d. Giacomo Falco Brini – Commento al Vangelo di domenica 27 Marzo 2022

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BISOGNA FAR FESTA CON DIO, ALTRIMENTI NON E’ DIO

Secondo l’odierno testo di Lc 15, davanti a Gesù Cristo gli uomini si dividono in 2 categorie di persone. Quelli che lo ascoltano e quelli che mormorano su di lui. Alla prima categoria appartengono pubblicani e peccatori: gente che ha una pessima reputazione, gente ferita, persone che non ce la fanno proprio a sistemarsi e vivere una vita per bene. Alla seconda categoria appartengono invece scribi e farisei, ovvero campioni di vita religiosa e dalla buona fama presso gli uomini, persone che hanno sempre una parola su tutto, influenti, oggi diciamo influencer, persone che sanno stare al mondo e cadono sempre in piedi.

Nota immediata dell’evangelista: i primi si avvicinano a Gesù, dei secondi non lo si dice. Perché? La Bibbia afferma ripetutamente che la mormorazione allontana da Dio. Come ci ricordava la 2a lettura di domenica scorsa (1Cor 10,10), una gran parte del popolo eletto cadde nel deserto per le continue mormorazioni. Ma a ben vedere, con questa celebre parabola che chiude il trittico di Lc 15, Gesù dirige il suo insegnamento proprio a tutti quelli che rientrano nella seconda categoria. L’amore di Dio vuole salvare a tutti i costi chi ad esso si sottrae volutamente.

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La prima categoria è ben rappresentata dal figlio minore della parabola. Storie di chi, correndo dietro alle illusioni di questo mondo, si ritrova deluso e impoverito dalle proprie scelte. Persone che, toccando il fondo del male in cui sono impelagate, avvertono nel profondo una misteriosa nostalgia che li spinge a far memoria di quanto si è ricevuto (Lc 15,14-17). Persone che sentono questa nostalgia perché hanno il coraggio di riconoscere il vuoto che c’è nella propria anima: sono dunque aperte alla rivelazione che Dio vuol donare di sé stesso. Infatti, è sufficiente questo movimento interiore provocato dalla nostalgia per far scoccare l’ora suprema della conoscenza di Dio.

Notate la preparazione delle parole del figlio prima dell’incontro: nel riconoscere di aver sbagliato tutto, non sentendosi più degno di essere chiamato “figlio”, si propone la richiesta da fare a suo padre di non essere trattati come tali (Lc 15,18-19). E invece ecco la sorprendente scoperta, ancor prima che il ragazzo proferisca queste sue parole. Vedendolo rientrare, il padre esplode in un comportamento assolutamente inspiegabile, correndogli incontro come un giovinetto e coprendolo di abbracci e baci (Lc 15,20). Poi i comandi diretti agli inservienti che hanno un solo significato e scopo: “tu mi dici che non sei più figlio e vuoi essere considerato come un servo qualsiasi? Io invece ti dico che sei sempre mio figlio e per questo ordino subito una festa grandiosa con tutti, perché ora sei qui con me.” (Lc 15,22-24)

La seconda categoria è altrettanto ben rappresentata dal figlio maggiore. Gente fedelissima ai suoi doveri, talmente fedele che la loro stessa vita arriva a identificarsi con il proprio dovere. E, come tutti quelli che interpretano la vita come un dovere, si perde la sensibilità alla festa e alla gioia. Il figlio ferma un inserviente e chiede ragione di musica e danze che giungono alle sue orecchie. La risposta di questi scova nei meandri del suo cuore “il peccato del giusto”: egli si indignò e non voleva entrare in casa (Lc 15,26-28a).

Cioè, sulla soglia di casa, provò un sentimento di profondo rifiuto della scena a sorpresa che si presentò alle sue orecchie e non ancora agli occhi. Come dire: non può vedere chi è e che cosa fa Dio colui che prima non lo ascolta e non l’accoglie. Qui vediamo l’intento più intimo della parabola raccontata da Gesù. Raggiungere a tutti i costi chi è gli vicino solo apparentemente, perché ha il cuore lontano da lui. Suo padre allora uscì a supplicarlo (Lc 15,28b). Adesso si possono capire meglio le parole di Paolo nella seconda lettura: vi supplichiamo in nome di Cristo, lasciatevi riconciliare con Dio (2Cor 5,20). La supplica del padre della parabola è la supplica dell’apostolo.

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Ora si delineano meglio i tratti del volto del padre, vero protagonista della parabola. Un padre che inizialmente sembra aver problemi con un solo dei figli, e che alla fine pare ne avesse con entrambi. Ma è il padre che ne ha, o non sono forse i figli ad avere qualche problema con lui? Egli si manifesta al figlio più giovane con un amore non umano, in un’asimmetria della condotta che non può essere spiegata razionalmente, ma che potremmo riassumere così: “figlio, tu mi offendi e mi abbandoni ma io non ti mollo e ti amo ancora di più”: che amore è questo?

Poi si manifesta al più grande con una incredibile umiltà e una supplica struggente, perché non può sopportare nemmeno l’idea che egli non rientri a casa a far festa insieme a lui. E fa appello non alla sua ragione, ma al suo cuore: figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato (Lc 15,31-32) Qui non ci sono argomentazioni, c’è solo la dichiarazione di una necessità, comprensibile solo a chi è disposto ad andare oltre la propria giustizia, cioè oltre l’immagine equivoca che si ha di Dio. Dio infatti, è molto di più della sua legge: Deus misericordia est.


AUTORE: d. Giacomo Falco Brini
FONTE: PREDICATELO SUI TETTI

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