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Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 12 Maggio 2025

Vangelo di Giovanni – Gv 10,1-10

Io sono la porta delle pecore.

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

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Parola del Signore.

La gente è stufa marcia dei mercenari. La gente ascolta altre parole, parole dette per amore, dette con passione, dette con forza. Le sue parole.

Gesù, messia-pastore, è colui che può far uscire le pecore dal recinto e portarle al Padre. Il pastore raccontato da Gesù in Giovanni non assomiglia a quello raccontato da Luca, che va alla ricerca della pecora smarrita e se la carica sulle spalle.

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In Giovanni il pastore è un guerriero, un combattente che lotta contro lupi e mercenari. Gesù si presenta come un pastore buono, cioè capace e misericordioso, e come pastore “bello”, cioè capace di amare da adulto, di servire l’umanità, di prendere sul serio il proprio ruolo perché profondamente appassionato del bene dell’uomo.

Gesù è venuto a chiamarci per nome, per condurci al Padre, lotta per difenderci perché ci ama. Chiede ai suoi discepoli un rapporto personale, intimo, coinvolgente.

Occorre passare attraverso Gesù, attraversare Gesù. Non dice di essere la porta dell’ovile, ma delle pecore.

Alla fine della giornata il pastore radunava le pecore e le faceva entrare in un recinto circolare alto mezzo metro che aveva costruito durante il pascolo utilizzando delle pietre trovate sul luogo. L’unica apertura era poi occupata dal pastore, che, accovacciato, si appoggiava agli stipiti, seduto, per riposare.

Diventava così, fisicamente, una sorta di “porta” che impediva alle pecore di uscire e ai predatori di entrare. Gesù afferma di essere la porta che ci conduce al Padre, la via d’accesso a una realtà e a una dimensione che ci sovrasta e ci riempie il cuore.

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Solo lui conosce per nome ogni pecora, la distingue dagli altri. Non fa come il pastore stipendiato, il mercenario che, in caso di pericolo, fugge a gambe levate.

E le pecore riconoscono la voce del pastore, si radunano quando le chiama. Mi conosce, il pastore, mi chiama per nome, gli sto a cuore, è pronto a difendermi da ogni pericolo, diventa egli stesso “porta” per farmi entrare e conoscere il vero volto di Dio.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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