La parabola del…? Che titolo possiamo trovare per questo famosissimo racconto nel quale Gesù presenta la storia di un padre e dei suoi due figli? I titoletti che troviamo in mezzo al testo dei vangeli che abbiamo in mano sono un’aggiunta posteriore fatta dalla Chiesa, e non erano certamente previsti nel testo originario scritto dagli evangelisti.

Qualche anno fa Michela Murgia, durante una conferenza sulla Bibbia insieme a un’altra teologa, arrivò a sostenere che in quelle “aggiunte” dei titoli c’era già un piccolo tradimento del testo e una forma di “potere” della Chiesa che orienta a trarre un insegnamento rispetto a un altro. La sua era chiaramente una provocazione molto efficace, perché mi ricorda che il Vangelo, che ci tramanda le parole e i gesti di Gesù, è sempre più grande e più ricco di ogni possibile spiegazione, e non è mai “riducibile” a un’unica spiegazione. Il Vangelo non può avere titoli che lo contengano se non il nome “Vangelo”, che significa “buona notizia”.
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Questa parabola, che troviamo nel capitolo 15 del Vangelo di Luca, veniva chiamata tradizionalmente “del figliol prodigo”, puntando l’attenzione sul figlio minore che spende in modo sconsiderato i beni ricevuti dal padre e si ritrova immerso fino al collo nella miseria materiale e spirituale.
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Questo titolo, “del figliol prodigo”, pur sottolineando una parte importante del racconto, rischiava però di non evidenziare il vero protagonista della storia, che è il padre. Gesù racconta di un padre dall’amore senza misura per i propri figli, capace di riaccogliere con gesti “esagerati” il figlio che lo ha abbandonato non solo fisicamente, ma anche con il cuore. Lo stesso padre, poi, fa letteralmente la spola tra i due fratelli, divisi da tutto, pur di riallacciare la loro unione, andando dal fratello maggiore, chiuso nella sua rabbia e nel suo giudizio.
Per questo motivo, oggi la parabola è più correttamente chiamata “del padre misericordioso”, anche perché in questa esagerata misericordia Gesù identifica sé stesso, quando accoglie tutti e si lascia avvicinare anche dai più emarginati della società del suo tempo. E Gesù lo fa anche se gli costerà letteralmente la vita.
Stamattina, ai ragazzi del catechismo delle medie, ho chiesto di trovare un altro titolo a questo racconto. Abbiamo lavorato un po’ sul testo, perché non entrasse solo nelle orecchie con un ascolto superficiale, ma anche nel cuore, provando il più possibile a identificarsi con i personaggi. Al di là del risultato finale, che era quello di individuare il titolo più adatto a questa parabola, è stato il viaggio dentro la storia ad appassionare, cercando di evidenziare, per quanto possibile, i sentimenti dei singoli personaggi.
Scrutando i sentimenti della storia, i ragazzi hanno provato a sentirla rivolta a sé stessi, in dialogo con la propria storia personale. Era questo quello che voleva Gesù quando parlava alla gente utilizzando le parabole. Gesù voleva che le sue parole non fossero ridotte a semplici “comandi” da eseguire, e non voleva che Dio fosse ridotto a un padrone dai comandi esigenti e dalla paga giusta a seconda dell’esecuzione del lavoro affidato.
Gesù voleva arrivare al cuore dei suoi ascoltatori e che in questo cuore risuonasse l’amore di Dio Padre. Tante volte, se guardo alla mia vita interiore, mi sento proprio come i figli della parabola, cioè lontano dal cuore di Dio, e mi scopro preoccupato solamente di eseguire i comandamenti in attesa della ricompensa o della punizione.
E così, scopro contemporaneamente di diventare spietato giudice degli altri. Guardato da lontano, lontano dal cuore, Dio diventa una “caricatura”, e questo porta anche a una “caricatura” del rapporto tra esseri umani, dimenticando che siamo fratelli e sorelle, e non avversari in continua competizione su chi è più bravo e meritevole.
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Tra i vari titoli che i ragazzi hanno trovato, mi piace “la parabola senza fine”, perché effettivamente lascia aperto il finale, non dicendo se i due fratelli alla fine si sono ritrovati e hanno fatto festa. La fine della parabola, che in fondo è il fine stesso della storia di Gesù, la facciamo noi, dipende da noi. Io ho pensato a un titolo “nuovo”, ed è quello che combina i due titoli tradizionali. La parola “prodigo” significa letteralmente “spendaccione” o “che dona senza calcolo”.
Quindi, il titolo che sento più vicino alla mia sensibilità è questo: la parabola “del padre prodigo”. Questo padre, come il figlio, sembra buttare via tutto quello che ha valore economico e sociale pur di essere sé stesso. Se il figlio è prodigo perché butta via il denaro in cose inutili dopo aver buttato via anche la sua famiglia, il padre, invece, butta via ogni reticenza, ogni pretesa di potere e di superiorità, pur di riavere i due figli.
Ecco, quindi, cosa mi rivela questa parabola “del padre prodigo”: Dio, con me e con l’umanità, è un vero padre prodigo. Perché Lui è così: ha dato tutto quello che aveva, il proprio Figlio e anche la sua stessa onnipotenza, pur di farci arrivare il suo amore, pur di farci sperimentare il suo perdono.”
Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)
