Lo puoi ripetere tutte le volte che vuoi, ma è inutile. Nella nostra testa non ci entra. Se capita qualcosa di male è perché ci stai punendo per i nostri peccati.
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Questo vale soprattutto se il male arriva agli altri. Ovvio che se capita a noi, questo è un problema. Perché ci consideriamo buoni e se Tu punisci i “buoni” – e magari ai “cattivi” vanno bene le cose – c’è qualcosa che non funziona.
Il bello di questo modo di pensare intanto è che ci deresponsabilizza, non comporta alcun cambiamento personale. È lo stesso meccanismo dei sensi di colpa, ci fanno stare male e così in qualche modo ci illudiamo – il tutto senza rendercene conto – di espiare le nostre colpe. Senza ovviamente dover cambiare di una virgola, tanto siamo convinti che sia impossibile.
Per questo di fronte ai due episodi – i Galilei uccisi in modo orribile da Pilato e le diciotto persone rimaste sotto la torre di Siloe – ripeti la stessa frase: “se non vi convertite, perirete…”, dopo avere detto che questo modo di pensare – colpa = punizione di Dio – non è vero. La parte fondamentale della seconda affermazione è: “convertitevi! Cambiate! Rinnovate la vostra vita!”.
Che vale anche per un secondo atteggiamento, oggi forse quasi più diffuso del senso di colpa o del pensiero della punizione divina. Che è il pensare che poi alla fine Tu sei buono e va tutto bene così. Ci ami, ci perdoni… Sei una grande mamma che ci abbraccia e ci consola, siamo i tuoi bambini anche nel momento in cui ti rubiamo i soldi della pensione per andare a comprare la cocaina. Anche qui va bene tutto, l’importante è non muovere una virgola.
Non a caso segue la paraboletta del fico. Ci parla della Tua pazienza, una pazienza “comunitaria”.
Da una parte c’è un’equipe: un tale, il padrone della vigna che pianta l’albero di fichi, e il suo vignaiolo.
Dall’altra l’albero stesso che tra l’altro sarebbe bravissimo a piantarsi da solo. Ti distrai un attimo e te lo ritrovi che sta crescendo nell’unica crepa del muro tirandolo giù del tutto. Non a caso – ma forse anche perché dà frutti buonissimi in certi casi in due diversi periodi – è un albero sacro nelle religioni indiane È l’albero contro cui si arenò la cesta che salvò Romolo e Remo dalle acque del Tevere ed infine è uno dei simboli di Israele.
Abbiamo scelto il disegno di Lloyd Rees perché sembra proprio che contenga corpi, volti, muscoli e vene. Il nostro è un fico amato, scelto, piantato apposta. Ma – incredibile – non dà fichi, quando sempre è una pianta generosa di frutti. Ma qui no, nulla.
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Spicca la pazienza “collaborativa”, che parte dal padrone che ha pazientato tre anni e del vignaiolo che vuole pazientarne un altro, in modo attivo, lavorando la terra e concimando le radici.
Tre anni… a noi ricorda – forse in modo improprio: è un tempo legato al vangelo di Giovanni – il periodo della Tua predicazione. Un ulteriore anno in cui il lavoro si intensifica. È il nostro tempo, il tempo che ci è concesso, il tempo della nostra vita. È il Tuo anno di grazia.
La nostra fortuna è che il frutto sei Tu, ed allo stesso tempo sei Colui che ha dato frutto, ed il vignaiolo. Ma rimane valido l’invito che ci fai di convertirci e di collaborare con il dare frutto.
don Claudio Bolognesi
