Commento al Vangelo del 3 Febbraio 2019 – d. Giacomo Falco Brini

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CACCIAMOLO FUORI E BUTTIAMOLO GIÙ

Il brano che leggiamo oggi nella liturgia della parola è la seconda parte del vangelo di domenica scorsa. Inizia precisamente dal versetto con cui si concludeva quello. Dunque si tratta del centro del testo. Guardiamo le reazioni dei concittadini di Gesù a queste sue semplici ma sorprendenti parole (Lc 4,21). Queste reazioni, come già anticipato nell’ultimo commento, sono inizialmente unanimi nella meraviglia e addirittura nella testimonianza che si accorda a Gesù per le parole di grazia che uscivano dalla sua bocca (Lc 4,22a). Insomma, i nazareni fin qui sembrano contenti di quanto stanno udendo. C’è però una domanda apparentemente innocua che si rivolgono l’un l’altro: non è costui il figlio di Giuseppe? (Lc 4,22b) La meraviglia c’è e la domanda è il suo volano. Non dimentichiamoci poi che siamo dentro la sinagoga.

Gesù riprende la parola rivolgendosi a loro. Da quel che dice, pare conoscere molto bene ciò che si stanno aspettando da lui: Egli è uno di loro, dunque se a Cafarnao ha predicato e compiuto prodigi tali da diffondere per tutta la Galilea la sua fama, quanto più allora farà lo stesso nella sua terra natale! (Lc 4,23) Suvvia, ammettiamolo. Se quel oggi di cui parla il Signore si compie ogni qualvolta gli permettiamo di attualizzare il vangelo, allora dobbiamo chiederci dove, anzi in chi possiamo e dobbiamo riconoscere compiersi oggi la Parola che abbiamo ascoltato. Perché Gesù enuncia una legge dello Spirito verificabilissima: nessun profeta è ben accetto in patria (Lc 4,24). Il che vuol dire che, normalmente, nessun vero profeta è accolto bene da chi gli vive accanto, nessun profeta è compreso dai vicini, da quelli di casa, nessun profeta è riconosciuto tale da chi dice di “conoscerlo” (ovvero da chi è convinto della sua conoscenza per qualche trascorso o anche solo per un legame familiare).

Per l’incomprensione che nella Curia fiorentina ebbero di lui, don Lorenzo Milani fu allontanato nella piccolissima frazione di Barbiana. Tutta Assisi, unita a Pietro di Bernardone, si rivoltò contro Francesco nei primordi della sua conversione. Padre Pio fu sospeso “a divinis” nel suo ministero ed era ritenuto dalla chiesa, tra le tante cose imputategli, un impostore che suggestionava i fedeli. La stessa sorte cadde su Natuzza Evolo, di cui, da qualche mese, è stato avviato un processo diocesano di canonizzazione: a causa delle sue manifestazioni mistiche screditate da alcuni religiosi “esperti”, fu addirittura internata in un manicomio. Papa Francesco è rifiutato oggi da una buona parte di cattolici credenti, per non dire attaccato quotidianamente. Penso possa bastare. E’ il destino dei profeti.

Soffermiamoci su quanto il Signore afferma che scatena l’ira di tutti nella sinagoga (Lc 4,28): lì possiamo rintracciare il motivo di questa reazione generale. Gesù fa riferimento a due episodi biblici al tempo dei profeti Elia ed Eliseo. In entrambi i fatti, nelle situazioni di sofferenza evocate (carestia e lebbra), è sottolineato il soccorso di Dio giunto non a qualcuno del popolo di Dio, ma a due persone che non vi appartengono. Insomma, due pagani: una vedova di Sarepta di Sidone e il generale assiro Naaman. Si tratta di 2 interventi di Dio riportati dalle Sacre Scritture, mica dagli Annales romani o da altri resoconti storici di parte. Come mai questa reazione così violenta? Abbozzo una risposta, sperando di non sollevare un polverone e ricorrendo come sempre anche all’attualità, ma cercando pure di evitare indebiti incroci.

Richiamando qualche motto politico oggi in voga, è come se i concittadini di Gesù reagissero in questo modo gridando: “prima i nazareni!” Oppure ancora: è come se un prete (ne ho conosciuti alcuni convinti) dicesse che il bene va fatto prima di tutto ai propri parrocchiani; poi, se ci sono tempo e risorse, ci si può dedicare agli altri che non sono della mia parrocchia. E, facendogli eco, è come quei fedeli laici che ogni tanto incontro i quali, scoprendo di avere davanti un prete che si reca per motivi di apostolato in America Latina, mi dicono sempre: “don Giacomo ma dove va ogni anno? Guardi che lei ancora non l’ha capito ma è qui la missione, è qui che c’è più bisogno del vangelo, non è giusto che lei vada in quei luoghi, sarebbe meglio spendersi qui…” Aggiungo: nella Bibbia c’è un libro molto curioso. Un profeta di nome Giona che viene inviato per predicare a Ninive, la grande città pagana. Giona rifiuta di andarci, ma poi, per delle vicende su cui sorvolo, accetta la sua missione e i Niniviti alla sua predicazione si convertono. La reazione di Giona è sorprendente: è deluso da Dio. Così, solo alla fine del libro, veniamo a sapere perché inizialmente aveva rifiutato e perché era scontento della conversione di quella città. Aveva parecchi problemi di relazione con il Dio che non fa preferenze di persone (cfr. At 10,34) perché guarda ogni uomo con amore e vuole raggiungere anche i lontani. Proprio come i nazareni e alcuni cattolici di oggi. Solo che, se si coccolano troppo questi problemi e non si riconoscono, si rischia di diventare omicidi a propria insaputa (Lc 4,28-29).

Fonte

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LEGGI IL BRANO DEL VANGELO

QUARTA SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

Puoi leggere (o vedere) altri commenti al Vangelo di domenica 3 Febbraio 2019 anche qui.

Lc 4, 21-30 Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. C: Parola del Signore. A: Lode a Te o Cristo.

Fonte: LaSacraBibbia.net

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