Commento alle letture di domenica 15 Settembre 2019 – Carlo Miglietta

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Il commento alle letture di domenica 15 settembre 2019 a cura di Carlo Miglietta, biblista; il suo sito è “Buona Bibbia a tutti“.

DA: C. MIGLIETTA, LA MISERICORDIA DI DIO. Percorso biblico per l’Anno Santo della Misericordia, con presentazione di S. E. Mons. Guido Fiandino, Gribaudi, Milano, 2015 

Al capitolo quindici del suo Vangelo, Luca presenta tre parabole che hanno in comune la nota della misericordia divina verso i peccatori: egli ci offre in tal modo l’intima natura, il perfetto esempio della buona notizia: il Vangelo nel Vangelo.

“Gli si avvicinavano i peccatori”

L’annuncio di Luca “si potrebbe sintetizzare con <<Vangelo di gioia>> nel senso di <<annuncio di gioia>> perché il comportamento di Gesù è scandaloso agli occhi del perbenismo moralistico e puritano: egli accoglie, s’intrattiene e parla e mangia con la <<feccia dell’umanità>> del tempo suo. Tutti coloro che erano al suo tempo condannati, evitati, emarginati, vilipesi, violati e anche odiati diventano i privilegiati del suo Vangelo, i beniamini della sua predilezione ai quali annuncia un messaggio pieno di speranza e di gioia” (P. Farinella[1]).

L’annotazione introduttiva alle tre parabole del capitolo 15 ricorda che l’accoglienza dei peccatori era un comportamento abituale di Gesù, come suggerisce il verbo all’imperfetto: “Si avvicinavano a lui (èsaneggìzontes) tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo” (Lc 15,1).

Era questo un elemento scandaloso del comportamento di Gesù, che gli provoca aspre critiche dagli avversari[2]: “I farisei e gli scribi mormoravano: <<Costui riceve i peccatori e mangia con loro>>” (Lc 15,2). Si tratta di un comportamento che spesso irrita i “giusti”: non soltanto quelli del tempo di Gesù, ma anche i cristiani successivi. “Secondo la tradizione ebraica, da un peccatore bisognava tenere una distanza di almeno due metri, bisognava evitarli, non era possibile contattarli neanche per invitarli alla conversione, e bisognava pregare Dio che li distruggesse” (A. Maggi[3]). Se poi proprio un peccatore voleva convertirsi, doveva farlo a prezzo di dure penitenze, di voti, di osservanze. Doveva in qualche modo “pagare”per le colpe commesse. I farisei erano preoccupati che Dio non fosse sufficientemente severo e inflessibile verso gli empi. Era quindi per loro inaccettabile il comportamento misericordioso di Gesù, che annuncia invece un Dio Padre tutto contento, che altro non anela che il ritorno dei suoi figli perduti. Ecco quindi il disprezzo verso Gesù: evitano persino di nominarlo: “Costui…” (Lc 15,2).

Scrive Reviglio: “Ciò che va sottolineato è che erano i peccatori e i pubblicani ad avvicinarsi a Gesù: notavano in lui tanta rettitudine, linearità, unite a bontà e misericordia. Per questo si sentivano attratti. Non era tanto Gesù che si avvicinava ai peccatori, ma questi che si avvicinavano a lui! Interroghiamoci: perché i <<peccatori>> non si avvicinano a noi? Forse perché siamo anche noi un po’ come i farisei. Se ci vedessero buoni, umili, sereni, i <<peccatori>… si sentirebbero attratti… Invece, non di rado noi facciamo gli scandalizzati, giudichiamo, condanniamo”[4].

“Le persone che vivono nel peccato hanno paura di trasgredire la legge religiosa per avvicinarsi al Signore, perché gli è stato insegnato che commettono sacrilegio. Gesù li invita invece a trasgredire. Se hai il coraggio di trasgredire, non una maledizione, ma una benedizione verrà su di te. Quello che agli occhi della religione è un sacrilegio, agli occhi di Gesù è un gesto di fede” (A. Maggi[5]).

C’è una netta contrapposizione tra pubblicani e peccatori da una parte e farisei e scribi dall’altra. I primi “si avvicinavano” (Lc 15,1), erano in cammino verso Gesù: gli altri sono fermi nella loro concezione religiosa statica e tradizionale. I primi “ascoltavano” (Lc 15,1) Gesù, gli altri “mormoravano” (Lc 15,2) contro di lui. I primi hanno bisogno della Parola del Signore, i secondi lo giudicano e lo accusano. I peccatori si rallegrano della Lieta Novità, i farisei si chiudono nella tradizione stantia. I peccatori si “lasciano riconciliare” (2 Cor 5,20) con Gesù, i farisei ne rifiutano il messaggio innovatore.

“Costui mangia con loro!”

Non solo Gesù accoglie i peccatori, ma addirittura mangia con loro. C’è qui un chiaro riferimento alla questione che tanto angustiò la prima Chiesa: se fosse possibile condividere la mensa con i pagani: fu lo scontro feroce, di cui accenneremo in seguito parlando della parabola del figlio prodigo, tra gli etnico-cristiani, quelli cioè provenienti dal paganesimo, e i giudeo-cristiani, ebrei convertiti. “Per comprendere questo allarme da parte delle persone pie, bisogna rifarsi alla cultura ebraica, nella quale il pranzo veniva condiviso, mangiando tutti in unico grande piatto: quindi al centro della tavola c’era un piatto dove tutti quanti mettevano la mano per mangiare, e se uno di questi invitati era una persona infetta, è chiaro che la sua infezione si trasmetteva al piatto e tutto il piatto diventava infetto e tutti quanti contraevano questa infezione. Se uno dei commensali è un peccatore, la sua impurità contagia tutti gli altri. Ecco spiegato perché denunciano Gesù che mangia con i peccatori. Anche Gesù è impuro perché contagiato mangiando con i peccatori” (A. Maggi[6]).

Siamo a una rivoluzione copernicana: in tutte le religioni, gli uomini offrono sacrifici di purificazione per essere accolti dal loro Dio. Gesù invece non richiede sacrifici o penitenze, ma solo che noi incontriamo lui, accogliamo lui: sarà lui a purificarci, a santificarci, a metterci in relazione intima con lui e con il Padre. Gesù ogni giorno continua a mangiare con noi peccatori nell’Eucarestia; quali che siano le nostre colpe, a lui basta che accettiamo di mangiare da lui il pane e il vino che ci trasformano, così che da lontani diventiamo vicini, da peccatori diventiamo giustificati, da schiavi diventiamo figli!

Dio è gioioso!

Ha detto Papa Francesco: “Le tre parabole della misericordia: quella della pecora smarrita, quella della moneta perduta, e poi la più lunga di tutte le parabole, tipica di san Luca, quella del padre e dei due figli, il figlio <<prodigo>> e il figlio che si crede <<giusto>>, che si crede santo, tutte e tre queste parabole parlano della gioia di Dio. Dio è gioioso. Interessante questo: Dio è gioioso! E qual è la gioia di Dio? La gioia di Dio è perdonare, la gioia di Dio è perdonare! E’ la gioia di un pastore che ritrova la sua pecorella; la gioia di una donna che ritrova la sua moneta; è la gioia di un padre che riaccoglie a casa il figlio che si era perduto, era come morto ed è tornato in vita, è tornato a casa. Qui c’è tutto il Vangelo! Qui! Qui c’è tutto il Vangelo, c’è tutto il Cristianesimo!”[7].

Tutte le tre parabole infatti sottolineano la gioia di Dio per la conversione del peccatore. Al termine della prima si dice: “Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7); allla fine della seconda: “C’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte” (Lc 15,10); nella terza il Padre comanda: “Facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,23-24). Anzi, nella conclusione dell’ultimo racconto il Padre afferma con forza: “Bisognava (èdei) far festa!” (Lc 15,32): “La necessità della festa sta nella novità inaudita del Vangelo che annuncia un Dio che perdona, risana, guarisce, salva, dona il suo Figlio per la salvezza del mondo” (G. Benzi[8]). Il tema della gioia percorre tutto il capitolo 15 di Luca, ricorrendo ben otto volte[9].

Il discorso quindi non è morale ma teologico: l’attenzione delle parabole non è sul pentimento dell’uomo, ma sulla gioia di Dio. Non viene più presentato un Dio severo e accigliato che attende di punire i cattivi, ma un Dio allegro e festante perché vuole riabbracciare i suoi figli perduti. L’Evangelo riguarda non i cammini di pentimento dell’uomo, ma la “novità” di un Dio che cerca il peccatore, che vuole riportarlo a sé, che esulta per la relazione riallacciata con lui.

Due sole parabole

In genere si considerano tre parabole distinte: la pecora smarrita[10], la moneta perduta[11] e infine la cosiddetta parabola del figlio prodigo[12]. In realtà, a ben analizzare il testo, ci troviamo di fronte a solo due parabole: una, quella del ritrovamento di ciò che si era perduto, declinata prima al maschile (il pastore e la pecora) e poi al femminile (la donna e la moneta), l’altra del padre misericordioso. Infatti, anche dal punto di vista sintattico, si legge prima: “Gesù disse loro questa parabola” (Lc 15,3), a cui segue l’unica narrazione del ritrovamento prima della pecora da parte del pastore e poi della dracma da parte della donna; mentre il racconto del figliol prodigo è introdotto poi da un inizio autonomo: “E diceva…” (Lc 15,11).

Il ritrovamento della pecora e della moneta perduta

“Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: <<Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta>>. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.

O quale donna, se ha dieci dracme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: <<Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dracma che avevo perduta>>. Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte” (Lc 15,3-10).

Dio è pastore

Pastore e gregge sono un tema classico dell’Antico Testamento. Il ritrovamento della pecora smarrita è un tratto abituale della salvezza[13]: Dio è il pastore buono[14] che si oppone ai capi del popolo che sono cattivi pastori: cercano e difendono se stessi anziché servire il gregge e avere compassione di coloro che si smarriscono[15].

Questo racconto, oltre allo sfondo veterotestamentario, ha anche un parallelo in Matteo[16], la cui prospettiva, però, è molto diversa. Matteo non inserisce la parabola in una polemica con i farisei, ma all’interno di una regola di comportamento per la comunità. Non insiste particolarmente sulla gioia del ritrovamento, ma sulla ricerca da parte del pastore: non parla di pecore che si sono “perdute” (apolèsai), ma probabilmente di pecore “smarrite” (planòmenoi) dai loro guardiani. Il racconto di Matteo è un invito alla comunità ecclesiale, e in particolare ai suoi responsabili, perché vadano alla ricerca degli smarriti, sull’esempio di Gesù, il “pastore ideale” (questo è il vero significato di ò poimèn ò kalòs in Gv 10,11), che “dà persino la vita per le sue pecore” (Gv 10,11.15.17.18).

Luca, invece, come già abbiamo detto, racconta la gioia di Dio nel ritrovare la pecora. Che tenerezza nell’immagine di una pecora portata “in spalla tutto contento” (Lc 15,5)! “Una pecora in spalla ha un certo peso; non è un agnellino; si tratta di un animale ferito, sporco, sicuramente irrequieto. Il pastore se la mette in spalla alla lettera <<con grande gioia>> e va a casa, con gli amici, a far festa. L’azione posta al centro della parabola lucana è questa gioia del pastore che cerca e recupera la pecora. Questa gioia della ricerca andata a buon segno, questa gioia grande è la gioia di Dio di poter perdonare l’uomo, ogni uomo singolarmente” (G. Benzi[17]).

Il paradosso della misericordia

Gesù “disse loro questa parabola: <<Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova?>>” (Lc 15,3-4[18]). Gesù si aspettava che gli astanti gli rispondessero: “Certo, anche noi avremmo fatto così”? Ma credo che in realtà pochi si sarebbero comportati come il pastore della parabola. Perché rischiare le novantanove pecore per andare alla ricerca di una sola? Una corretta impostazione economica non prevede sempre i possibili “scarti di produzione”? Qui una pecora testarda e disobbediente al pastore, o desiderosa di autonomia, o tentata da chissà quali altri pascoli, o semplicemente distratta, si perde. Il pastore, per andare a cercarla, abbandona allora le altre novantanove pecore che invece erano a lui obbedienti, remissive, contente di stare con lui. Molti commentatori affermano che il pastore le avrà lasciate in un ovile sicuro, o affidate a un altro guardiano: ma il testo in realtà parla di vero abbandono (kataleìpe: Lc 15,4; aphèse: Mt 18,12) e non specifica nessuna misura di protezione per le pecore rimaste. Anzi, il pastore le abbandona “sui monti” (Mt 18,12), si legge nel Vangelo di Matteo, o addirittura “nel deserto” (Lc 15,4), ci dice il Vangelo di Luca, esposte cioè alla voracità dei lupi e dei leoni, o all’assalto di ladri e briganti[19].

Secondo la logica umana, queste pecore avrebbero tutte le ragioni per lamentarsi, come avrà ragione il figlio perbene quando vedrà il padre ridividere il patrimonio con il figlio prodigo ritornato[20]. “<<Non è giusto>>: questa è la reazione che suscitava la parabola del pastore che abbandona novantanove pecore per correre dietro a quella che è perduta. Dio ha questa preferenza ed è pronto ad assumersi comportamenti <<ingiusti>> e <<irrazionali>> agli occhi degli scribi e dei farisei” (G. De Virgilio, A. Gioni[21]).

Se una sola su novantanove è la pecora smarrita, significa che solo l’un per cento della popolazione mondiale è peccatore o c’è un altro significato? Secondo alcuni Padri della Chiesa, come Gregorio Magno[22], “novantanove” nell’ebraismo in genere è il numero che si riferisce agli angeli: la pecora smarrita rappresenta forse l’umanità decaduta, peccatrice, che ha abbandonato la sua situazione “angelica”, e che Gesù si caricherà sulle spalle per portarla nella situazione di perfezione voluta da Dio[23].

Anche il finale della parabola è al di fuori del nostro modo di pensare: “Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7): come può Dio essere più contento di un solo peccatore che ritorna a lui che di novantanove giusti che ogni giorno gli obbediscono con fedeltà, magari a prezzo di grandi sforzi e sacrifici?

Ma siamo qui di fronte a quello stile del “paradosso” che spesso troviamo soprattutto nei Vangeli: si presenta una situazione talora persino assurda ma per stressare alcuni concetti.

L’uomo è la gioia di Dio

Qui si vuole innanzitutto sottolineare che ciascuno di noi è preziosissimo agli occhi di Dio: ciascuno di noi è la gioia di Dio. Aveva detto Isaia: “Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Is 62,5)[24]. “Il messaggio della parabola è dunque quello dell’esclusività di ciascuno di noi…: nessuno deve sentirsi escluso dall’attenzione di Dio… Dio non si rassegna alla morte dei suoi figli per quanto peccatori, per quanto ribelli essi possano essere. Paternità / maternità e figliolanza non si possono mai rinnegare senza annullare la propria identità e Dio <<si è sempre ricordato della sua alleanza: parola data per mille generazioni>> (Sl 105,8)” (P. Farinella[25]). Afferma Gesù: “Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli” (Mt 18,14). Ciascuno di noi è unico per Dio, è oggetto particolare del suo amore. Dio ama ciascuno di noi come se non esistesse nessun altro, e continuamente ci cerca, ci conquista, ci seduce. Per Dio non è possibile che qualcuno possa essere lontano dal suo amore; Dio non tollera che qualcuno sia escluso dalla sua misericordia.

Inoltre Dio, come tutta la Scrittura ci insegna, ha una predilezione particolare per i deboli, per i piccoli, per chi è più fragile, per chi sbaglia: “Infatti il Figlio dell’uomo è venuto a salvare ciò che era perduto” (Mt 18,11).

“La contrapposizione tra uno e tutti sottolinea la condizione di privilegio o di diritto che ha chi è fuori strada, come chi è malato o infelice, rispetto a chi è al sicuro o in salute…. Anche se non era un grosso danno la perdita di una pecora, su cento che ne aveva, la sollecitudine e la gioia del pastore sono egualmente incontenibili. Il fatto sottolinea la sua generosità, magnanimità, bontà… Il pastore che Luca presenta è eccezionale” (O. da Spinetoli[26]).

Dio ci cerca

La parabola ci rivela anche che noi siamo continuamente cercati da Dio. Dio chiama Gerusalemme: “Ricercata, Città non abbandonata>>” (Is 52,12). Dio nella Bibbia è sempre colui che fa il primo passo alla ricerca dell’uomo. Adamo ed Eva dopo il peccato si nascondono dal Signore, ma Dio li viene a cercare: “Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: <<Dove sei?>>” (Gen 3,8-9). E’ Dio che chiama Abramo[27], che si rivela a Mosè[28]. E’ Dio l’Amante che nel Cantico cerca l’amata[29]. E’ Dio che “ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità” (Ef 1,4). E’ Dio che sta alla nostra porta e bussa: “Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io entrerò da lui e cenerò da lui ed egli con me” (Ap 3,20). Così Gesù invita alla sua sequela gli apostoli[30], chiama per nome Maddalena che lo ha scambiato per un giardiniere[31], si rivela ai discepoli di Emmaus tristi e sfiduciati[32].

“Quello di Dio è un amore senza riserve che ci precede, ci sostiene e ci chiama lungo il cammino della vita e ha la sua radice nell’assoluta gratuità di Dio… In ogni tempo, alla sorgente della chiamata divina c’è l’iniziativa dell’amore infinito di Dio, che si manifesta pienamente in Gesù Cristo” (Benedetto XVI[33]): “noi lo amiamo, perché egli ci ha amati per primo” (1 Gv 4,19)[34].

 I poveri cercano Dio

Il secondo racconto, quello della moneta perduta e ritrovata, rimodula le tematiche di quello della pecora smarrita, ma con alcune sottolineature specifiche.

Innanzitutto la protagonista è una povera donna. Se la dracma è la paga giornaliera di un bracciante agricolo, tutto il “tesoro” di questa donna era il salario di dieci giorni. Mentre il primo racconto ci parlava di un ricco possidente, padrone di cento pecore, questo secondo ci presenta una persona umile, di bassa condizione.

“Proprio a motivo della sua povertà è particolarmente interessata e appassionata nella ricerca” (R. Reviglio[35]). A volte sono i poveri i migliori ricercatori del Regno di Dio. E’ l’esperienza che Israele ha fatto nell’Esodo quando, nel deserto, privo di ogni bene terreno e di ogni sicurezza, ha in realtà fatto la sua più intensa esperienza di Dio. Come dice il Salmo: “L’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono” (Sl 49,13.21).

Secondo alcuni Padri, come Gregorio Magno, la lucerna che la donna accende[36] è la lampada della Fede, è la divina Sapienza che illumina chi cerca Dio, squarciando le tenebre dell’errore[37]: è la fede che ci fa capire il mistero dell’infinita misericordia di Dio che non abbandona mai nessuno, ma che tenacemente cerca in ogni modo di conquistare l’uomo.

Pazienza verso chi sbaglia

Ma nel racconto c’è anche una sottolineatura ecclesiologica: “La pastorale comunitaria verso i peccatori è invitata a trovare vie più pacifiche o più caute senza ricorsi a minacce o anatemi, al contrario cercando di far propria la fiducia della donna che ha perduto la dracma, che ritrae quella stessa di Dio, che non desiste mai dall’attendere il momento della conversione del peccatore… La vera cura pastorale è fatta di pazienza e anche di tolleranza… Se la donna invece di cercare avesse <<spazzato>> e buttato le <<immondizie>> fuori casa, non avrebbe più trovato la moneta; se la comunità non ha pazienza di verificare e attendere la crescita e la piena maturazione (conversione) dei suoi membri, ma li espelle per indegnità o impenitenza, non avverrà mai che possa festeggiare la loro conversione, il loro ritorno o ingresso nel regno” (O. Da Spinetoli[38]).

La parabola del Padre misericordioso

La parabola del “figliol prodigo”[39] o meglio, come viene ora chiamata, del “padre misericordioso” o del “padre modello” è al cuore del Vangelo di Luca sia perché ne è quasi al centro fisico (occupa buona parte del capitolo 15 su 24 capitoli), sia perché costituisce il nucleo centrale del messaggio di Gesù e della predicazione di Paolo.

“Al brano di Luca si potrebbero dare molti titoli: parabola del figliol prodigo, della misericordia, del padre misericordioso, del padre che fu madre, del padre modello, dell’amore sconfinato, dell’impossibile che diventa possibile, delle contraddizioni… Nessun titolo dato finora ha esaurito la prospettiva del capitolo lucano. La Bibbia della Cei (1974) titola: <<Il figlio perduto e il figlio fedele>>, in parte travisando il contenuto della parabola. La 2a edizione della Bibbia Cei (1997) corregge in <<La parabola del padre misericordioso>>. La 3a edizione Cei (2008) cambia ancora: <<Il figlio perduto e il figlio fedele>>. Questi tentativi dimostrano la difficoltà di acchiappare il testo biblico che supera ogni imbrigliamento. Alcuni preferiscono il titolo <<Il padre che fu madre>> perché mette in luce non solo il protagonista principale che è il padre e non i figli che sono due comparse, ma anche perché mette in risalto l’amore generativo che muove il padre dall’inizio alla fine della parabola nei confronti dell’uno e dell’altro figlio. Parlando di questo amore, l’evangelista ricorre ad un verbo greco, esplanghnìstē, che traduce l’ebraico rachàm che richiama l’utero materno nell’atto di generare alla vita. Per questo è <<Il padre che fu madre>>” (P. Farinella[40]).

Questa parabola è stata giustamente definita “la perla delle parabole”[41]. “Luca per spiegarci l’agire di Dio…, per prospettarci che anche noi siamo parte della predilezione di Dio, qualunque sia lo stato della nostra condizione, ci ha regalato il capitolo 15 del suo Vangelo, la perla del Nuovo Testamento, il monumento al Dio <<giusto perché ama>> che possiamo anche definire come <<il Vangelo del Vangelo>>. Anche se perdessimo l’intera Bibbia e conservassimo solo il capitolo 15 del Vangelo di Luca, pensiamo che nulla sarebbe perduto perché avremmo l’essenza della rivelazione, il cuore dell’anima di Dio” (P. Farinella[42]).

Giustificati per grazia

Molto spesso questa parabola è stata letta come un cammino di conversione indicato ai discepoli. In realtà al suo centro c’è la teologia di Paolo, di cui Luca era collaboratore[43] e medico[44], sulla giustificazione per la sola grazia di Dio e non per le opere della Legge, e la difficoltà da parte della componente giudeo-cristiana della prima Chiesa di accettare che fosse annunciata ai pagani una salvezza che non passava più dall’osservanza della Legge di Israele ma solo dall’adesione a Gesù.

Fu questa una polemica che squassò ferocemente la prima comunità cristiana, e che fu al centro del lungo e acceso contradditorio tra i giudei convertiti al cristianesimo, che avevano come riferimento Pietro e Giacomo, e che ritenevano indispensabili per tutti la circoncisione e la pratica delle altre opere della Legge, e i pagani convertiti a Gesù, che facevano capo a Paolo, che invece sostenevano che ormai la salvezza giungeva a tutti per pura grazia tramite Gesù Cristo. Si giunse al famoso compromesso del Concilio di Gerusalemme, che in pratica accettava le tesi paoline, ma che chiedeva anche ai pagani di rispettare almeno alcune norme della tradizione ebraica per non dare scandalo alla componente giudaica della chiesa primitiva[45]. Ma la questione non fu affatto risolta, come si legge nella lettera ai Galati, in cui Paolo riferisce di avere accusato ad Antiochia addirittura l’apostolo Pietro di essere “ipocrita” perché, nonostante l’accordo stipulato a Gerusalemme, continuava a comportarsi come prima, considerando “impuri” i non circoncisi[46]. Fu un processo lento, laborioso e non certo indolore passare da una religiosità fatta di osservanza a prescrizioni e decreti a una Fede in un Dio Misericordia che gratuitamente salva tutti, ebrei e pagani, buoni e cattivi, giusti e peccatori[47]. E’ questa sicuramente la rivelazione principale che ci viene regalata da questa parabola[48], [49].

Analizziamone ora la splendida dinamica.

Il Padre dà la vita

Il figlio minore, secondo il diritto ebraico, finché il padre è in vita può disporre solo dell’usufrutto delle proprietà paterne, e non del loro possesso. La Scrittura proibiva di dare ai figli l’eredità prima della propria morte: “Finché vivi e c’è respiro in te, non abbandonarti in potere di nessuno. E’ meglio che i figli ti preghino che non rivolgerti tu alle loro mani. Quando finiranno i giorni della tua vita, al momento della morte, assegna la tua eredità” (Sir 33,21-22.24)[50]. Chiedendo di avere “la parte del patrimonio che gli spetta” (Lc 15,12), il figlio minore auspica la morte del padre, ne richiede la vita. Il termine “patrimonio” in greco è ousìa che deriva dal participio presente femminile del verbo eimì, il verbo dell’esistenza: tanto che il testo letteralmente dice: “Egli allora spartì loro la vita (tòn biòn)” (Lc 15,12).

“Il padre poteva rifiutare la richiesta del figlio, adducendo la giustizia e il suo diritto vigente contro il diritto del figlio ancora latente e futuro” (M. Orsatti[51]). Ma il padre gli dà senza discutere metà patrimonio, gli offre cioè la sua stessa “vita”: “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

“Gesù ci vuol suggerire la cattiveria e l’avidità di questo ragazzo: rinuncia al padre, per averne le ricchezze…; trasforma i beni paterni in moneta sonante, si fa i bagagli e parte” (R, Reviglio[52]).  A lui non importa la relazione con il padre: non importa nemmeno della sua esistenza. Per lui contano solo i soldi. Dirà Paolo: “L’attaccamento al denaro infatti è la radice di tutti i mali; per il suo sfrenato desiderio alcuni hanno deviato dalla fede e si sono da se stessi tormentati con molti dolori” (1 Tm 6,10).

Il ragazzo emigrò “per un paese lontano” (Lc 15,13). “Questa espressione <<paese lontano>> indica che il figlio non abbandona soltanto il padre, ma abbandona anche la religione dei suoi padri, va in un mondo di pagani, in un mondo di idolatri: non abbandona soltanto il padre, ma abbandona anche il suo Dio” (A. Maggi[53]). Agostino dice che va nella regio dissimilitudinis, nella regione della dissomiglianza, cioè che perde la sua “immagine e somiglianza”[54] con Dio.

Un atteggiamento sconcertante

Sconcertante è l’atteggiamento del padre: “A una logica elementare la sua può apparire più incoscienza che bontà, ma egli rifiuta persino di indagare sui progetti, sulle intenzioni del secondogenito. Il suo comportamento rischia di essere tacciato di debolezza, è invece solo frutto di un grande (cieco) amore” (O. da Spinetoli[55]). Forse noi avremmo detto: “Va bene, te ne vai! Ma ricordati che per te ormai io non esisto più! Guai a te se un giorno cercherai di tornare! Vedi questa porta? Se ci esci non ci entrerai mai più!”. Il padre della parabola invece non fa nessuna minaccia, non lancia nessuna scomunica: gli lascia aperta la porta del suo amore: “Non si può non sottolineare che è forse questa sua bontà che aprirà alla fine l’animo del figlio alla fiducia, al pentimento fino al desiderio del ritorno. Davanti a un genitore severo, irascibile, non gli sarebbe stato facile riportarsi a lui, dopo la triste, deludente esperienza” (O. da Spinetoli[56]).

“E la madre? La parabola non vi fa cenno, perché il protagonista è Dio, e Dio è Padre e Madre insieme! Perché Dio non interviene? Quante volte nella storia grande del mondo e nelle infinite piccole storie di paesi, famiglie, persone ci poniamo questa domanda: <<Perché Signore non intervieni? Non ci ami? Non te ne importa che ci perdiamo? Che ti perdiamo?>>. Sono i misteri di Dio, del dono della libertà che ci ha fatto. E ben sapeva che l’avremmo sperperato, questo dono! Eppure ci ha creato liberi, non per finta ma sul serio! Dunque deve lasciarci peccare, deve lasciarci sprecare i suoi infiniti doni. Dio è Padre, non paternalista” (R. Reviglio[57]).

Un cammino di abiezione

“Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno” (Lc 15,14). “La denuncia dell’Evangelista Luca, che è quello che prende di mira più degli altri il tema dei ricchi, della ricchezza, è che il ricco punta tutto sui soldi: se ha i soldi ha qualcosa ed è qualcuno, ma se gli togliete i soldi, quando uno non ha più niente non è neanche più niente. Allora questo ragazzo ormai non ha niente, e quindi non è più niente. E quindi comincia a trovarsi nell’indigenza” (A. Maggi[58]).

Il figlio allora “si attaccò (ekollète) a uno dei cittadini di quella regione” (Lc 15,15): si “incollò”, si unì prontamente a lui, e quindi divenne anch’egli straniero e pagano.

Inoltre da padrone diventa servo, e per di più pascola i porci[59], gli animali immondi per eccellenza[60], e da cui quindi contrae anche impurità cultuale: è sceso quindi nell’abisso della depravazione, è diventato bestia tra le bestie.

Nel momento massimo della sofferenza, quando ha davvero toccato il fondo, “allora rientrò in se stesso” (Lc 15,17): l’espressione indica che quindi prima non era più lui, si era completamente alienato, aveva rinunciato alla sua dignità.

Allora si ricordò che nella casa del padre persino i servi stavano meglio di lui: “Partì e si incamminò verso suo padre” (Lc 15,20). Il figlio prodigo è attirato dall’amore e dalla dolcezza della casa paterna, e non da discorsi o minacce: “nonostante quello che ha compiuto sente di poter affermare: <<mio padre>> (v. 17)” (O. da Spinetoli[61]), anche se neanche lui ha compreso fino a dove arriverà la bontà del genitore, e spera di poter rientrare in casa al massimo come servo[62].

Letteralmente il testo afferma: “Essendomi alzato (anastàs) andrò da mio padre” (Lc 15,18): si usa il verbo anìstemi, il verbo della resurrezione, che in greco si dice anàstasis, e che il padre riprenderà al v. 24: “Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita (anèzesen)”. Tornare al Padre è risorgere, e la resurrezione è proprio la partecipazione piena alla vita del Padre.

Una decisione di comodo

Ma perché decide di tornare? Per interesse: “Io qui muoio di fame!” (Lc 15,17): lontani da Dio, che è la Vita, si sperimenta la morte, la dissoluzione di sé, l’autodistruzione. La nostra fame si sazia solo in Dio: solo lui può riempire la nostra esistenza di risposte, di senso, di salvezza.

Il figlio prende una decisione di comodo, non dettata da una conversione, ma solo dall’esigenza di poter mangiare e campare. Cerca solo di sfamarsi: se non stesse così male non tornerebbe certo a casa.

Siamo abituati a meditare su questa parabola prima del sacramento della Riconciliazione o in occasione di qualche liturgia penitenziale: ma “bisogna subito sfatare una mitologia che vede in questo <<ritorno / rientro in sé>> il principio di una conversione, al punto di presentare il <<figliol prodigo>> come modello del convertito. Non è così…! Il figlio non pensa al padre e al suo dolore, non è pentito di ciò che ha scelto e fatto e delle conseguenze che ha provocato. Egli, di fronte a tutte le porte chiuse, intravede una sola possibilità: usare e sfruttare ancora una volta il padre. Ha preso coscienza di non avere altro futuro che la morte. Il momento della conversione è ancora lontano. Avverrà solo quando la gratuità di cui si era preso gioco lo avvolgerà del tutto nuovo: allora non avrà nemmeno bisogno di chiedere perdono, perché il perdono personificato dal padre lo aspettava già, prima ancora che lui partisse” (P. Farinella[63]).

Il Padre si umilia

Il figlio prodigo ha perso il diritto di essere trattato da figlio: al massimo potrà essere riammesso come servo. Ma “quando era ancora lontano, il padre lo vide e commosso gli corse incontro” (Lc 15,20). Per la cultura orientale un padre, o chiunque eserciti l’autorità, che si metta a correre perde la sua onorabilità: “L’andatura dell’uomo rivela quel che è” (Sir 19,27); “Chi cammina in fretta sbaglia strada” (Pr 19,2).

“C’è un altro particolare da tenere presente: il figlio è un guardiano dei porci, è impuro. Ebbene, il padre gli si getta al collo lo stesso, lo tocca, e l’impurità del figlio ritualmente si trasmette al padre. Per il padre, il desiderio di purificare il figlio è più importante della propria purezza. Il padre accetta di prendersi la lordura, l’impurità del figlio, pur di trasmettergli questa vita” (A. Maggi[64]).

“Per il padre, restituire vita e dignità al figlio disonorato è più importante del proprio onore” (A. Maggi[65]). “Dio non fa la divinità offesa nel proprio onore, ma Dio, il padre, non esita a disonorarsi pur di onorare il figlio. Si intravede in questo episodio anche una similitudine dell’immenso amore di Gesù, figlio di Dio Padre, uguale al Padre, quando non esita, per il bene dell’uomo, ad accettare il disonore della morte di croce” (A. Maggi[66]).

Un Padre impazzito di gioia

Il figlio comincia a recitare la formula di pentimento che aveva precedentemente elaborato: “Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio…” (Lc 15,21). Il padre lo stoppa qui, alla parola “figlio”: non vuole che nemmeno nomini la parola “servo” che il ragazzo si era preparare quando aveva pensato di dire: “Trattami come uno dei tuoi servi” (Lc 15,19). “Il padre non capisce più nulla, dalla gioia. Non lo lascia finire, non dice nemmeno una parola di perdono, ma subito – dopo i baci, gli abbracci, le lacrime – chiama i servi e comanda di fare festa… Impazzito di gioia: <<Questo mio figlio era morto… ed è risuscitato! Era perduto… ed è stato ritrovato! Mio figlio! Mio figlio!>>” (R. Reviglio[67]).

“Ma il figlio non deve chiedere perdono? Non si deve pentire? Non deve offrire un sacrificio, offrire delle garanzie? Il Padre non fa così: il Dio-Padre perdona, prima che il perdono venga richiesto. Per cui, i Vangeli fanno capire che la cosa più inutile è chiedere perdono a Dio: mai Gesù invita i peccatori a chiedere perdono a Dio, perché Dio mai perdona, perché mai si sente offeso. Dio è amore e concede il suo amore a tutti, indipendentemente dalla loro condotta. Se è vero che mai Gesù invita a chiedere perdono a Dio, insistentemente invita gli uomini a chiedere perdono agli altri. Il perdono di Dio diventa efficace, quando si traduce in altrettanto amore verso gli altri” (A. Maggi[68]).

Un perdono sconcertante

Le azioni poi che il Padre compie verso il figlio prodigo ci lasciano davvero stupefatti. Il figlio dissoluto non solo viene immediatamente riammesso in casa, ma è anche subito reintegrato in tutti i diritti di prima, con un vero rito di investitura, attraverso tre simboli: la veste, l’anello e i calzari (Lc 15,22).

Nella Bibbia esiste una “teologia del vestito”: la veste designa il ruolo[69], ha sempre valenze simboliche importanti: c’è una profonda rivelazione nel fatto che Adamo ed Eva, commesso il peccato, si scoprano nudi[70] o che Gesù venga spogliato della sua tunica indivisa prima di essere crocifisso[71]; così hanno un intenso significato le vesti sacerdotali[72] o quelle bianche tipiche della dimensione celeste[73]. Il padre vuole per questo figlio “il vestito più bello (stolèn tèn pròten)” (Lc 15,22): “la stola prima”: nella mentalità ebraica, l’abito più bello era quello che il re concedeva a qualche altissimo funzionario in segno di onore[74], come quando il faraone riabilitò Giuseppe (“Lo rivestì con abiti di lino finissimo”: Gen 41,42), o il re Assuero volle onorare Mardocheo (“Mardocheo si allontanò dal re con una veste regale di porpora viola e di lino bianco, con una grande corona d’oro e un manto di bisso e di porpora rossa”: Est 8,15).

Ma soprattutto è sbalorditivo che al figlio che è ritornato venga rimesso l’anello al dito; l’anello non era solo un ornamento, ma il sigillo, con cui il figlio poteva compiere tutti gli atti giuridici e amministrativi[75]: era la firma sul conto bancario, la carta di credito a valenza illimitata, era il libretto degli assegni. “Al figlio, che ha dimostrato di non saper gestire i suoi averi e che in poco tempo ha sperperato tutto il suo patrimonio, il padre rinnova la piena fiducia e non solo lo reintegra nei suoi beni, ma gli affida l’amministrazione della sua casa. Tutto questo senza alcuna garanzia” (A. Maggi[76]).

Il testo evangelico non dice se il giorno dopo il figlio appena ritornato scappi di nuovo, questa volta non con metà patrimonio, ma con tutti i beni del padre, di cui ormai è stato fatto “amministratore delegato”: ci parla però della stupenda incoscienza di Dio che ci dà sempre fiducia, qualunque siano i nostri peccati. Il padre non solo ridà fiducia al figlio, ma gliene dimostra una molto, molto più grande di prima.

I sandali rimessi ai piedi hanno diversi significati. Ci si toglieva i sandali nei momenti di dolore, e li si rimetteva quando tornava la gioia[77]. I sandali indicavano il rango, perché solo i padroni li portavano, mentre i servi giravano scalzi. Indicavano anche il possesso: il sandalo è simbolo di proprietà perché calpesta la terra: chi mette il suo sandalo su un terreno ne deve essere considerato il padrone; ecco perché nel libro di Rut “chi aveva il diritto di riscatto disse a Booz: <<Acquista tu il mio diritto di riscatto>>; si tolse il sandalo e glielo diede” (Rt 4,7-8). Inoltre chi disobbediva alla Legge del Levirato, rifiutando di dare discendenza a un fratello morto, veniva privato dei sandali e “la famiglia di lui chiamata in Israele <<la famiglia dello scalzato>>” (Dt 25,7-10). Il figliol prodigo è ora ufficialmente proclamato Signore, Padrone, e colui che darà una discendenza al padre.

Questi gesti del padre sono meravigliosi e stupefacenti: “Nel caso del figlio prodigo il perdono non comporta il semplice ripristino della situazione precedente. In luogo del consueto rapporto di filiazione naturale subentra un nuovo genere di filiazione in base ad un gesto di adozione formale[78]. Colui che è ritornato, dunque, benché non possedesse più nulla, acquista nella casa paterna un posto che prima non aveva, e questo non per diritto, ma per grazia” (K. H. Rengstorf[79]). Il figliol prodigo è così presentato a tutti come l’erede ufficiale, non per diritto di nascita, ma per una precisa scelta da parte del padre!

La comprensibile reazione del fratello maggiore

“Il figlio maggiore (presbýteros) si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze… Egli si arrabbiò (orghìsthe)” (Lc 15,25.28). “Le persone religiose e l’allegria sono incompatibili. Le persone religiose hanno sempre una faccia seria, perché tutta la loro vita è uno sforzo per meritare l’amore di Dio, quindi devono far vedere agli altri quanto sia difficile la loro vita; loro e l’allegria sono incompatibili. Anziché avvicinarsi, lui si blocca” (A. Maggi[80]).

Gli esegeti hanno sempre dipinto con luce sinistra questo povero fratello perbene, che il testo greco definisce presbýteros, “più anziano” (parola da cui deriverà l’italiano “prete”): don Mazzolari scriveva: “Il maggiore è una legione (di demoni) sotto nome diverso, è l’infingardo della parabola dei talenti, il fariseo al Tempio, il servo spietato che prende per il collo il conservo. E’ uno schiavo nella casa della libertà. Non fa nulla per evitare l’evasione del fratello inquieto, in lui c’è troppa verità e poca carità”[81].

Invece è ben comprensibile la reazione del figlio maggiore, il quale non solo forse è già turbato per la festa che si sta preparando per il ritorno del fratello che ha sperperato metà del patrimonio paterno, ma addirittura vede il restante capitale ora ridiviso in due, e che a lui, sempre ligio al lavoro e all’obbedienza nella casa paterna, toccherà ormai solo un quarto dei beni che il padre aveva all’inizio. Il figlio maggiore si sente profondamente leso nei suoi diritti: se facesse ricorso a qualunque tribunale contro questa abnorme ripartizione ereditaria, vincerebbe certamente la causa. Ma la logica del Padre non è quella della giustizia umana: è quella dell’amore, del perdono incondizionato, della grazia assoluta. E’ la follia di chi, come dirà Paolo descrivendo l’Amore, “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Cor 13,7).

Il figlio maggiore non riesce ad accettare questa dimensione: non nomina mai il fratello come tale, ma spregiativamente lo indica come “questo tuo figlio” (Lc 15,30), mentre il Padre cerca sempre di riportarlo a rapporti di fraternità: “questo tuo fratello” (Lc 15,32). Inoltre mentre il figlio minore è entrato nella casa paterna, il maggiore ne resta fuori: “non voleva entrare” (Lc 15,28).

Ha detto Papa Francesco: “C’è però un pericolo, ed è quello di presupporre che noi siamo giusti, e possiamo giudicare gli altri. Giudichiamo anche Dio, perché pensiamo che dovrebbe castigare i peccatori, condannarli a morte, invece di perdonare. Quando facciamo così rischiamo di rimanere fuori dalla casa del Padre! Ci si comporta come quel fratello maggiore della parabola, che invece di essere contento perché suo fratello è tornato, si arrabbia con il padre che lo ha accolto e fa festa”[82].

Un Padre che ama tutti

Ma il Padre è modello di Amore anche verso il figlio perbenista e giustizialista: “Il padre allora uscì a pregarlo (parekàlei)” (Lc 15,28). Fa lui il primo passo, uscendogli incontro, cercando cioè di dialogare con la sua rigida logica legalistica. Inoltre egli, che non aveva fatto nessun discorso al figlio minore quando questi se ne voleva andare, ora “supplica, scongiura il primogenito a recedere dal suo irrigidimento. Il verbo <<lo pregava (parakaléo)>> sottolinea in quale atteggiamento egli si trova davanti a lui: da servo più che da signore” (O. da Spinetoli[83]): una paternità che è sempre e per tutti amore, ricerca dell’altro, accoglienza…

Il figlio rimprovera duramente suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici” (Lc 15,29). “L’Evangelista qui fa comprendere il patetico e il ridicolo, tipico delle persone religiose: l’obbedienza alla legge, sostenuta proprio dagli scribi e da questi farisei, rende le persone immature, infantili e incapaci di autonomia. Hanno sempre bisogno di un padre a cui riferirsi, per sapere cosa devono fare e come lo devono fare, e per attendersi una ricompensa, ovvero allontanare da loro responsabilità derivanti dai loro comportamenti sbagliati. Questo è proprio delle persone infantili! Gesù non ha bisogno di persone infantili, ha bisogno di persone mature” (A. Maggi[84]).

Un figlio avido

Si noti come anche per questo fratello la questione non sia la relazione d’amore con il Padre, ma un problema di “mangiare”: il fratello prodigo decide di tornare perché “muore di fame” (Lc 15,17), ma anche il fratello perbenista protesta perché non ha potuto mangiare un capretto con gli amici. Entrambi hanno una mentalità da servi, e non da figli. Spesso, invece di una fede che sia profonda relazione amorosa con Dio, preferiamo una religione di tipo mercantile, in cui si pensa di ottenere favori e grazie dalla divinità in cambio di prestazioni cultuali.

Inoltre il figlio accusa il fratello di “aver divorato gli averi con le prostitute” (Lc 15,30): ma come faceva a saperlo? Chi glielo ha detto ? Non se ne era mai parlato! E’ tipico di coloro che si ritengono giusti l’accusare gli altri di ogni nefandezza… In ogni caso, la prostituzione nella Bibbia è spesso simbolo del tradimento dell’Alleanza con Dio[85].

Chiamati all’amore

“Povero figlio, non hai proprio capito nulla! Non ti sei mai accorto che quella era casa tua e che in casa avevi un padre? Ti sei sempre sentito estraneo, servo; ma non hai capito l’amore…? E tu volevi il capretto, non per far festa con tutti, ma solo con i tuoi amici! Dio che è Padre di tutti vuole che noi facciamo festa insieme (come il pastore che ha trovato una pecora e la donna che ha rinvenuto la moneta)” (R. Reviglio[86]).

Siamo qui al cuore della parabola: Dio ci ha donato tutto, e ci ha donato anche se stesso: questa consapevolezza deve essere la fonte della nostra gioia e della nostra misericordia. “<<Figlio non hai ancora capito che, essendo tu mio figlio, ogni cosa mia è tua?>>. Non l’aveva mai capito! È questa la tragedia di tante persone che, vivendo sulla terra e godendo di tutti i suoi beni, diffidano di un Dio creatore, non vogliono ammetterlo; oppure vedono in lui un giudice o un avversario, ma non un Padre, e pertanto non sanno che il mondo è nostro, di tutti, e perciò anche mio! Ma non solo tutto il mondo è mio: Dio è tutto mio!!! Ma il <<mio>> va condiviso con <<tutti>>” (R. Reviglio[87]).

Siamo il figlio prodigo o quello perbenista?

Luca ci lascia in sospeso il finale della parabola. Non ci dice se il fratello maggiore alla fine si sia convinto, sia entrato anche lui in casa, abbia fatto pace con il fratello ritornato e abbia partecipato alla festa, o se sia rimasto sdegnosamente fuori, magari rompendo definitivamente i ponti con la casa paterna e, ferito dall’ingiustizia subita, se ne sia andato dai Magistrati a denunciare il padre.

Luca non ci suggerisce nessun epilogo della storia. Forse perché vuole ricordare a tutti i suoi ascoltatori che ciascuno di noi può essere sia il figlio dissoluto e peccatore che il fratello giustizialista che non lascia spazio alla misericordia del Padre. Forse in ciascuno di noi ci sono tutte e due queste dimensioni: siamo poveri peccatori, schiacciati dalle nostre colpe, ma poi sempre pronti a giudicare e condannare gli altri con dura intransigenza. Sta a ciascuno di noi affidarsi alla misericordia di Dio ed entrare con le lacrime agli occhi nella sua casa, godendo della sua infinita misericordia che a tutti si estende e che non abbandona nessuno, o chiuderci nella torre d’avorio dei nostri presunti meriti, rimanendo in fondo convinti che di buoni come noi non c’è nessuno…

Dio, il Padre prodigo

“Il primo passo di ogni conversione è proprio il rivedere l’idea che ci facciamo di Dio: non è un controllore esoso e vendicativo, ma una casa accogliente dove si fa festa con musica e danze. Se uno si convince di questo capirà anche che per arrivarci vale la pena di fare qualsiasi cosa. E che è una meraviglia che ci si arrivi in tanti, ci si arrivi tutti” (D. Pezzini[88]).

Scrive Curtaz: “Un Padre che lascia andare il figlio anche se sa che si farà del male (l’avreste lasciato andare?). Un Padre che scruta l’orizzonte ogni giorno. Un Padre che corre incontro al figlio, cosa poco dignitosa nel rigido mondo ebraico e che si <<appende>> al collo del figlio. Un Padre che non rinfaccia nulla, né chiede ragione dei soldi spesi, che non accusa, che abbraccia, che smorza le scuse (e non le vuole), che restituisce dignità, che fa festa. Un Padre ingiusto, esagerato, che ama un figlio che gli augurava la morte, che vaneggiava nel delirio falsificando il diritto, un Padre che sa che questo figlio ancora non è guarito dentro ma pazienta e fa già festa. Un Padre che esce a pregare (!) lo stizzito fratello maggiore, che tenta di giustificarsi, di spiegare le sue buone ragioni. Vedo questo Padre che accetta la libertà dei figli, che pazienta, che indica, che stimola. Lo vedo e impallidisco. Dunque: Dio è così? Fino a qui? Così tanto? Sì, amici. Dio è questo e non altro. Dio è così e non diversamente. Ed è questo il Dio da raccontare nuovamente. Non quello dei loschi traffici, dei giochi di potere. Perché di <<prodigo>>, esagerato, qui c’è solo il Padre”[89].

Ha detto Papa Francesco: “La misericordia è la vera forza che può salvare l’uomo e il mondo dal <<cancro>> che è il peccato, il male morale, il male spirituale. Solo l’amore riempie i vuoti, le voragini negative che il male apre nel cuore e nella storia. Solo l’amore può fare questo, e questa è la gioia di Dio! Gesù è tutto misericordia, Gesù è tutto amore: è Dio fatto uomo. Ognuno di noi, ognuno di noi, è quella pecora smarrita, quella moneta perduta; ognuno di noi è quel figlio che ha sciupato la propria libertà seguendo idoli falsi, miraggi di felicità, e ha perso tutto. Ma Dio non ci dimentica, il Padre non ci abbandona mai. E’ un padre paziente, ci aspetta sempre! Rispetta la nostra libertà, ma rimane sempre fedele. E quando ritorniamo a lui, ci accoglie come figli, nella sua casa, perché non smette mai, neppure per un momento, di aspettarci, con amore. E il suo cuore è in festa per ogni figlio che ritorna. E’ in festa perché è gioia”[90].

[1] Farinella P., http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=25

[2] Lc 5,29-32

[3] Maggi A., Le parabole della misericordia, 12-13 dicembre 2007, http://www.studibiblici.it/Conferenze/casamicciola.pdf, pg. 18

[4] Reviglio R., Il Vangelo del Dio misericordioso.Una lettura “spirituale” del Vangelo di Luca, Opera Diocesana Preservazione della Fede, Torino, 2003, pg. 216

[5] Maggi A., Le parabole della misericordia, 12-13 dicembre 2007, http://www.studibiblici.it/Conferenze/casamicciola.pdf, pg. 20

[6] Maggi A., Le parabole della misericordia, 12-13 dicembre 2007, http://www.studibiblici.it/Conferenze/casamicciola.pdf, pg. 19

[7] Papa Francesco, Le Parabole della Misericordia, Angelus della XXIV Domenica anno C, 15 settembre 2013, http://www.divinamisericordia.it/spip.php?article747

[8] Benzi G., La pecora, la moneta e il figlio perduto e ritrovato, Parole di vita, anno IV, n. 5., settembre-ottobre 2010, pg. 15

[9] Lc 15,5-6.7.9.10.23.24.32

[10] Lc 15,4-7

[11] Lc 15,8-10

[12] Lc 15,11-32

[13] Mi 4,6-7; Ez 34,11-16, Ger 23,1-4

[14] Gen 48,15; Sl 23; 80,2; Is 40,11

[15] Ger 23,1-3; Ez 34,1-10

[16] Mt 18,12-24

[17] Benzi G., La pecora, la moneta e il figlio perduto e ritrovato, Parole di vita, anno IV, n. 5., settembre-ottobre 2010, pgg. 11-12

[18] Mt 18,11-14

[19] Miglietta C., L’ingiustizia di Dio e altre anomalie del suo Amore…, Gribaudi, Milano, 2013, pgg. 121-122

[20] Lc 15,22-28

[21] De Virgilio G., Gioni A., Le parabole di Gesù. Itinerari: esegetico-esistenziale; pedagogico-didattico, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2007, pg. 125

[22] Gregorio Magno, Homilia XV in Evangelia, Homilia XXXIV, PL 76, 1247

[23] Doglio C., Lettura orante del Vangelo secondo Luca. Le parabole della misericordia (Lc 15,1-32), http://www.symbolon.net/Nuovo%20Testamento/Vangeli/Luca/Lectio%20Divina/10-LUCA-Misericordia.pdf

[24] Sap 11,24; Sl 104,31

[25] Farinella P., Domenica IV Quaresima, C, 14 marzo 2010, http://paolofarinella.wordpress.com/

[26] Da Spinetoli O., Luca, Cittadella, Assisi, 1994, pgg. 501-502

[27] Gen 12,1-3

[28] Es 3,1-22

[29] Ct 2,8-17; 5,1-2

[30] Mc 1,17-20; Mt 4,18-22; Lc 5,1-3.10-11

[31] Gv 20,14-16

[32] Lc 24,15

[33] Benedetto XVI, Messaggio per la XLIX Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, 18 ottobre 2011

[34] Miglietta C., L’ingiustizia di Dio e altre anomalie del suo Amore…, Gribaudi, Milano, 2013, pg. 123

[35] Reviglio R., Il Vangelo del Dio misericordioso. Una lettura “spirituale” del Vangelo di Luca, Opera Diocesana Preservazione della Fede, Torino, 2003, pg. 218

[36] Lc 15,8

[37] Gregorio Magno, Homilia XV in Evangelia, Homilia XXXIV, PL 76, 1247

[38] Da Spinetoli O., Luca, Cittadella, Assisi, 1994, pgg. 504-505

[39] Lc 15,11-32

[40] Farinella P., http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=25

[41] Reviglio R., Il Vangelo del Dio misericordioso. Una lettura “spirituale” del Vangelo di Luca, Opera Diocesana Preservazione della Fede, Torino, 2003, pg. 219

[42] Farinella P., http://www.rivistamissioniconsolata.it/cerca.php?cat=25

[43] Fil 24; 2 Tm 4,11

[44] Col 4,14

[45] At 15,5-35

[46] Gal 2,11-16

[47] Rm 15,30-31; At 21,17-26; 2 Cor 11,13-15; Gal 1,7-9; 5,12; Fil 3,2

[48] Dazzi A., La parabola del padre misericordioso (Lc 15,11-32) e le sue riletture. Una proposta didattica. Tesi di Laurea Magistrale in Scienze Religiose, 2010-2011, http://www.portaleirc.it/attachments/495_TesiGiovanniDazzi.pdf

[49] Miglietta C., L’ingiustizia di Dio e altre anomalie del suo Amore…, Gribaudi, Milano, 2013, pgg. 87-97

[50] Maggi A., Parabole come pietre, Cittadella, Assisi, 2001, pg. 62

[51] Orsatti M., Un Padre dal cuore di madre, Ancora, Milano 1998, pg. 31-32

[52] Reviglio R., Il Vangelo del Dio misericordioso. Una lettura “spirituale” del Vangelo di Luca, Opera Diocesana Preservazione della Fede, Torino, 2003, pgg. 219-220

[53] Maggi A., Le parabole della misericordia, 12-13 dicembre 2007, http://www.studibiblici.it/Conferenze/casamicciola.pdf, pg. 21

[54] Gen 1,26

[55] Da Spinetoli O., Luca, Cittadella, Assisi 1994, pg. 507

[56] Idem

[57] Reviglio R., Il Vangelo del Dio misericordioso. Una lettura “spirituale” del Vangelo di Luca, Opera Diocesana Preservazione della Fede, Torino, 2003, pg. 220

[58] Maggi A., Le parabole della misericordia, 12-13 dicembre 2007, http://www.studibiblici.it/Conferenze/casamicciola.pdf, pg. 21

[59] Lc 15,15

[60] Lv 11,7; Dt 14,8; Mt 7,6; 8,30.32

[61] Da Spinetoli O., Luca, Cittadella, Assisi 1994, pg. 508

[62] Miglietta C., La famiglia secondo la Bibbia, Gribaudi, Milano, 2000, pgg. 203-205

[63] Farinella P., Il padre che fu madre, Gabrielli, San Pietro in Cariano (VR), 2010, pgg. 155-156

[64] Maggi A., Perché (solo) Gesù. Atti dell’incontro di formazione dell’associazione “Beati i costruttori di pace”, Padova, 15-17 dicembre 2006, pg. 68, www.studibiblici.it

[65] Maggi A., Parabole come pietre, Cittadella, Assisi, 2001, pg. 67

[66] Maggi A., Le parabole della misericordia, 12-13 dicembre 2007, http://www.studibiblici.it/Conferenze/casamicciola.pdf, pg. 23

[67] Reviglio R., Il Vangelo del Dio misericordioso. Una lettura “spirituale” del Vangelo di Luca, Opera Diocesana Preservazione della Fede, Torino, 2003, pg. 221

[68] Maggi A., Le parabole della misericordia, 12-13 dicembre 2007, http://www.studibiblici.it/Conferenze/casamicciola.pdf, pg. 24

[69] 1 Re 22,20; 1 Mac 6,15; 10,20.62.64; 2 Mac 8,35; Sl 29,12; Sir 6,29-31; 45,7; Bar 1,7; Dn 9,3; Lc 23,11; At 12,21

[70] Gen 3,7-11.21

[71] Gv 19,23-24

[72] Es 28,2; Lv 16,4; 21,10; Ez 44,17; Zac 3,1-10

[73] Lc 9,29; Mc 16,5; Ap 6,11; 19,8

[74] Est 6,8-11

[75] Est 8,2

[76] Maggi A., Parabole come pietre, Cittadella, Assisi, 2001, pgg.70-71

[77] Is 20,2-5; Ez 24,17

[78] Gal 4,5

[79] Rengstorf K. H., Il Vangelo di Luca, Paideia, Brescia, 1980, pg. 315

[80] Maggi A., Le parabole della misericordia, 12-13 dicembre 2007, http://www.studibiblici.it/Conferenze/casamicciola.pdf, pg. 27

[81] Mazzolari P., La più bella avventura. Sulla traccia del prodigo, Gatti, Brescia, 1934, citato in Bergamaschi  A., Andate e mostrate. Omelie dell’anno C, Dehoniane, Bologna, 2006, pg. 218

[82] Papa Francesco, Angelus del 15 settembre 2013, www.zenit.org

[83] Da Spinetoli O., Luca, Cittadella, Assisi, 1994, pg. 512

[84] Maggi A., Le parabole della misericordia, 12-13 dicembre 2007, http://www.studibiblici.it/Conferenze/casamicciola.pdf, pg. 28

[85] Is 23,15-16; 57,3; Ez 16,31-35; 23,44; Os 1,2; Ap 17,1.15-16

[86] Reviglio R., Il Vangelo del Dio misericordioso. Una lettura “spirituale” del Vangelo di Luca, Opera Diocesana Preservazione della Fede, Torino, 2003, pg. 222

[87] Idem

[88] Pezzini D., Il Vangelo della domenica. Anno C, Dehoniane, Bologna, 1997, pg. 87

[89] Curtaz P., http://www.youtube.com/watch?v=FA6AX-ZG_Uk

[90] Papa Francesco, Le Parabole della Misericordia, Angelus della XXIV Domenica anno C , 15 settembre 2013, http://www.divinamisericordia.it/spip.php?article747