Il commento alle Letture della Terza Domenica di Avvento – Anno C. A cura di don Claudio Doglio. Video e trascrizione (non rivista).
Trascrizione generata automaticamente da Youtube e rivista tramite IA.
La domenica successiva al Natale, la Liturgia ci presenta la Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Continuiamo la meditazione sull’evento dell’incarnazione del Signore, ma, guidati dall’evangelista Luca, ci spostiamo in avanti nel tempo. Non continuiamo a guardare la scena della Natività a Betlemme, ma dodici anni dopo. Viviamo con Maria e Giuseppe un momento drammatico della crescita di quel figlio straordinario.
Il racconto che solo l’evangelista Luca propone è quello dello smarrimento e del ritrovamento di Gesù nel tempio, quando il ragazzo ha 12 anni. La famiglia ritorna a Gerusalemme in pellegrinaggio, secondo la consuetudine abituale del pio israelita, che per la Pasqua va in pellegrinaggio a Gerusalemme. Dodici anni segna il passaggio dall’infanzia alla maggiore età. Il bambino ormai è un giovane e diventa responsabile della propria vita e delle scelte che deve fare. Il padre, in questo caso Giuseppe, lo porta nel tempio e compie il rito che gli ebrei chiamano del “bar mitzvah”, cioè figlio del precetto. In qualche modo Giuseppe deve aver detto a Gesù: “Adesso sei grande. Questa è la legge, è il documento del contratto che lega gli israeliti al Signore nostro Dio. Da questo momento sei responsabile della tua vita e sei tenuto a osservare le norme che il Signore ci ha comandato”.
Il ragazzo prende sul serio quello che la fede dei padri gli ha trasmesso. Dobbiamo immaginare il giovane Gesù interessato a questa realtà della scrittura e della tradizione. Cresciuto in un villaggio sperduto come Nazaret, ha sentito le prediche del capo sinagoga del villaggio, che doveva essere un povero commentatore. E chissà quante domande il giovane Gesù aveva maturato ascoltando le letture bibliche in sinagoga.
Adesso, nel tempio di Gerusalemme, si trova in mezzo a dottori, a grandi maestri della legge che sanno spiegare i piccoli particolari e i grandi quadri della teologia biblica. Gesù rimane affascinato da questo mondo e si dimentica di tutto il resto, anche della famiglia. Il racconto ha una dimensione simbolica molto importante: è ambientato durante la festa di Pasqua e lo smarrimento di Gesù dura tre giorni. I genitori lo cercano con ansia, trepidazione, paura, finché il terzo giorno lo trovano. Lo trovano in mezzo ai dottori della legge, a cui faceva domande per sapere, per capire meglio quella realtà che gli stava così a cuore.
Con grande finezza, la madre gli domanda: “Perché hai fatto questo?” e mette in primo luogo Giuseppe, dicendo a Gesù: “Tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo”. La risposta di Gesù è spiazzante. Da un punto di vista normale della vita familiare, costituisce un problema perché domanda: “Perché mi cercavate?” È abbastanza scontato perché lo cercavano, ma qui il racconto dell’evangelista ha un intento teologico. Quel “Perché ci hai fatto questo?” rimanda al dramma della Pasqua, perché la salvezza deve passare attraverso la morte. Il Cristo ha affrontato la croce. La risposta è: “Perché sì”. Tre volte, nel capitolo 24 di Luca, nel racconto degli incontri pasquali, si dice: “Bisognava che le cose andassero così, è necessario”.
E adesso Gesù, in anticipo, dice ai suoi genitori: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” Letteralmente: “Devo essere nelle realtà del Padre, devo compiere la volontà, il progetto di Dio”. L’evento dei dodici anni, dal momento in cui diventa un giovane, anticipa quello che davvero farà da grande, rimanendo nella volontà del Padre e compiendo fino in fondo il suo progetto di salvezza.
Il racconto ci insegna anche che i genitori non sono padroni dei figli. Maria e Giuseppe, angosciati, cercano Gesù, ma si fermano davanti al mistero della sua persona, delle sue scelte, delle sue libere decisioni di essere nella realtà del Padre.
La prima lettura, tratta dal primo libro di Samuele, ci racconta la nascita di Samuele e ci presenta il personaggio della mamma Anna, una donna sterile che aveva tanto desiderato un figlio. E quando finalmente lo ottiene, non lo tiene per sé. Gli dà il nome Samuele, che vuol dire “L’ho richiesto al Signore, io l’ho chiesto e il Signore me lo ha donato”. Perciò afferma Anna: “Io lo restituisco al Signore” e porta il piccolo Samuele nella tenda dove c’è Eli, che è il capo del sacerdozio antico, custode dell’arca dell’Alleanza, e lo regala al Signore per tutti i giorni della sua vita. Egli è richiesto dal Signore. I figli sono un dono, ed è importante che i genitori facciano dono dei figli.
Tutto questo richiama la nostra realtà profonda di figli di Dio, chiamati a restare in Lui, a rimanere nella Sua parola, come Maria, a custodire tutto quello che ci è stato detto e che abbiamo imparato. “Beato chi abita nella tua casa, Signore”, ci fa ripetere il Salmo 83. È un salmo di pellegrinaggio che celebra l’attitudine di chi abita nel tempio. Noi intendiamo questo abitare nella casa del Signore come essere con Lui. Siamo diventati figli e siamo nella Sua casa, cioè gli assomigliamo e pensiamo, parliamo, agiamo come Lui. Siamo già figli di Dio, ci dice l’apostolo Giovanni nella prima lettera, nel brano che ascoltiamo come seconda lettura. Lo siamo già adesso. La traduzione ha aggiunto “realmente” per sottolineare con enfasi il verbo “essere”. Siamo chiamati figli di Dio e lo siamo. E essere figli vuol dire essere un dono da parte di Dio.
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Per essere autentici figli, come Gesù, dobbiamo fare diventare la nostra vita un dono generoso d’amore.
AUTORE: don Claudio Doglio
FONTE: Messalino “Amen” e Canale YouTube Teleradiopace TV
