Commento al Vangelo di domenica 23 Giugno 2019 – Comunità di Pulsano

61

Lectio Divina di domenica 23 Giugno 2019 a cura della Comunità monastica di Pulsano.

Ss. Corpo e Sangue di Cristo

Antifona d’Ingresso Sal 80,17

Il Signore ha nutrito il suo popolo

con fior di frumento,

lo ha saziato di miele della roccia.

Nell’antifona d’ingresso (Sal 80,17, EP) cantiamo il Signore che nell’esodo ha nutrito il popolo di Pane dal cielo, di Acqua e soavità di miele (Es 16; 17,1-7). Secondo l’immagine paolina (1 Cor 10,1-4), il Cibo e la Bevanda divini provengono dalla Rupe divina che seguiva il popolo, Cristo, che in essi donava lo Spirito Santo. Come ancora avviene.

Canto all’Evangelo Gv 6,51

Alleluia, alleluia.

Io sono il pane vivo disceso dal cielo, dice il Signore,

se uno mangia di questo pane vivrà in eterno.

Alleluia.

Nel suo «discorso eucaristico» (Gv 6,22-58) il Signore rivela di essere il Pane Vivente e di essere stato inviato dal Padre (vedi metafora del cielo) per comunicare la sua Vita divina agli uomini che lo mangiano nella fede e nell’amore. Questo Pane è la «carne sua», del Figlio, quella che dona la Vita eterna al mondo.

Il Concilio Vaticano II ha insegnato che «… nella santissima eucarestia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra -pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, da vita agli uomini i quali sono in tal modo invitati e indotti ad offrire assieme a Lui se stessi, il proprio lavoro e tutte le cose create». La Chiesa che continuamente vive dell’eucaristia non finisce mai di approfondire le ricchezze di questo santissimo sacramento.

La II Domenica dopo Pentecoste si celebra la festa in onore del mistero eucaristico; nata per affermare la presenza reale di Cristo col suo corpo e col suo sangue nell’eucaristia contro coloro che negavano questa verità si è radicata così profondamente nella vita religiosa che mai altrove si è verificata una così stretta unione tra liturgia e pietà popolare, che non hanno risparmiato ingegno e bellezza per cantare l’Amore degli amori.

Sebbene sorta nell’ambito della devozione eucaristica medioevale, la solennità del Corpo e Sangue di Cristo è orientata dalle direttive conciliari e post conciliari circa il culto del mistero eucaristico nella messa e fuori della messa[1]. La riforma liturgica ha conservato i magnifici testi della Messa e dell’Ufficio, alcuni dei quali sono attribuiti a san Tommaso d’Aquino, aggiungendo tre serie di letture.

Le letture bibliche offerte dalla liturgia dall’anno C si rivelano subito molto ricche di profondi spunti di meditazione e contemplazione; il brano evangelico (che non si legge nel corso normale del Tempo per l’anno, per riservarlo adesso) è quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci; la prima lettura ci presenta la figura enigmatica di Melchisedek, che offre pane e vino; infine, la seconda lettura ci riporta la celeberrima tradizione dell’ultima cena che Paolo trasmette alla comunità di Corinto.

Se vogliamo identificare il tema di quest’anno, possiamo dunque individuarlo nell’Eucarestia come memoriale e ringraziamento. Nella lettura del più antico racconto dell’istituzione dell’Eucarestia infatti (II Lett.) si può sottolineare la particolare insistenza sul mandato di Gesù: «Fate questo in memoria di me», ripetuto due volte e commentato da san Paolo: «Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga». Il gesto di Gesù sul pane e sul vino, rinnovato dai discepoli di tutti i tempi in sua memoria, fu anticipato nella moltiplicazione dei pani (evang.) e prefigurato nell’offerta di Melchisedek (I Lett).

Questi grandi temi del mistero eucaristico compaiono anche nelle orazioni e nei tre prefazi contenuti nel Messale[2]. Occorre sempre ricordare che la presenza sacramentale del Corpo e del Sangue di Cristo è una conseguenza del memoriale e del sacrificio realizzati nella santa Messa e che la conservazione dell’Eucarestia ha come scopo primo e primordiale l’amministrazione del viatico ai moribondi, e, come fini secondari, la distribuzione della comunione e l’adorazione di nostro Signore fuori della Messa (Rito cit, n. 5).

Tornando alle parole dell’ultima cena, và sottolineata l’insistenza di Gesù sull’atteggiamento, potremmo dire sull’uso, che dobbiamo fare dell’Eucarestia: «Prendete e mangiate,.. Prendete e bevete». Questo ha detto Gesù Cristo. È un comando preciso!

Gesù non ha detto: pregate, adorate, genuflettete, esponete solennemente, portate in processione, benedite ecc. ecc., ha detto: prendete, mangiate, bevete.

In questa prospettiva, purtroppo, non possiamo non rilevare ancora oggi un fondo di ignoranza e di abusi: Non si comprende ancora abbastanza che Messa e comunione sono un tutt’uno! In sostanza ancora oggi attorno all’Eucarestia noi compiamo tanti gesti che Gesù non ha richiesto e non si fa quello che Gesù ha detto e comandato.

È vero che la presenza del Signore tra noi deve essere sottolineata anche con gesti esterni, che abbiamo bisogno di chiese, di tabernacoli per la custodia del Santissimo, ecc.; ma anche qui attenti a non fare quello che Gesù ci ha chiesto e fare invece quello che non ci ha chiesto. L’ipocrisia del fariseo, impettito nelle sue sicurezze, è sempre vicino a noi quanto lontano è il pentimento e la conversione del pubblicano. Occorre sempre vigilare specialmente su quelle che sono le nostre sicurezze maggiori!

La pericope evangelica non si legge nel corso normale del Tempo per l’Anno ma è riservata ad oggi. Occorre leggere anche il v. 10, che narra del ritorno dei discepoli inviati in prima missione, che il Signore conduce con sé in disparte per rifocillarli (Mc 6,31) dopo le fatiche della predicazione. Vengono a saperlo le folle, che seguono Gesù (v. 11a), sempre avide della sua dottrina, e possibilmente, se non soprattutto della guarigione di ogni malattia (v. 11b).

Esaminiamo il brano

Il senso di questo racconto del pane è dato dalla sua cornice; il contesto infatti è quello di due scene di riconoscimento di Gesù: una fallita (vv. 7-9) e una riuscita (vv. 18-22), quasi a dire che solo chi mangia questo pane e ne vive, sa riconoscere il volto del Signore.

La lettura che Luca fa di questo banchetto è strettamente cristologica e segna il punto di arrivo della missione degli apostoli: l’attività missionaria infatti porta a conoscere il Signore Gesù, e ha il suo «culmine» e coronamento nell’eucarestia, che ne è anche 1’«origine».

Il racconto ha come sottofondo l’attesa del banchetto messianico nel deserto, analogo a quello che Dio imbandì al suo popolo (cf Is 25,6ss; Sal 23; 78,18-19; 105,40 ecc.). Tale banchetto (cf Nm 11,4ss; 21ss; Es 16; Dt 8,13) aiuta a chiarire molti dettagli del nostro racconto, la cui struttura per altro è simile alla moltiplicazione dei pani di 2 Re 4,42-44.

Il centro di questo brano è il v. 16, che ripete la parole dell’ultima cena. Ora la presenza del Dio che nell’esodo sazia il suo popolo è sostituita dal Cristo che spezza il pane. Gesù non è presentato come il nuovo Mose, ma come Dio stesso che salva e sazia; il confronto con il miracolo di Eliseo serve a mostrare la sua superiorità nei confronti di colui che aveva ereditato la doppia parte dello spirito del padre dei profeti (cf 2 Re 2,9).

La gente vede in Gesù un uomo; alcuni riconoscono in lui un profeta, un profeta pari a questo Giovanni Battista che hanno conosciuto e che è stato fatto decapitare da Erode, pari a questi profeti di altri tempi di cui le Scritture hanno trasmesso i fatti e le parole, fra i quali Elia il Tisbita, originario del nord come Gesù il Galileo; Eliseo che ha moltiplicato pane per 100 persone. Ma se Gesù è davvero uomo, se davvero è profeta, si rivela essere anche altro. Chi dunque ha il potere di inviare degli uomini ad insegnare e guarire, chi ha l’autorità di suscitare profeti, se non Dio solo? Chi dunque ha potere sui demoni e trionfa sulla morte? Giovanni messo a morte non risusciterà. Neppure Elia, visto che ha avuto il privilegio di sfuggire alla morte. Solo Gesù sarà assoggettato alla morte e ne sarà vincitore mediante la sua resurrezione.

L’importanza evangelica ed ecclesiale del segno della moltiplicazione dei pani risulta anche dal fatto che il racconto di questo episodio della vita pubblica di Gesù nel 4° evangelo (Gv 6,1-15) coincide con quello dei sinottici (Mt 14,13-21 e Mc 6,35-44). Il miracolo avvenne verso la fine del ministero di Gesù in Galilea, in prossimità della festa pasquale, come nota il quarto evangelo. È il tempo che vede Gesù distaccarsi dalla folla per dedicarsi a preparare i discepoli alla sua tragica fine e al compiersi del suo mistero pasquale (cf Lc 9,18-45).

Il Regno di Dio, il suo potere e la sua autorità sono stati dati a Gesù. Dunque Gesù è re. Non ad interim o per delega. Può disporre del Regno come crede perché lo ha ricevuto in eredità e può a sua volta affidarlo a chi vuole. Come Gesù ha ricevuto il Regno in via definitiva, così lo dà agli apostoli. Il dono sarà senza restituzione. Certo, gli apostoli ritornano e Gesù riprende, per così dire, la direzione degli affari del Regno. Sarà solo dopo la partenza del maestro che essi saranno gli unici incaricati di annunciare il Regno di Dio. Il dono che è ora fatto loro è tuttavia senza pentimento, malgrado il loro futuro abbandono. In possesso di una simile ricchezza, come potrebbero preoccuparsi del resto, perché dovrebbero darsi pensiero di portare con sé provviste per la strada?

10 – «Al loro ritorno… si ritirò»:occorre leggere questo versetto (che la lettura liturgica ha tagliato!) per introdurci alla comprensione della pericope.

È il primo lasso di tempo che i discepoli passano «soli», testimoniando il Signore assente: questo tempo è figura e addestramento al tempo successivo, quello della missione della Chiesa. Gesù è il principio e il termine della loro missione; gli apostoli “raccontano” a Gesù dettagliatamente tutto ciò che hanno fatto (la parola greca diēgéomai indica un raccontare passo passo, quasi un ripercorrere il cammino fatto).

Questo confronto preciso e puntuale di ciò che si fa con il Signore Gesù è il fondamento stesso della comunità credente, che confronta sempre la propria vita con la storia di Gesù (cf Ef 4, 20-21). Questo ritrovarsi a discorrere e confrontarsi al ritorno della missione, prima del pane, è ciò che facciamo prima dell’eucarestia, nel confronto con la Parola (cf 24,25-30; At 2,42).

Insieme con gli apostoli Gesù «si ritira»; si sottrae operando tra i suoi e gli altri un dentro/fuori che non è tanto spaziale, quanto interiore; esso consiste nell’andare a lui, dialogare con lui ed essere presi da lui, sperimentando quell’intimità di vita alla quale devono essere condotti tutti i fratelli.

11 – «Le folle… »: Come è suo preciso e inderogabile metodo, Gesù prima insegna il Regno e poi guarisce i loro malati. Mentre Marco sottolinea la compassione di Gesù verso un gregge senza pastore, Luca mette in rilievo la sua cura come di un medico verso i bisognosi e gli esclusi, gli infelici nelle membra e nello spirito.

Così, mentre Marco presenta Gesù come pastore messianico secondo il Sal 23, Luca presenta il medico, salvatore della pecorella smarrita e ferita, secondo Ez 34,11.16.22.

12 – «Il giorno cominciava a declinare…»: (lett. a piegarsi, a coricarsi) si fa sera!

È il momento dell’unico pasto della giornata per quanti lavorano.

È l’ora in cui Gesù fu invitato a «rimanere» dai discepoli di Emmaus (24,29); è la stessa ora del banchetto eucaristico, che, come quello pasquale, si celebra al tramontare del sole.

«Lascia andare la gente…»: i discepoli vogliono «sciogliere» la folla perché trovi riposo; l’imperativo aoristo attivo del verbo ordina di dare inizio a una azione nuova. Gesù insegna alle folle e guarisce i loro malati, ma si fa tardi e il maestro non pare preoccuparsene. Le folle neppure del resto. Allora intervengono i Dodici: è ora che la folla lasci questo luogo deserto per cercare cibo e alloggio nei luoghi abitati. Questo consiglia infatti la più elementare saggezza.

«per alloggiare»: in gr. il verbo katalýō indica sciogliere i cavalli dal carro, perché si disperdano a volontà nel campo a brucare l’erba.

Questa parola richiama il katályma[3] dove Gesù si offrì, al mondo nella mangiatoia delle bestie (cf Lc 2,7) e dove Gesù si dona come pane e vino ai discepoli (cf Lc 22,11).

13 – «Date…»: il verbo è ancora un imperativo aoristo positivo. Gesù da lo stesso ordine che diede Eliseo (2 Re 4,42.43). Quando Gesù ordina loro di dar da mangiare alla folla, sembrano non dover neppure fare i conti, come se fossero già turbati dall’avere tanto poco per il loro piccolo gruppo. Resta dunque una sola possibilità, quella di comprare. Poco importa sapere se pensano seriamente a questa soluzione, o se la loro domanda vuol dire che è impossibile. Certamente ci vuole una bella somma per nutrire cinquemila uomini, e non sarebbe affatto stato facile rifornirsi per tutta questa gente nei villaggi e nelle campagne circostanti. Essenziale è che in una situazione del genere, i Dodici pensano solo al danaro come mezzo-termine tra loro e la folla.

Per Gesù, il danaro non è centrale. Se gli uomini devono mangiare per mantenere e sviluppare la loro vita – e Gesù si dà da fare per nutrirli a sazietà – il dato economico non è il fondamento ultimo dei loro rapporti. In altre parole, non ci si guadagna la vita, in ogni caso non col danaro, ma la si riceve da Colui “che fa uscire il pane dalla terra” come dice la benedizione che si pronuncia prima di dividere il pane. È dal cielo che vengono la salvezza e la vita. È Dio che assicura, col cibo, il nesso fondamentale tra gli uomini.

I discepoli dunque non capiscono e si fermano a fare i loro calcoli sulle loro possibilità; l’obiezione dei discepoli, oltre che rilevare l’incoscienza che essi ancora hanno del dono di Dio, serve a far risaltare la grandezza del dono di Gesù. I discepoli non hanno ancora capito che i 5 pani di cui sono provvisti, sommati ai due pesci, fanno il numero 7: sembra poca cosa, invece contiene ogni completezza e trasferisce l’uomo (numero 6) nel riposo di Dio, il settimo giorno.

14«Erano cinquemila»: il numero richiama At 4,4, la comunità primitiva di Gerusalemme dopo Pentecoste; inoltre risponde al numero dei pani moltiplicato per mille. Il dono di Gesù è ben più grande di quello di Eliseo: là 20 pani per 100 persone (rapporto 1/5), qui 5 pani per 5000 persone (rapporto 1/100 di Lc 8,8: «Un’ altra cadde sulla terra buona, germogliò e fruttò cento volte tanto. Detto questo, esclamò: “Chi ha orecchi per intendere, intenda!”» parabola del seme).

Questi numeri sono un modo popolare di fare teologia: esprimono la pienezza sovrabbondante del dono di Dio per chi ne ascolta la parola.

I 5000 sono divisi in gruppi di 50×100: richiama la disposizione di Israele attorno all’arca (Es 18,25). Per la parola di Gesù, la folla disordinata diventa popolo ordinato e ben compaginato, con la presenza di Dio che si fa sua vita nell’obbedienza e nel pane.

«Fateli sedere»: in gr. kataklínō è il verbo tecnico del mettersi a tavola per mangiare. L’imperativo presente positivo ci dice che già prima erano seduti, ma per ascoltare. I collegamenti sono evidenti. Il pasto è seduti (lett. sdraiati), non più in piedi e in fretta come il primo esodo (Es 12,11); sono infatti ormai nel riposo della terra promessa, è il banchetto sospirato.

15 – «E fecero così»: 1 discepoli obbediscono alla parola del Signore.

16 – «Allora egli prese…»: Gesù non nutre la folla a partire dal nulla. Prende i pani e i pesci dei discepoli. Contrariamente ai loro timori, sono proprio le loro provviste che serviranno a saziare il popolo. Il numero ridottissimo dei loro pani e dei loro pesci, la piccolezza della loro fede che li fa malgrado tutto obbedire a Gesù permette loro di fare miracoli. E, per mezzo delle loro mani, i cinquemila uomini saranno nutriti. Ne resteranno ancora dodici canestri pieni, come se ognuno di loro dovesse riceverne uno ciascuno in cambio di quel poco che avevano sacrificato.

Rileviamo i termini eucaristici principali: prendere, pane, levare gli occhi, benedire, spezzare, dare (ai discepoli), mangiare, distribuire, tutti. Da notare che tutti i verbi sono all’aoristo; essi indica un’azione precisa, fatta una volta per tutte. Il «dare» invece è all’imperfetto: è iniziato allora, e continua ancora e sempre nelle mani dei «discepoli», succeduti ai dodici, che distribuiscono sempre l’unico pane che sazia la fame di ogni vivente.

17 – «delle partì loro avanzate…»: Quanto “avanza” è raccolto; non si tratta però di rimasugli (cf i nostri banchetti di nozze, di battesimi, di comunioni, ecc.). si tratta invece di klásma, il Cibo «spezzato» dalle mani del Signore, che deve essere ancora ed ancora conservato e distribuito fino ad oggi: sotto forma di Pane della Parola, Pane dei Misteri. Questo pane che abbonda e avanza, lo si può conservare, a differenza della manna che perisce, perché è pane di vita (cf Gv 6,12). Ne avanzano «12 ceste», una per tribù e una per ogni tempo: da donare a tutti e per sempre!

Per ricevere il pane e per donarlo, si deve avere altrettanta fiducia in colui che lo dona, cioè in colui che lo dà a chi è inviato come a quelli ai quali questi è inviato. Si deve aver fede in colui che invia, per partire senza armi né bagaglio, senza provviste per il cammino, senza danaro né biancheria di ricambio, sapendo che giorno dopo giorno, quale che sia l’accoglienza ricevuta, tutto sarà dato da Dio. Si deve avere la fede, per ardire di prendersi cura della sussistenza di tutta una folla, sapendo che se Dio dà al suo popolo la sua parola, non può lasciarlo morire di fame.

Lo Spirito Santo e la fede compiono il miracolo ancora oggi, nell’eucarestia, come ci ricordano le due orazioni di colletta. La I Colletta abbraccia le tre dimensioni del passato storico con il memoriale, del presente con l’attuazione sacramentale e del futuro con proiezioni verso l’eternità. Questo complesso ha come centro potente la celebrazione dei Divini Misteri del Signore morto ma risorto.

I Colletta

Signore Gesù Cristo,

che nel mirabile sacramento dell’Eucaristia

ci hai lasciato il memoriale della tua Pasqua,

fa’ che adoriamo con viva fede

il santo mistero del tuo Corpo e del tuo Sangue,

per sentire sempre in noi i benefici della redenzione.

Tu sei Dio…

La II Colletta ci ricorda che lo Spirito Santo opera nell’eucarestia l’unità degli uomini in Cristo (Ef 1,10). Ora, l’unico Corpo è anche un’entità che si è resa visibile a partire dal Pane benedetto e spezzato. Anche noi siamo questo Pane, che si deve offrire per la salvezza del mondo nel continuo sacrificio dello Spirito Santo al Padre (Rm 12,1).

II Colletta

Dio Padre buono,

che ci raduni in festosa assemblea

per celebrare il sacramento pasquale

del Corpo e Sangue del tuo Figlio,

donaci il tuo Spirito,

perché nella partecipazione

al sommo bene di tutta la Chiesa,

la nostra vita diventi

un continuo rendimento di grazie,

espressione perfetta della lode che sale a te da tutto il creato.

Per il nostro Signore…

[1] Per citarne alcuni cf l’Istruzione Eucharisticum Mysterium del 1967; il Rito della Comunione fuori della Messa e culto eucaristico del 1974 e la lettera Dominicae Cenae di Giovanni Paolo II del 1980.

[2] Il pref. I della Ss. Eucarestia pur nella sua brevità non potrebbe essere più completo: «Sacerdote vero ed eterno, egli istituì il rito del sacrificio perenne; a te per primo si offrì vittima di salvezza, e comandò a noi di perpetuare l’offerta in sua memoria. Il suo corpo per noi immolato è nostro cibo e ci forza, il suo sangue per noi versato è la bevanda cha ci redime da ogni colpa».

[3] Il significato letterale di katályma = deposito; in questa parte interna della casa venivano radunati tutti i prodotti portati dai campi e che dovevano servire al mantenimento della famiglia per tutto Fanno: frumento, vino, olio, mele, fichi, uva, cipolle, erbe aromatiche. Quanto meno spazio rimaneva libero in questo deposito tanto più si dimostrava la benedizione di Dio. L’unico posto libero (poiché l’asino stava fuori, se il tempo non era inclemente) era la mangiatoia, scavata in una parete e quindi non ingombrante.

 

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.