Don Massimiliano Nastasi – Commento al Vangelo di domenica 8 Marzo 2020

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La II domenica del tempo di quaresima pone come centralità riflessiva la trasfigurazione del Signore, un momento liturgico che rivivremo con intensità durante il periodo estivo, il 6 agosto. Nella pericope delle tentazioni dopo il battesimo al Giordano, che apre questo periodo di preparazione alla santa Pasqua, il Maestro è posto nella scelta del suo stile missionario indirizzandolo all’obbedienza verso il Padre.

A metà del suo percorso verso Gerusalemme e dopo il suo terzo grande discorso sulla Chiesa e i misteri del Regno (c. 13) – ricordando come Matteo schematizza il suo vangelo proprio in cinque grandi discorsi accennati nella nostra riflessione della V domenica del tempo ordinario – avviene la teofania della trasfigurazione. Una rivelazione che si pone in una sequenza di filiazione divina, «che parte dall’annuncio angelico a Giuseppe che il bambino è stato concepito per opera dello Spirito Santo (1,20), passa attraverso la rivelazione di Dio riguardo al “mio Figlio” (2,15), fino alla voce del cielo al battesimo che dice “il mio Figlio prediletto” (3,17) e al riconoscimento dei discepoli dopo che ha camminato sull’acqua (14,33), per culminare nella confessione di Pietro (16,16)» [R.E. Brown, Introduzione al Nuovo Testamento, Queriniana, Brescia, 201, 276-277].

Questa volta l’invito è rivolto ai suoi discepoli a scegliere di seguire lo stile del Maestro davanti una prospettiva segnata da imminente persecuzione e morte violenta (la passione). Ma anche di fronte al silenzio di Dio che tanti santi hanno sperimentato in alcuni momenti della loro storia aprendo però il loro cuore alla speranza.

Sul monte – che già con i suoi 583 m di altezza il Vangelo degli Ebrei e Nazarei (2,12) e Cirillo di Gerusalemme nel 348 [Le catechesi 12,16, C. Riggi (a cura di), Città Nuova, Roma 1993] indicano con il Tâbôr nella pianura di Esdrelon, a 9 km da Nazaret e a 16 km dal lago di Genezaret – Gesù mostra il suo volto divino, prima di vederlo sfigurato alla fine del suo cammino nella città santa. È un “vedere oltre” fino alla δόξα, alla gloria divina che il Figlio possedeva dal principio e che riprenderà nella resurrezione. Un vedere che diventa aiuto e fiducia nella notte oscura e dolorosa della storia di salvezza in quanto chi vede il Figlio vede colui che è «nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della resurrezione dei morti» (Rm 1,3-4).

La voce del cielo, come già alle acque del Giordano, è l’imperatorio del Padre che indica ai discepoli la natura stessa del Figlio: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo» (Mt 17,5b); fiducia e l’obbedienza a credergli. Il suo intervento rappresenta pertanto «l’unità teologico-contenutistica della rivelazione dell’Antico e del Nuovo Testamento. È lo stesso e unico Dio che qui parla. Il Dio dei profeti è il Padre di Gesù Cristo» [K. Berger, Commentario al Nuovo Testamento, Queriniana, Brescia, 2014, 103]. Così come la trasfigurazione che diventa esperienza mistica di Gesù e dei suoi discepoli durante la vita stessa del Maestro, che doveva distinguere il Figlio come nuovo rivelatore dei profeti dell’Antico Testamento. Gesù Cristo, perciò, nella sua piena obbedienza al Padre è realizzazione dell’antica obbedienza realizzata da Abramo.

La prima lettura, come tappa della storia della salvezza, difatti, dopo la disobbedienza di Adamo (I domenica di quaresima), oggi ci mostra invece l’esperienza del padre della fede di fronte all’invito di Dio a lasciare ogni raggiunta sicurezza: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Così la sua obbedienza fondata «nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18) diventa benedizione universale per tutti i popoli, immagine di colui che attraverso il suo sì al Padre dona ad ogni uomo «l’abbondanza della grazia e il dono della giustizia» (Rm 5,19).

«Anche se non lo troviamo così chiamato in nessun passo della Scrittura, chiamiamo pur grazia il dono d’essere stati creati, in quanto ci è stato dato gratis; ma lasciate che vi dimostriamo come sia maggiore la grazia per cui siamo cristiani. […] Colui che non esisteva, non sperava in nulla e fu creato; il colpevole viceversa si attendeva la dannazione e ne fu liberato. Questa è la grazia per opera del nostro Signore Gesù Cristo (Rm 7,25). Egli ci ha fatti (Sal 99,3): ci ha fatti, ovviamente, quando non avevamo alcuna esistenza, ma poi, una volta creati e diventati colpevoli, egli ci ha fatti giusti, e non siamo stati noi a farci così. Se dunque c’è in Cristo una nuova creatura, l’antica se n’è andata; è stata fatta nuova (2Cor 5,17)»: Agostino, Discorso 26, 12.

Fonte

Don Massimiliano Nastasi – Nato a Roma il 2 aprile 1976, sacerdote diocesano. Dottore in Teologia, dopo l’insegnamento IRC e gli studi a Milano e Roma, fino al 2015 è stato Vice Preside dell’Istituto Teologico Diocesano e Direttore dell’Ufficio Catechistico di Mondovì. Ha approfondito Archeologia e Geografia a Gerusalemme e attualmente è Docente di Cristologia presso Istituto Superiore di Scienze Religiose “Ecclesia Mater” della Pontificia Università Lateranense, Guida Biblica per l’Opera Romana Pellegrinaggi e Vicario Parrocchiale di Santa Caterina da Siena in Roma. Autore dei saggi “La cristologia adamitica nella concezione agostiniana. Alla scoperta di un’antropologia della redenzione” (Edizioni Sant’Antonio, Padova 2019) e “La questione del soprannaturale nella concezione agostiniana. Riflessione all’opera De natura et gratia di Agostino d’Ippona” (Edizioni Sant’Antonio, Padova, 2019)