Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 29 giugno 2025.
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Per itinerari diversi, giunsero alla stessa meta
Con una frase a noi ben nota – “Avevano un cuore solo e un’anima sola” – Luca sintetizza il pieno accordo esistente nella comunità primitiva (At 4,32).
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Eppure, nella storia della Chiesa, raramente si sono registrati tensioni e contrasti tanto forti come quelli verificatisi nei primi decenni. I cristiani di origine giudaica – custodi gelosi delle consuetudini religiose del loro popolo – esigevano che si continuasse ad osservare le prescrizioni della legge, come segno di fedeltà a Dio.
Gli spiriti più aperti invece avevano preso coscienza che “le tradizioni degli antichi” avevano adempiuto il loro compito (portare a Cristo). Continuare a imporle costituiva un serio ostacolo per i pagani che desideravano aderire al vangelo.
Pietro – un conservatore, per l’educazione ricevuta, anche se non fanatico – cercò di mediare fra le due anime della comunità, ma scontentò un po’ tutti.
Paolo – lui sì un tradizionalista fanatico – era partito dalle posizioni più rigide della religione giudaica, poi era giunto a una rottura radicale con il passato, al punto da divenire intollerante con chi – come Pietro – non aveva il coraggio di fare scelte radicali. Un giorno, ad Antiochia di Siria, lo insultò pubblicamente dandogli dell’ipocrita (Gal 1,11-14).
In seguito, i rapporti fra i due apostoli furono ristabiliti e in una sua lettera Pietro chiama Paolo “nostro fratello carissimo” (2 Pt 3,15).
Insieme hanno dato la vita per Cristo e insieme oggi li festeggiamo.
Per cammini diversi – e molto lentamente – sono giunti a riconoscere in Gesù il messia di Dio.
Pietro ha incontrato per la prima volta colui che doveva divenire il suo Maestro lungo il lago di Galilea. All’inizio lo identificò come il carpentiere venuto da Nazaret; poi si rese conto che era un grande profeta; in seguito, a Cesarea di Filippo, scoprì finalmente la sua vera identità. Dichiarò: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente” (Mc 8,27).
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Professò una formula di fede perfetta. Tuttavia, credere in Cristo non significa aderire a un pacchetto di verità, ma condividere le scelte di vita che egli propone. I sogni che coltivava Pietro non erano quelli del Signore: “Tu non pensi secondo Dio – gli disse Gesù – ma secondo gli uomini” (Mc 8,33).
Solo alla luce della Pasqua cominciò a capire e, timidamente, giunse a confessare la sua fragile fede: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene” (Gv 21,17).
Paolo ha percorso un cammino diverso. Ha considerato Gesù prima come un avversario da combattere, un demolitore delle speranze messianiche d’Israele, un bestemmiatore che predicava un Dio diverso da quello dalle guide spirituali del suo popolo.
Lo aveva conosciuto “secondo la carne” (2 Cor 5,16), secondo i criteri religiosi, politici e sociali di questo mondo. In base a questi parametri, non poteva che giudicarlo un malfattore, un sovvertitore dell’ordine stabilito, un eretico.
Sulla via di Damasco ricevette la luce dall’alto e comprese: Gesù, il crocefisso, è il Messia di Dio. Da quel momento tutto ciò che per lui costituiva un prezioso tesoro, si trasformò in spazzatura (Fil 3,7-8).
Se la nostra esperienza di fede è meno sofferta di quella dei due apostoli che oggi festeggiamo, forse non è altrettanto autentica.
Per interiorizzare il messaggio, oggi ripeteremo:
Le vie sono diverse, ma tutte conducono al Signore.
Vangelo Mt 16,13-19
13 Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?”.
14 Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. 15 Disse loro: “Voi chi dite che io sia?”.
16 Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
17 E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18 E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19 A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”.
A Filippo – uno dei figli prediletti – Erode il grande, pochi giorni prima di morire, aveva assegnato la parte nord del suo regno, quella terra di Bashàn – l’attuale Golan – che nella Bibbia è celebrata per la fertilità del suolo, i pascoli rigogliosi, la fecondità dei greggi e degli armenti. Nel punto più incantevole di questa regione, là dove, fresche e abbondanti, scaturiscono le acque del fiume Giordano e dalla pianura, irrigata da innumerevoli ruscelli, sale il profumo di una vegetazione lussureggiante, Filippo aveva edificato la sua capitale che, in onore del potente di turno, l’imperatore Tiberio, aveva chiamato Cesarea.
Prima la località si chiamava Panias perché si riteneva che, in questo angolo di paradiso, Pan e le Ninfe avessero stabilito la loro dimora.
È in questa deliziosa cornice che l’evangelista colloca le due domande che Gesù rivolge ai suoi discepoli: “Chi è per la gente il figlio dell’uomo?”; “E voi chi dite che io sia?”.
Il contesto geografico in cui l’episodio è ambientato conferisce ai due quesiti una carica particolare.
I discepoli sono affascinati dal paesaggio, dalla vita agiata degli abitanti della regione e dalla magnificenza dei due palazzi del tetrarca.
È di fronte a questo spettacolo che Gesù vuole che prendano coscienza della scelta che si impone a chi lo vuole seguire.
Cosa si aspetta da lui la gente e, soprattutto, cosa si aspettano loro, i discepoli?
Pan e le Ninfe mostrano di saper colmare di beni della terra i loro devoti; Gesù cos’è in grado di offrire? Ai suoi amici Filippo elargisce ricchezza, posizioni di prestigio e di potere, li fa partecipi delle gioie della sfarzosa vita di corte. Gesù assicura qualcosa di meglio?
Cosa si dice in giro sul suo conto?
La risposta a questo primo quesito è semplice: la gente lo accosta a personaggi eminenti, al Battista, a Elia, a Geremia, agli antichi profeti (vv. 13-14).
È innegabile l’ammirazione degli uomini di tutti i tempi per Gesù, eppure la stima e la venerazione per lui non sono sufficienti per essere considerati suoi discepoli.
A lui non basta essere ritenuto la personificazione di valori eccellenti, perseguiti in genere da tutte le persone di buona volontà; non vuole essere considerato uno dei tanti che si sono distinti per l’onestà e la lealtà, per l’amore ai poveri, per l’impegno profuso in favore della giustizia, della pace, della non violenza.
Vuole sapere cosa pensano di lui i discepoli: “Chi sono io per voi?”.
A nome anche degli altri, Pietro risponde: “Tu sei il Cristo”, il messia, il salvatore annunciato dai profeti e atteso dal nostro popolo (v. 16).
La professione di fede che ha pronunciato è perfetta, ma si è reso conto di ciò che implica?
Il seguito del racconto (non riportato nel brano evangelico odierno), mostra chiaramente che Pietro, in realtà, non ha capito nulla del Cristo. Pensa ancora al messia che – più del dio Pan – sarà in grado di favorire il benessere terreno; ritiene che, ai suoi seguaci, egli conferirà gloria e potere – come fa il divo Augusto, in cui onore Erode il grande ha edificato uno splendido tempio sulla sorgente del Giordano.
Nella seconda parte del brano (vv. 17-20) l’evangelista riferisce la risposta di Gesù a Simone: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa…”.
L’interpretazione di questa dichiarazione del Maestro non è semplice. Per quale ragione e in che senso Simone è chiamato “pietra” su cui viene edificata la chiesa? Una semplice affermazione del primato del papa? No, molto di più.
Cominciamo a fare due osservazione che ci aiutano a capire meglio questo importante testo.
Anzitutto notiamo che della “roccia” posta a fondamento della chiesa si parla altre volte nel NT e questa “roccia”, solida, inamovibile, è sempre e solo Cristo.
“Nessuno – dichiara Paolo – può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo” (1 Cor 3,11).
Ai cristiani delle comunità dell’Asia Minore ricorda così la loro gloriosa condizione: “Voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore” (Ef 2,19-21).
Più esplicito ancora è Pietro che, nella sua prima lettera, invita i neo-battezzati a non staccarsi mai da Cristo, perché egli è la “pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio”. Poi sviluppa l’immagine e, rivolto ai cristiani, dice: “Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”, uniti come siete alla “pietra angolare, scelta, preziosa” collocata da Dio, nel giorno di Pasqua, come base di tutta la costruzione (1 Pt 2,4-6).
La seconda osservazione è che il nome dato a Simone – Cefa-Pietro – in aramaico (la lingua parlata da Gesù) non significa roccia, ma semplicemente pietra da costruzione.
La pietra di cui parla Gesù è la fede professata da Pietro.
È questa fede che costituisce il fondamento della chiesa, che la mantiene unita a Cristo-roccia, che la rende incrollabile e le permette di non essere mai sopraffatta dalle forze del male. Tutti coloro che, come Pietro e con Pietro, professano questa fede, vengono inseriti, come pietre vive, nell’edificio spirituale progettato da Dio.
L’espressione le porte dell’inferno non va materializzata. Queste porte rappresentano il potere del male, indicano tutto ciò che si oppone alla vita e al bene dell’uomo. Nulla mai – assicura Gesù – potrà impedire alla chiesa di portare a compimento la sua opera di salvezza, a condizione che rimanga strettamente unita a lui, il figlio del Dio vivente.
Pietro riceve anche le chiavi e il potere di legare e di sciogliere.
Sono due immagini impiegate spesso dai rabbini.
Consegnare le chiavi equivale ad affidare l’incarico di gestire la vita che si svolge all’interno di un palazzo; significa concedere il potere di introdurre in casa o di negare l’accesso.
I rabbini erano convinti di possedere “le chiavi della Toráh” perché conoscevano le sacre Scritture; ritenevano che tutti dovevano dipendere dalle loro decisioni dottrinali, dai loro giudizi; si arrogavano il diritto di discriminare fra giusti e ingiusti, fra santi e peccatori.
Gesù riprende questa immagine nella sua dura requisitoria contro gli scribi: “Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito” (Lc 11,52). Invece di aprire la porta della salvezza, essi la sbarravano, non rivelando al popolo il vero volto di Dio e la sua volontà.
A costoro Gesù ha sottratto la chiave di cui si erano abusivamente appropriati; ora è soltanto sua.
Riprendendo la profezia di Isaia su Eliakìm (Is 22,22), il veggente dell’Apocalisse dichiara che è Cristo, e nessun altro, “colui che apre e nessuno chiude, che chiude e nessuno apre” (Ap 3,7).
L’edificio spirituale cui Gesù fa riferimento è “il regno dei cieli”, la condizione nuova in cui entra chi diviene suo discepolo e la chiave che permette di entrare è la fede professata da Pietro.
Consegnando le chiavi a Pietro, Gesù non lo incarica di fare il portinaio del paradiso, né, tanto meno, di “farla da padrone” sulle persone a lui affidate, ma gli ingiunge di “divenire modello del gregge” (1 Pt 5,3), gli affida il compito di spalancare a tutti l’ingresso alla conoscenza di Cristo e del suo vangelo. Chi passa attraverso la porta aperta da Pietro con la sua professione di fede (è questa la “porta santa”) accede alla salvezza; chi si rifiuta rimane escluso.
L’immagine del legare e sciogliere si riferisce alle decisioni riguardanti le scelte morali. Legare significava proibire, sciogliere era a dichiarare lecito. Indicava anche il potere di pronunciare giudizi di approvazione o di condanna del comportamento delle persone e quindi di ammetterle o di escluderle dalla comunità.
Dal brano evangelico di oggi, come da numerosi altri testi del Nuovo Testamento (Mt 10,2; Lc 22,32; Gv 21,15-17), risulta chiaro che a Pietro è affidato un incarico particolare nella chiesa: è lui che compare sempre per primo, che è chiamato a pascere gli agnelli e le pecorelle e che deve sostenere nella fede i suoi fratelli.
I malintesi e i dissensi non sono nati da questa verità, ma dal modo in cui questo servizio è stato svolto. Lungo i secoli tante volte è degenerato e da segno di amore e di unità è divenuto espressione di potere.
In ogni tempo l’esercizio di questo ministero va confrontato con il vangelo, in modo che il vescovo di Roma sia realmente e per tutti – secondo la stupenda definizione di Ireneo di Lione (secolo II) – “colui che presiede alla carità”.
Nel sito Settimana News sono presenti anche i commenti alla prima e seconda lettura.
