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Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 1 Giugno 2025

Domenica 1 Giugno 2025 - ASCENSIONE DEL SIGNORE - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Lc 24,46-53

Data:

L’Ascensione del Signore al cielo, così come la racconta Luca, è il compimento silenzioso e glorioso della missione terrena di Gesù. È come un ponte tra Pasqua e Pentecoste: tra il dono della salvezza e la sua comunicazione universale, tra la gloria del Risorto e l’inizio della missione della Chiesa.

Il verbo stesso, “ascendere”, suggerisce un movimento verso l’alto, ma quello che avviene in realtà è molto di più di un gesto fisico: è il compimento del grande abbassamento iniziato con l’Incarnazione. Colui che era disceso fino a condividere la nostra carne, la nostra storia, la nostra morte, ora è elevato nella gloria, portando con sé l’umanità redenta.

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In questo movimento, la nostra umanità è trasfigurata, glorificata, inserita per sempre nel cuore stesso della Trinità. Qui nasce la speranza cristiana: il nostro destino è l’eternità, dove si vive la vera comunione nell’abbraccio eterno del Padre.

I Padri della Chiesa ci insegnano: “Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si facesse Dio”. L’Ascensione è il sigillo di questa promessa: Cristo, mediane il suo mistero Pasquale, compimento dell’Incarnazione, attraverso la sua umanità glorificata, ci ha introdotto nel cielo.

Un dettaglio del Vangelo di Luca illumina tutto il mistero: Gesù si separa dai suoi discepoli benedicendoli. È la sua ultima azione visibile. Il Figlio che benedice, che “dice bene”, lascia su di loro – e quindi su ciascuno di noi – il favore permanente del Padre.

È una scena semplice, un gesto di cura, un distacco che non spezza, ma inaugura una presenza nuova. Gesù non si allontana, ma si fa presente in loro, come loro sono presenti in Lui, come i tralci nella vite (cfr. Gv 15,1-8).

I discepoli, di fronte a questo, non sono confusi o smarriti, ma si prostrano, adorano, e tornano a Gerusalemme pieni di gioia. È la gioia di chi ha compreso che l’assenza di Cristo secondo la carne è in realtà una nuova, più profonda forma della sua presenza.

Questo è il cuore dell’Ascensione: Cristo non è più visibile agli occhi del corpo, ma diventa accessibile nel cuore della fede. È presente in ogni luogo e in ogni tempo, nell’Eucaristia, nella Parola, nella comunità, nel povero, nella Chiesa.

Non siamo più spettatori, ma protagonisti: la benedizione ricevuta diventa una missione da compiere. Il Vangelo si chiude a Gerusalemme, il luogo della croce e della resurrezione, ma anche il punto di partenza della Chiesa.

Non a caso, gli Atti degli Apostoli – che sono il secondo volume scritto dallo stesso Luca – riprendono esattamente da lì. Due uomini in bianche vesti (figure angeliche) dicono ai discepoli: “Perché state a guardare il cielo?”.

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C’è un invito forte alla concretezza, senza fughe dal mondo, ma a rimanere saldi in esso: non fuggiamo dal mondo, ma portiamo nel mondo la luce del cielo.

Come ha affermato il Concilio Vaticano II: “L’attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì stimolare la sollecitudine per la terra presente” (Gaudium et Spes, 39).

Con lo sguardo rivolto al cielo e i piedi ben piantati nella terra, anche noi camminiamo sotto la benedizione del Signore. Non da soli, ma con la forza dello Spirito.

È Lui che ci rende capaci di vivere e testimoniare il Vangelo in ogni tempo e luogo. L’Ascensione non chiude la storia di Gesù, ma apre la nostra: ci rende Chiesa in cammino, membra di un Corpo attratto dalla gloria del suo Capo, che un giorno condivideremo in pienezza.

Per gentile concessione di don Luciano Labanca, dal suo sito.