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p. Ermes Ronchi – Commento al Vangelo di sabato 29 Marzo 2025

LA GRAMMATICA DELLA PREGHIERA

Due uomini vanno al tempio a pregare.

Uno ritto in piedi prega,
ma è come se fosse rivolto a se stesso:

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“O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, impuri…”.

Inizia con parole corrette; l’avvio è biblico, infatti metà dei Salmi sono di lode e ringraziamento.

Ma mentre offre
le sue parole a Dio,
il fariseo in realtà
le rivolge a sè, compiacendosi.

Parabola per coloro che si sentono buoni,
che vedono degli altri solo i difetti.

Il fariseo vive pieno
di sospetti e paure,
vita triste in un mondo dedito all’imbroglio,
al sesso, alla rapina.

Come tutti i fondamentalisti,
è un angosciato che si vede attorno solo degrado e rovina.

Dal suo sguardo duro nasce una preghiera insensata e fredda. Davvero «solo chi ha lo sguardo dolce sarà perdonato» (G. Palamas).

Per l’anima bella del fariseo, Dio in fondo non fa niente se non un lavoro da burocrate, da notaio: registra, prende nota e approva.

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Un muto specchio su cui far rimbalzare la propria arroganza spirituale.
Io non sono come gli altri, tutti ladri, corrotti, adulteri, e neppure come questo pubblicano.
Io sono molto meglio.

Offende il mondo nel mentre stesso che crede di pregare.

Non si può pregare e disprezzare,
benedire il Padre e maledire,
dire male dei suoi figli,
lodare Dio e accusare i fratelli.

In fondo lui è un infelice che sta male al mon­do,
che per elevarsi
deve necessariamente
abbassare gli altri, restando solo:
l’immoralità dilaga,
la di­sonestà trionfa…

L’unico che si salva è lui stesso.
Onesto e infelice:
chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.

La parabola ci mostra la grammatica della preghiera,
le cui regole sono semplici e valgono per tutti,
come le regole della vita: se metti al centro l’io, nessuna relazione funziona.

Non nella coppia,
non con i figli
o con gli amici,
tantomeno con Dio.  

Si prega
non per ricevere ma per essere trasformati,
ma questo fariseo non vuole cambiare,
non ne ha bisogno.
Lui è a posto,
sono gli altri ad essere sbagliati,
e forse un po’ anche Dio. 

Il pubblicano,
peccatore consapevole, prega:

Signore, abbi pietà di me!

Mette al centro
del suo grido non se stesso ma la pietà di Dio,
non l’io ma il «Tu».

Come nel Padre Nostro, dove mai si dice «io»,
mai «mio»,
ma sempre «tuo» e «nostro»:

Padre,
tu nei cieli,
il nome tuo,
il regno tuo,
tu donaci,
tu liberaci.

Il pubblicano non è perdonato perché migliore del fariseo,
il solo pensarlo è credere
di meritarsi Dio,
ma perché
nel suo vivere leggero,
accettando i propri limiti, egli si apre come una porta socchiusa al sole.

Dal fondo del tempio
egli vola verso un Dio
più grande del suo peccato, che non si merita ma si accoglie.

Vola verso un Altro che viene e trasfor­ma
nella sua misericordia infinita,
nella sua straordinaria debolezza
che è anche la sua unica, miracolosa onnipotenza.

Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.