Fabio Quadrini – Commento al Vangelo di domenica 21 Marzo 2021

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Altro che marketing: a Gesù non interessano le strategie di convincimento.

Alcuni «Greci», invero, avevano il desiderio di «vedere» Gesù (cf. Gv 12, 20-21). -Nel Vangelo non è precisato ma questi «Greci» potrebbero essere Ebrei della diaspora che vivevano in Grecia o comunque fuori dalla Palestina, dato che sarebbe stato incoerente, per chi venerava Zeus, salire a Gerusalemme «per il culto durante la festa» (gli Ebrei, ancora oggi, non “vanno” a Gerusalemme, bensì “salgono”). Inoltre il verbo «vedere [Gesù]» nel greco originario del testo evangelico è espresso con ideĩn che nel suo senso profondo indica un vedere in senso lato, ovvero propriamente un «conoscere/comprendere [Gesù]» (cf. Gv 20, 8: «Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide [eĩden] e credette»)
Ma la risposta che Gesù offre a costoro è “particolare” (i massmediologi o i pubblicitari direbbero, invece, “sconsiderata”).
Il Signore, infatti, parla della sua glorificazione, la quale passa, però, per la croce; la quale non esclude, non può escludere, la croce (cf. Gv 12, 28.32).
Tuttavia la croce per i Greci era altro che gloria, altro che «sapienza»: era vera e propria «stoltezza» (cf. 1Cor 1, 22-23). -Fossero stati questi «Greci» anche Ebrei della diaspora (come accennavamo sopra), la risposta di Gesù rimaneva sempre e comunque “particolare” (ovvero “sconsiderata” per gli scienziati del marketing), in quanto pure per gli Ebrei la croce era un ignominioso «scandalo» (cf. 1Cor 1, 23), una infamante maledizione (cf. Dt 21, 23; Gal 3, 13)
Ecco, allora, che Gesù con la sua “anti-pubblicitaria” risposta si rivolge certamente a coloro che l’hanno sollecitato ed interpellato, ovvero i Greci, quanto anche e fortemente ai suoi apostoli Filippo e Andrea (cf. Gv 12, 22). -Da notare come i «Greci» si siano rivolti a «Filippo», ovvero ad un ebreo che portava un nome greco («amico/amante [fílos] dei cavalli [íppos]»), e quest’ultimo abbia coinvolto «Andrea», l’altro discepolo dal nome greco («uomo-maschio [anér-andrós]»). Tale caratteristica di avere un nome greco non era una rarità, poiché il greco era la lingua che accumunava, nel I secolo, la comunicazione tra i popoli: persino i Romani usavano il greco nel gergo parlato, lasciando il latino nelle aule. Si può ipotizzare, infatti, che il dialogo tra Gesù e Pilato, ovvero tra Pilato e i Giudei, si sia svolto in greco (cf. Gv 18, 29-40), ovvero che Gesù stesso parlasse pure greco (la parola «ipocriti», pronunziata più volte da Gesù, è puramente greca, ed era un termine adoperato esattamente nel gergo teatrale, ad indicare l’attore, ovvero colui che, con indosso una maschera «parlava [kríno] da sotto [ypó]» – cf. Mt 23, 13.15), ovvero anche a noi che siamo i Filippo e Andrea di oggi, ai quali non viene chiesto di fare proselitismo (cf. Mt 23, 15), o meglio di rastrellare proseliti con la perizia studiata, calcolata e mirata nella comunicazione, della comunicazione -da non confondere con l’urgente necessità di possedere una solida iniziazione cristiana, che è cosa arci necessaria e ben diversa dalle tecniche di divulgazione, queste ultime certamente importanti, anche per un fedele, ovvero un sacerdote, ma non cardinali, bensì di essere testimoni di Gesù Cristo, di rendere opera di testimonianza al Crocifisso Morto e Risorto. («testimone» in greco è mártys ovvero letteralmente «martire» e la sua radice rimanda al «ricordare/ricordarsi»). -Da notare come Filippo e Andrea, pur portando nomi “pagani” fossero Ebrei (il Vangelo ci tiene, infatti a precisarlo: «era di Betsàida di Galilea» – Gv 12, 21). Da ciò è interessante cogliere, quindi, come Gesù sia venuto per dare pieno adempimento all’Antica Alleanza che Dio fece con Israele, rendendola definitiva (è questo il senso di “Nuova” Alleanza) con l’elezione di tutte le “genti” (in ebraico goyim): e in «Filippo» e «Andrea» (Apostoli scelti da Gesù stesso) possiamo scrutare simboleggiato, tramite chi erano (Ebrei) in unione ai nomi che portavano (greci, ovvero pagani, ovvero “gentili”), l’armonico compimento del Patto, siglato da Dio con Israele e reso pienamente efficace per ogni uomo grazie alla venuta del Signore Gesù Cristo (alcuni teologi e studiosi ritengono opportuno scartare i termini “Antico” e “Nuovo” Testamento, per far posto alle menzioni “Primo” e “Secondo” Testamento, per non arrecare una certa qual “discriminazione” alle Scritture ebraiche. Per quanto ci riguarda, a noi è gradito conservare la nomenclatura tradizionale, per nulla discriminatoria. “Antico” [non “vecchio” bene inteso], infatti, è aggettivo assai pregiato, in quanto una “cosa antica” è una “cosa di valore” non decrepita [“vecchia appunto”], poiché più passa il tempo più si impreziosisce. Circa l’aggettivo “Nuovo” abbiamo già accennato sopra come sia da intendere non come “migliore”, bensì come “Pieno/Compiuto/Definitivo”. Inoltre, non è forse vero che è lo stesso Gesù ad usare questa terminologia: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi» [cf. 1Cor 11, 25]?)
Ecco perché ognuno di noi è utile al Signore, ed ecco perché sono becera zizzania le critiche che vengono mosse a quei sacerdoti, a quei parroci, che magari non sono solenni e raffinati oratori, ma che, nella loro semplicità, quotidianità ed ordinarietà di vita, testimoniano sulla loro pelle e nella loro carne la viva presenza di Gesù Cristo. -Chiaramente essere poco ricercati in ambito oratorio non significa giustificare ammettere e tollerare castronerie esegetiche e teologiche, ovvero negare e rinnegare le verità di fede, come ad esempio affermare che il demonio non esiste, o che l’inferno non esiste, o che il demonio sarà perdonato alla fine del mondo, o che le narrazioni evangeliche sono solo righe simboliche negandone la storia e la geografia (cf. Paolo VI, Nobis in animo, 25 marzo 1974)

Data questa premessa -scritta così maldestramente, con tuti questi singhiozzi parentetici che rendono la lettura quasi proibitiva, farraginosa e pressoché antipatica, nonché per nulla rispondente ai cosiddetti “criteri SEO” (tecnica oculata per migliorare scansione, indicizzazione ed posizionamento di un’informazione o contenuto presente in un sito web, al fine di conquistare più traffico, ovvero più lettori [proseliti, ndr]) offriamo una piccolissima riflessione partendo da un verbo:

«E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32)

Nel greco originario il verbo «attirerò» è elkúso, declinato da élko che letteralmente vale «trascinare», ed è la radice del termine latino (quindi italiano) sulcus («solco»).

Il versetto seguente, ovvero GV 12, 33 proclama: «Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire».
Certo, la Croce viene allusa da quell’«innalzato da terra», ma anche con quell’«attirerò» Gesù accennava alla sua morte.
Invero, non fu la Passione di Gesù il compimento della Scrittura, ovvero di quanto era anche scritto nel Salmo: «Sul mio dorso hanno arato gli aratori, hanno scavato lunghi solchi» (Sal 129, 3)? -e la Sindone ne è chiara testimonianza

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Crocifisso sindonico (Mons. Ricci) – Parte dorsale dell’Uomo della Sindone

E continuando a riflettere su tale impulso, sappiamo come il solco sia un’apertura che viene effettuata al preciso scopo di riporre il seme.
E proprio nel Vangelo odierno Gesù fa riferimento esattamente al seme, al «chicco di grano, caduto in terra» (cf. MALE-virus).

E inoltre anche nel già citato versetto di Gv 12, 33 ritroviamo un ulteriore riferimento al seme.
Il verbo «indicare» («Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire») in greco è espresso col verbo semaíno.
Tecnicamente questo verbo intende «dare un segno» -da cui il sostantivo semeĩon fortemente adoperato dall’evangelista Giovanni, che spesso viene tradotto con «miracolo», ma che sarebbe corretto mantenere proprio col suo significato tecnico di «segno», nondimeno esso esprime nel suo seno specificamente un indicare che è «indizio/augurio» (cf. il greco sẽma).
È bene precisare come il termine «seme» abbia una radice lessicale-semantica dibattuta, ma non è forse vero che il seme è «indizio» (semaíno) della pianta? Ed anche: non è forse vero che il seme reca in sé l’«augurio» (semaíno) che la pianta posa germogliare?

Ecco, allora, come nei solchi scavati dalla Passione e dalla Croce -solco che è condizione necessaria e indispensabile per piantare il seme, Gesù abbia deposto il seme, l’indizio e l’augurio, della Risurrezione.
E questo seme, questo «chicco di grano» è proprio Gesù stesso, il quale invita anche noi a posare i nostri semi, le nostre speranze, la nostra vita nelle sue piaghe, nella sua Croce, affinché anche noi possiamo, assieme a Lui, germogliare nella risurrezione. -Molto interessante notare come Gesù si sia incarnato, non a caso, in Palestina, territorio che giace lungo la depressione più profonda della terra: il lago di Galilea è a −213 m s.l.m, mentre il Mar Morto è a -423 m s.l.m, e il fiume Giordano, che collega questi due punti, è, figurativamente, proprio come una “ferita” una “piaga”, o meglio un “solco” (il nome «Giordano» [in ebraico Yardén] deriva dalla radice ebraica √yrd, ovvero dal verbo ebraico yarad che significa precisamente «discendere»). Ed è proprio in questo “solco” della Palestina, appunto, che la mano di Dio ha “deposto” il Seme, il Chicco per antonomasia. Ecco perché la nostra fede è tanto kérygma («annuncio/teologia») ma anche e fortemente storia e geografia

Fonte

Per gentile concessione di Fabio Quadrini che cura, insieme a sua moglie, anche la rubrica ALLA SCOPERTA DELLA SINDONE: https://unaminoranzacreativa.wordpress.com/category/sindone/