondo; tutto invece odora di casa, di viti, di olivi o, come nella prima lettura, di lana, di fusi, di lavoro, di semplicità, di concretezza. Scrive Albert Schweitzer: «Ciò che tu puoi fare è solo una goccia nell’oceano, ma è questa goccia che può dare senso a tutta la tua vita».

La parabola dei talenti è un invito a non avere paura, perché la paura paralizza, ci rende perdenti e sterili. Quante volte abbiamo rinunciato a vincere solo per la paura di finire sconfitti? Il Vangelo ci aiuta a tre cose: a non avere paura, a non fare paura e a liberare dalla paura e soprattutto da quella che è la… leggiamo bene il seguito della parabola: Dio non è un padrone esigente che rivuole indietro per sé i talenti che ha dato con in aggiunta quello che i servi hanno guadagnato. Ciò che i servi hanno realizzato non solo rimane a loro, ma è moltiplicato un’altra volta. Dice infatti il padrone: «Servo buono, sei stato fedele nel…». I servi vanno per restituire e Dio rilancia. Questo incremento, questo accrescimento di vita è la logica del Dio creatore, questa spirale d’amore crescente.

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Tutto ciò che noi non siamo chiamati semplicemente a rendere conto a Dio dei suoi doni, ci sono dati perché diventino seme di altri doni, perché diventino sorgente di vita per noi e per tutto ciò che ci è affidato. Non c’è nel Vangelo, infatti, chi consegna 10 talenti non è più bravo di chi ne consegna solo quattro; non c’è un dieci ideale da raggiungere. C’è da camminare con fedeltà a te stesso, a ciò che hai ricevuto, a ciò che sai fare, là dove la vita ti ha messo: nella fedeltà a te stesso, senza maschere e senza paure. Le bilance di Dio non sono quantitative ma qualitative.

Infine, mi piace pensare questo: che i doni che io ho ricevuto non sono semplicemente le doti intellettuali o di carattere o le mie capacità. Ogni persona che incontro è un dono del cielo, è un talento che mi è offerto. E allora poter dire a ciascuno: «Tu sei un talento per me e io ti accolgo come dono» può dirlo lo sposo alla sposa, l’amico all’amico: «Tu sei il mio talento e l’unico mio scopo è aiutarti a fiorire».

Vi lascio ora una poesia di Ada Negri dal titolo “Pensiero d’autunno”: «Fammi uguale, Signore, a quelle foglie moribonde che vedo oggi nel sole tremare dell’Olmo sul più alto ramo. Tremano sì, ma non di pena. E tanto limpido il sole e dolce il distaccarsi dal ramo per congiungersi alla Terra. S’accendono alla luce ultima cuori pronti all’offerta e l’agonia per esse alla clemenza d’un mite Aurora. Fa che io mi stacchi dal più alto ramo di mia vita così, senza lamento, penetrata di Te come del sole».”

Altro commento:

OGNI CREATURA É TALENTO PER GLI ALTRI

e poterlo dichiarare
a qualcuno
ci fa entrare,
con passo creatore,
nella liturgia dei viventi.

Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, consegnò ai servi i suoi beni.

Dio ci consegna qualcosa con poche istruzioni per l’uso, e tanta libertà.
Ci consegna il mondo, e poi esce di scena.

Un volto di Dio che ci innalza a con-creatori
con l’unica regola di Adamo nell’Eden:
‘coltiva e custodisci’
il giardino dove sei posto, cioè ama e moltiplica la vita.
Tu, sacerdote di quella che è la liturgia primordiale del mondo.

Ecco due visioni opposte dell’esistenza:
la vita, e i suoi talenti, come opportunità; oppure la vita come un lungo tribunale, pieno di rischi e paure.

I primi due servi vedono la vita come possibilità felice, e Dio li sorprende raddoppiando la posta:
sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto.
Non di una restituzione si tratta, ma di un rilancio.

L’ultimo non ci prova neppure, paralizzato dalla paura di uscirne sconfitto.

Non ha capito che, affidandogli il suo talento,
il padrone vuole insegnargli la fiducia, opportunità che lui seppellisce.

Su tutto incombe la paura del castigo, e il dono si trasforma in incubo.
Il servo ha paura di Dio!
Ne ha un’immagine orribile: tu mieti dove non hai seminato…

Si sbaglia su Dio e tutta la vita è sballata; diviene schiavo della sua stessa paura, Adamo senza più giardino.

Noi non viviamo per restituire a Dio i suoi doni, il padrone non ha bisogno di quei talenti affidati, immagine distorta che lo immiserisce.

Non c’è un capitalismo della quantità, e chi consegna dieci talenti non è più bravo di chi ne rende quattro.

Dopo la lunga e fiduciosa assenza di Dio, il giudizio non guarderà alla bilancia della quantità di guadagno, ma a quella della qualità del servizio.

Una pedagogia gioiosa della vita.

La parabola dei talenti è il poema della creatività senza retorica.

Nessuno dei tre servi crede di dover salvare il mondo. Tutto invece sa di casa, di vite e di olivi, o, come nella prima lettura, di lana, di fusi, di lavoro e di attesa: fedele nel poco, nel piccolo.

Il mondo e la vita mi affidano un pezzetto di giardino incompiuto, mio talento che deve fiorire.
Una spirale di vita crescente che è legge divina, pena il non senso della vita stessa.

Un giorno non mi sarà chiesto perché non sono stato Mosè o Elia o uno dei profeti, ma dovrò rendere conto se sono stato o meno me stesso, servo fedele ed emozionato della vita, camminatore avvolto dai doni di Dio.

Nessuno è senza talenti, è la legge della creazione;

ogni creatura è talento per gli altri, e poterlo dichiarare a qualcuno ci fa entrare, con passo creatore, nella liturgia dei viventi.

Non ci sono dieci talenti ideali da raggiungere:
è sufficiente la fedeltà a ciò che ho ricevuto, a ciò che so fare, là dove la vita mi ha messo.

Fedele alla mia verità, proverò a coltivarla e a gustarla, senza maschere né paure.

Per gentile concessione di p. Ermes – Fonte.