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Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 1 Maggio 2025

Vangelo di Matteo – Mt 13,54-58

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: “Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?”. Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua”. E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Parola del Signore.

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In pieno tempo pasquale viviamo questa giornata densa di ricordi legati al lavoro e alle tante lotte sostenute dai nostri padri per avere condizioni dignitose e accettabili in ambito lavorativo.

La Chiesa, non senza qualche ritardo, si è accorta dei profondi cambiamenti che stavano riguardando la società verso la fine dell’Ottocento, proponendo una lettura biblica al tema del lavoro, in quella che è chiamata la Dottrina Sociale.

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Così, oggi, ci accompagna in questa riflessione la figura di Giuseppe lavoratore.

In questi tempi in cui il lavoro è un bene sempre più prezioso e fonte di grandi sofferenze, per chi non ce l’ha, per chi non ottiene soddisfazioni nel praticarlo, per chi, pur lavorando, non riesce ad avere uno stipendio che gli permetta di vivere, vale la pena di ricordare la visione cristiana del lavoro.

Dio, per primo, creando il mondo, ci insegna che il lavoro contribuisce all’armonia del cosmo, rende l’essere umano simile a Dio nel creare, gli dona dimensione e dignità.

Non solo: nel bellissimo racconto/parabola della Genesi, viene detto che il Creato non è stato finito ma che sta all’umano, il giardiniere, portare a compimento l’opera incompiuta di Dio. Siamo i collaboratori di Dio nell’opera della Creazione!

La Bibbia si occupa anche di normare i rapporti fra padrone e lavoratore, prendendo sempre le parti del lavoratore ed ammonendo un padrone a non cedere alla tentazione della cupidigia.

Il lavoro, comunque, è segnato dalla colpa originaria: richiede fatica, sudore, ma è orientato al bene, non è una maledizione o qualcosa da evitare.

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Lavoro che conosce il ritmo del riposo e della festa: il rispetto dello shabbat ricorda a tutti che siamo figli, non schiavi.

Il fatto che Gesù stesso sia stato riconosciuto come carpentiere ci fornisce una precisa indicazione rispetto all’importanza dell’attività lavorativa.

Preghiamo e lottiamo per ottenere un lavoro che metta al centro la persona e la sua creatività, il suo percorso di vita e la sua dignità, senza immolarsi al dio profitto…

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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