don Antonino Sgrò – Commento al Vangelo di domenica 6 Dicembre 2020

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foto di don Antonino Sgrò

Testo tratto (per gentile concessione dell’autore) dal libro “Parole che si vedono. Commenti ai Vangeli della Domenica dell’Anno B” disponibile presso:
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«Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio». Per Marco il ‘vangelo’, che nell’antichità designava la buona notizia di un matrimonio, della nascita di un figlio o della vittoria sul nemico, è di Gesù Cristo, non è il nostro. È Lui la buona notizia; d’ora in avanti ogni notizia che non rifletta la sua persona e il suo pensiero non è buona. Egli salva (Gesù), è il Messia atteso (Cristo), è in una relazione unica col Padre (Figlio). In Lui c’è tutto quello che serve per avere una vita che sia anch’essa una bella notizia per noi e per gli altri, addirittura un vangelo vivente. Questo inizio è diverso da tutti gli altri, è persino più grande del «principio» di Gen 1 in cui Dio creò il cielo e la terra, perché è il principio che fonda una storia di salvezza. La parola greca archè, infatti, sta ad indicare il punto di partenza, il principio dominante da cui trae impulso quella forza d’amore che pervade la storia, la sorgente cui tutti dobbiamo attingere per ricevere vita buona. Allora in Gesù l’Origine non è più inaccessibile, il suo inizio può diventare il nostro: ecco la buona notizia!

Questa storia di salvezza era stata sognata e annunciata dai profeti, come dimostra la citazione di Isaia, che in realtà riprende anche Esodo e Malachia, Legge e Profeti, tutti orientati a «preparare la strada» che Dio percorre verso gli uomini. In Isaia era la strada attraverso la quale Yhwh faceva tornare il popolo dall’esilio babilonese; adesso, nella pienezza dei tempi, è il cammino del Figlio per riscattare la creatura dall’esilio del peccato e ricondurla al Padre. È anche la via che l’uomo è chiamato a percorrere per diventare discepolo, fatta di rinnovamento interiore e di scelte chiare. La strada rimane sua, l’«inizio» coincide con la sua ‘iniziativa’ verso di noi, ma i passi sono anche i nostri.

Il Padre ha scelto come «messaggero» e «voce» che precede la venuta del Figlio un uomo antico come Elia e nuovo come l’acqua pura. Giovanni vive nel deserto, mangia e veste con l’austerità del profeta che è tutto di Dio e non ha nulla da chiedere agli uomini, se non di cambiare vita. Il deserto arido, che nella tradizione biblica è il luogo dell’obbedienza faticosa e della educazione del cuore, diventa col Battista il giardino dei nuovi germogli; con lui le acque del Giordano, soglia da oltrepassare per entrare nella Terra promessa, brulicano di esseri viventi come alla creazione.

Questa volta però gli esseri viventi non sono i pesci, ma uomini attratti dalla coerenza dell’uomo di Dio che parla di cambiamento. La conversione è infatti la trasformazione di mentalità necessaria per superare la soglia dell’indecisione mortale e fare ingresso nella vita vera. «Viene dopo di me colui che è più forte di me», dice Giovanni, tracciando visibilmente in quel «dopo di me», che in Marco indica la sequela di Gesù, il cammino nuovo del discepolo prima annunciato. Colui che viene dopo è il Dio forte di cui parla la Scrittura, e il battesimo che amministrerà non sarà, come quello di Giovanni, la richiesta di purificazione attraverso il pentimento, bensì l’unzione dello Spirito che perdona i peccati. E qui il lettore è condotto dentro la vita stessa di Dio, l’Inizio raggiunge il fine della sua opera, ossia il congiungimento del Santo con l’uomo per opera dello stesso Spirito/respiro di Dio, che nel battesimo diventa il nostro.

Il credente deve però ricordare che non si può entrare nella vita nuova senza lasciare la vecchia, come facevano i penitenti sulle sponde del fiume. L’umiltà con cui il Battista svolge l’altissimo compito di convertire l’uomo alla giustizia di Dio e predisporlo alla libertà di figlio, è raffigurata da una immagine di inaudita piccolezza, quella di uno schiavo che non si sente neanche all’altezza di chinarsi sul padrone. Essa interroga la nostra fedeltà umile alla missione specifica che Dio ci affida, affinché non cadiamo nel rischio di avanzare pretese di onori derivanti dal nostro servizio ecclesiale.

E se invece mi sembra di non essere all’altezza del grande dono e compito che il Signore al battesimo mi hai affidato, quello di mostrare ai fratelli la bellezza di una vita immersa nell’Amore? Eppure, sostando sulle sponde del mio Giordano, avverto, come Giovanni, che Dio continua a volere usare la mia voce, il mio sguardo, le mie mani per dire che Egli è nella porzione di terra che io abito. Allora proverò a raccontare ancora la mia storia salvata, che vorrei fosse un vangelo vissuto, per condurre altri uomini al grembo battesimale della Chiesa, capace di generare nuovi figli di Dio!