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don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo del 28 Luglio 2024

Ci sono domeniche, ci sono brani del Vangelo in cui più forte del solito è la voglia di sedersi, di rileggere, magari di ascoltare, e tacere. La “moltiplicazione dei pani e dei pesci”… Ok, oggi tanti preferiscono chiamarla “distribuzione” perché nel Vangelo il termine “moltiplicare” non c’è.

Ma se da cinque poveri pani d’orzo e due pesciolini sfami cinquemila persone e in più ne rimangono dodici ceste, vuole dire che quel che c’era è cresciuto. Altri propongono di chiamarla “condivisione” perché uno dei significati evidenti è che si può affrontare la povertà, si può dare una risposta ad ogni fame senza necessariamente arrendersi ma facendosene carico e condividendo.

Comunque anche la parola “condividere” non c’è. Sullo sfondo del racconto invece c’è l’Esodo ed infatti veniamo informati che è quasi Pasqua. Tu, Gesù attraversi il Tuo mare. L’Egitto da cui parti però è Gerusalemme. Il popolo che Ti segue ha visto dei “segni”. Non sono eclatanti, quelli che Mosè fece per il faraone.

Sono i gesti che rivelano la Tua misericordia verso gli infermi. Il popolo non è numeroso come quello dell’Esodo. Scopriremo poi che sono cinquemila uomini, come un reparto scelto dell’esercito. C’è una montagna, di cui non conosciamo il nome, ma che ricorda tanto il monte di Dio, l’Oreb.

Sulle montagne di solito nella Bibbia si sale, o si cerca di salire, per accogliere la rivelazione di Dio. Di questo Tu non hai bisogno. Per cui ti siedi. Un gesto molto umano, tipico di chi ha fatto fatica. Noi che abbiamo già letto il primo discorso del Vangelo di Matteo ci aspetteremmo un insegnamento. Invece Tu “alzi gli occhi” sulla folla. Ma sei sul monte e la folla è ai Tuoi piedi. Eppure il gesto di sfamarla che stai per compiere e di cui sei consapevole – il vangelo ci tiene ad informarcene – si può compiere solo partendo dal basso, dalla prospettiva dei servi.

Quello che succede poi, rivela una gradualità educativa tratteggiata quasi come in un fumetto. Primo riquadro: la Tua provocazione. – Dove compreremo il pane? – Ti mostra fedele alla pedagogia rabbinica in cui il maestro fa domande agli studenti perché arrivino da soli alla risposta. Secondo riquadro: la risposta di Filippo.

Per molti è pilatesca, ma forse è solo un primo tassello, realistico e necessario: non dico che non si può, ma serviranno più di duecento denari. Ora serve una risposta non da tecnici ma da discepoli ed interviene Andrea – anche Filippo lo è, ma non è qualificato come tale -. Si fa il conto di quello che c’è, e non è neppure nostro: la merenda di un ragazzo, cinque pani d’orzo e due pesciolini appunto. A questo punto il racconto – se possibile – diventa più solenne.

Il Tuo ordine: – fateli sedere/sdraiare – rimanda al gesto di chi mangia da uomo libero. La notazione – c’era molta erba -, un sogno per gli Ebrei, al luogo, i pascoli su cui il buon pastore guida il suo gregge. Sono in cinquemila e tutti i vangeli ci tengono a raccontarlo. Il racconto si eucaristicizza – sarà ancor più evidente tra qualche capitolo, durante la Cena, quando Giovanni non ci racconterà l’istituzione dell’Eucarestia -.

Ma i verbi del  “prendere il pane”, “rendere grazie” e “distribuire” sono terreno di caccia fecondo per i liturgisti. Rimane la scena della raccolta di ciò che rimane, che va a riempire le dodici ceste. Una sovrabbondanza pronta a nutrire il nuovo Tuo popolo. Sant’Agostino c’insegna a non meravigliarci di fronte a questo segno, se non ci meravigliamo di fronte al Dio che ogni giorno dona vita a tutto l’universo.

I Tuoi contemporanei – e anche noi se fossimo stati lì – capiscono invece solo che sei il profeta-re perfetto. Lo sapevi che sarebbe finita così, ma l’hai voluto-dovuto fare lo stesso. Ma non sei ancora pronto per essere fatto re. Il Tuo trono, la croce è ancora nella bottega del falegname. È tempo di ritirarti sulla montagna, tra te e Te.

don Claudio Bolognesi

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