Commento al Vangelo di domenica 16 Agosto 2020 – d. Giacomo Falco Brini

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La paura, come realtà non controllabile che ci abita, non impedisce l’avanzare della fede. Anzi, il vangelo di domenica scorsa ci suggerisce come essa possa mettersi al suo servizio. Ma per sé stessa, la paura è realtà che si oppone alla fede. Invece quest’ultima è antidoto e forza che muove la persona ad affrontarla e superarla. In tal senso, la mamma cananea del vangelo di oggi è una delle icone più belle.

Una donna di Canaan che vive nella regione di Tiro e Sidone (Mt 15,21-22a). Cos’era e cos’è ancora oggi Canaan per gli ebrei? Gli abitanti di Canaan sono i nemici “tradizionali” di Israele. Il popolo eletto li aveva scacciati dal loro territorio per ordine divino, i cananei erano dunque un popolo dal paganesimo crudele e selvaggio. Quindi la donna viene da un contesto culturale torbido. Di questa donna emerge solo una realtà: ha una figlia, anche se non è presente. Ella rivolge un appello secco a Gesù: pietà di me Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio (Mt 15,22b). Il Signore tira dritto senza rivolgerle una parola (Mt 15,23a). Già qui ci potremmo meravigliare: ha avuto compassione di ogni essere umano immerso nel dolore, perché di questa mamma non ha pietà? Da questo punto di osservazione il vangelo tace, ma vediamo che subito i suoi discepoli, avvicinandosi, si comportano come forse ci saremmo comportati anche noi. A Gesù cosa gli avremmo detto? Avremmo solamente espresso la meraviglia nel vederlo insensibile al grido di quella donna? Sta di fatto che i discepoli danno un consiglio al Signore: esaudiscila, perché ci viene dietro gridando (Mt 15,23b). Può darsi che gli dissero così per indurlo ad esaudirla. Ma devo dirvi che oggi, tra gli esegeti, al posto di esaudiscila circola una versione che pare sia più corretta: mandala via. Questa migliore traduzione viene incontro a un comportamento dei discepoli più “standard” che rinveniamo alla lettura dei vangeli. Perciò, essi semplicemente suggerirebbero al Signore di togliere davanti a loro quella fastidiosa voce. Non vi vengono in mente episodi simili nel vangelo? Vi ricordate quando un’altra audace donna si avvicinò a Gesù in mezzo a una calca di gente, riuscendo a malapena a toccargli il lembo del mantello? Gesù cercava con lo sguardo chi lo avesse toccato, mentre i discepoli cercavano di scoraggiarlo facendogli osservare la quantità di persone che premevano su di lui. Oppure quell’uomo cieco al bordo della strada di Gerico: ricordate come questi gridava a Gesù mentre il suo seguito gliene diceva di tutti i colori per farlo tacere? Certo che noi discepoli non sempre imbrocchiamo la via della fede, non c’è che dire. Per dirla con il vangelo di domenica scorsa, siamo uomini di poca fede.

Gesù ribadisce il limite della sua missione (Mt 15,24) per la gioia dei presenti che l’ascoltarono e di tutti quegli altri che nella storia della chiesa (anche oggi) la vorrebbero come un recinto di giusti, quelli che vorrebbero un cattolicesimo a propria immagine e somiglianza, cioè con dei confini precisi, un’identità precisa, una storia precisa, un cattolicesimo che confisca il Signore al servizio delle proprie attese invece che presentarlo sulla lunghezza d’onda delle sue, come indica anche lo stesso termine greco καθολικός, da cui proviene il termine “cattolico”: universale, cioè per tutti, annunciato a tutti, offerto a tutti gli uomini che si aprono al vangelo. E allora perché Gesù ha avuto quella espressione? Metto da parte lo sfondo interpretativo più ampio che emerge nel finale del vangelo di Matteo: cioè la delimitazione storica della missione che Gesù compie nei confini di Israele, per poi consegnarla e farla proseguire alla sua chiesa, inviata a tutti i popoli. Mi concentro invece sulla esperienza molto umana di chi avverte il silenzio di Dio di fronte alle proprie richieste come una sorta di fredda distanza, di indifferenza o, peggio ancora, di ostilità. Quella mamma infatti non si scoraggia alla risposta di Gesù e si prostra davanti a Lui continuandolo a invocare (Mt 15,25). Ma Gesù a questo appello risponde con peggiore durezza: non è bene prendere il pane dei figli per darlo ai cagnolini (Mt 15,26). E’ la risposta più dura che si possa attendere un pagano. Gli ebrei infatti chiamavano “cani” i pagani. 

Gesù si comporta da perfetto ebreo ortodosso, cioè disprezzando (apparentemente) il suo vicino di territorio. Di fronte all’atteggiamento e alle parole di Gesù chiunque avrebbe vacillato. O, quanto meno, si sarebbe fortemente irritato per la mancata accoglienza. Ma non questa mamma. Ed ecco che allora scopriamo qualcosa di nuovo circa il dinamismo della fede. Essa infatti è messa spesso alla prova da ripetute disfatte e delusioni, da porte chiuse in faccia e da apparente sordità divina. Le parole della donna hanno qualcosa di combattivo e di geniale (Mt 15,27). Perché se hai fede hai uno spirito combattivo e il genio proprio di chi ama. L’amore ti fa vedere oltre le parole, oltre i silenzi, oltre le resistenze che incontri, oltre ciò che ti appare. L’amore ti dona anche parole nuove, ti da una speranza e una marcia incrollabili. L’amore non ti fa arrendere mai! Quella donna di Canaan è una vera mamma. Una mamma così immedesimata con la sofferenza della figlia che non tiene più in conto quello che può succedere a lei. La vita della figlia è la sua stessa vita! Quante mamme ho incontrato sul mio cammino con un cuore così! La prima è proprio mia mamma, 79 anni da qualche giorno, ma sarei troppo di parte. Voglio ricordare invece una mamma incontrata in Sardegna anni fa. Il figlio adolescente chiuso, da quando aveva 5 anni, in una macchina di acciaio che l’aiuta a respirare per una malattia progressivamente paralizzante. Ve l’assicuro, guardare quella mamma era come contemplare cos’è il cielo: era come una liturgia continua vedere ogni suo movimento sintonizzarsi sul respiro del figlio immobilizzato dentro quell’apparecchio. E poi un’altra cananea dei nostri giorni. Un fatto realmente accaduto durante un caldo giorno d’estate, in una località del sud della Florida (U.S.A): un bambino decise di andare a nuotare nella laguna dietro casa sua. Uscì dalla porta posteriore correndo e si gettò in acqua nuotando felice. Sua madre lo guardava dalla casa attraverso la finestra e vide con orrore che un alligatore si stava avvicinando alle spalle del bambino, senza che questi si accorgesse di nulla. Corse subito verso suo figlio gridando più forte che poteva. Sentendola, il bambino si allarmò e nuotò verso sua madre, ma era ormai troppo tardi. La mamma afferrò il bambino per le braccia, proprio quando l’alligatore gli afferrava le gambe. La donna tirava determinata, con tutta la forza del suo cuore. L’alligatore era forte, ma la mamma era molto più determinata… e nessuno dei due mollava la presa! Un uomo sentì le grida, si precipitò sul posto con una pistola e uccise l’alligatore. Il bimbo si salvò e, anche se le sue gambe erano ferite gravemente, poté di nuovo camminare. Durante il ricovero in ospedale, un giornalista domandò al bambino se voleva mostrargli le cicatrici sulle sue gambe. Il bimbo sollevò la coperta e, invece di mostrare le gambe, con grande orgoglio si rimboccò le maniche del pigiama: “quelle che devi vedere sono queste!”- gli disse – mostrando le cicatrici che le unghie della mamma gli avevano lasciato sulle sue braccine. E aggiunse: “queste ce le ho perché la mamma mi ha salvato”.

Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri (Mt 15,28) risponde subito Gesù al genio della cananea. Il Signore è venuto sulla terra per mostrare come la fede si manifesti e si manifesterà ancora in molti che verranno da oriente ed occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli (Mt 8,11). Ma, nello stesso tempo, la fede di questa donna immortalata dal vangelo, ci mostra come bisogna parlare al Signore, come bisogna pregare, come bisogna guardare ai suoi apparenti silenzi. Pietro domenica scorsa, non appena toglie gli occhi da Gesù comincia ad affondare. Questa donna non toglie mai gli occhi dal Signore e, convinta della sua bontà, lotta non per ottenere qualcosa per sé, ma per la figlia. Dobbiamo dunque ringraziare anche questa indomita donna straniera se oggi crediamo che Dio è padre e madre e che a Lui si può gridare, con Lui si può piangere e…perché no? Si può anche lottare con il Signore, a meno che non gli si voglia imporre i nostri orari, i nostri criteri di bene, le nostre pretese infantili. Come lasciò scritto S.Teresa di Calcutta interpretando i pensieri divini:

Non ti arrendere mai,

 neanche quando la fatica si fa sentire,

 neanche quando il tuo piede inciampa,

 neanche quando i tuoi occhi bruciano,

 neanche quando i tuoi sforzi sono ignorati,

 neanche quando la delusione ti avvilisce,

 neanche quando l’errore ti scoraggia,

 neanche quando il tradimento ti ferisce,

 neanche quando il successo ti abbandona,

 neanche quando l’ingratitudine ti sgomenta,

 neanche quando l’incomprensione ti circonda,

 neanche quando la noia ti atterra,

 neanche quando tutto ha l’aria del niente,

 apri le tue mani, sorridi e…ricomincia!

 Io sono con Te


AUTORE: d. Giacomo Falco Brini
FONTE: PREDICATELO SUI TETTI
SITO WEB: https://predicatelosuitetti.com