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fra Stefano M. Bordignon – Commento al Vangelo del 29 Marzo 2025

Gesù racconta una parabola che ci insegna come non pregare e come invece pregare nel modo giusto. Due uomini salgono al tempio: uno è fariseo, l’altro pubblicano. Il fariseo, in piedi, prega ad alta voce e ringrazia Dio, ma lo fa con un cuore gonfio di orgoglio.

Non è realmente rivolto a Dio, ma a se stesso: si compiace della propria giustizia, elenca le sue opere, si paragona agli altri e si sente migliore. La sua preghiera non è un incontro con Dio, ma un monologo autoreferenziale, un modo per confermare a se stesso la propria superiorità.

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Il pubblicano, invece, resta a distanza, abbassa lo sguardo e si batte il petto. Non osa nemmeno sollevare gli occhi al cielo, perché sa di essere fragile, peccatore, bisognoso di misericordia. La sua preghiera è semplice e sincera: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Non cerca di dimostrare nulla, non fa confronti, non si aggrappa alle sue opere per sentirsi giusto. Si affida. Ed è proprio lui, dice Gesù, a tornare a casa giustificato, mentre il fariseo rimane prigioniero della sua illusione.

Questa parabola è un invito a guardare dentro di noi. Magari non diciamo ad alta voce di essere migliori degli altri, ma dentro di noi ci sentiamo a posto, pensiamo di meritare qualcosa in più. Gesù ci ricorda che Dio non si lascia impressionare dalle parole né dalle opere fatte per ostentazione. Lui guarda il cuore, e il cuore che gli è più vicino è quello che si riconosce piccolo, povero, bisognoso del suo amore.

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