Molte volte, davanti alla Sacra Scrittura, la nostra domanda più frequente interessa il cuore. Ascoltandola ci chiediamo per esempio che cosa nel cuore ci aiuti a spingerla in profondità e a custodirla, ci chiediamo se davvero riusciamo a fare spazio a lei e quindi a Dio. Questa volta però vi propongo di spostarci dal cuore alle radici, sulla scia della metafora usata dalla Prima lettura. Lì vengono contrapposti un tamarisco e un albero da frutti.
Il primo in un deserto, il secondo lungo un corso d’acqua. Il primo sembra essere un albero, sì resistente, ma sterile; il secondo a quanto pare non teme il caldo, neppure quello più estremo, e dà copiosamente frutti. Il primo è immagine di maledizione, il secondo di benedizione. E questa contrapposizione ci raggiunge anche nel Vangelo. Da una parte ci sono i beati, che però a quanto pare raccolgono poco, contrariamente al florido albero lungo i corsi d’acqua (della Prima lettura); e dall’altra ci sono coloro che a quanto pare hanno poco a che fare con il regno di Dio, ma la cui sazietà, benessere e godimento sono sotto gli occhi di tutti, e sono decisamente agli antipodi del povero tamarisco.
Effettivamente, dopo aver letto uno dopo l’altro Prima lettura e Vangelo la confusione ci sta e la domanda è legittima: chi è davvero beato e chi maledetto? Chi porta frutto o chi porta con sé grembo sterile? Nel Vangelo gli effetti sembrano invertirsi e la benedizione non sembra più troppo associata ai frutti.
Diciamocelo! Piacerebbe a tutti noi essere alberi da frutto lungo corsi d’acqua. È bello, stimolante, entusiasmante! Eppure a volte, forse spesso, la sfida più grande della vita, la chiamata più sfacciata, la risposta più profetica sta nel diventare alberi da frutto nelle steppe, sta nel fiorire nei deserti, in quei deserti e in quelle steppe che, quando vuole, la vita ci riserva.
E allora forse è questo il punto che aiuta a superare quell’apparente contraddizione tra Prima lettura e Vangelo. È questo il senso di quel compimento che ritroviamo nelle parole di Gesù: tu puoi essere un tamarisco, puoi ritrovarti tuo malgrado in una steppa, avendo attorno zero sorgenti e molta terra battuta, puoi anche essere nutrito da salsedine, ma dove sono le tue radici? Tu che cosa stai scegliendo di essere? su chi stai scegliendo di puntare? Non sono domande retoriche.
Se le risposte a queste domande sono autentiche inverano la nostra stessa vita, perché sono scelte, perché sono il nostro modo di occupare questo posto nel mondo, di costruire il bene, di combattere il male, di scegliere ogni giorno Dio, il suo regno, le sue logiche, i suoi orizzonti. Ed è per questo che saremo beati. Perché per noi gli orizzonti dell’albero lungo il fiume d’acqua, soddisfatto di sé e dei suoi risultati, saranno insufficienti, non ci basteranno più.
Noi, figli del Vangelo e della Risurrezione, sappiamo di non poter valutare la benedizione di Dio dalla sazietà. Poveri noi se lo faremo! Poveri noi se ci accontenteremo di quello che abbiamo! Poveri noi se pur di proteggere un benessere – scambiato per benedizione – devieremo i corsi d’acqua o negheremo la terra.
Benedetti e felici, beati, sono coloro che mettendo Dio al centro ogni giorno, che affondando nel suo cuore le proprie radici,
guardano con occhi e cuore nuovo la vita,
portano frutto, generando il nuovo,
ricomprendendo ogni giorno la storia e le sue domande,
non si lasciano inaridire dai deserti,
scelgono di vivere ogni situazione da risorti.
Per gentile concessione di Sr. Mariangela, dal suo sito cantalavita.com
