Commento al Vangelo del 15 Novembre 2020 – don Giovanni Berti (don Gioba)

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Quali talenti?

Gesù per aiutare a fare entrare i suoi discepoli nella comprensione dell’azione di Dio e della sua persona usava spesso le parabole, che partendo da storie ambientate nella vita del tempo erano ricche di elementi simbolici e colpi di scena. Non solo la finale del racconto ma proprio il modo di raccontare e alcuni aspetti spesso volutamente esagerati volevano condurre chi ascoltava a comprendere meglio Dio, Gesù e anche sé stesso come credente. Ed ecco anche questa domenica ascoltiamo una delle parabole più famose di Gesù che per un elemento particolare del racconto è entrata profondamente nella nostra cultura.

Si parla di talenti, un’unità di misura della ricchezza usata a quel tempo. Un talento poteva più o meno rappresentare in denaro quello che un operaio percepisce in 15 anni. E’ una discreta ricchezza che questo uomo ricco, secondo quel che racconta Gesù, consegna ai suoi servi, sottolineando che dà a ciascuno secondo le proprie capacità. La parola “talento” è nella nostra cultura tutto quello che uno sa fare e che si trova quasi innato dentro si se. Si dice che avere un talento è quando si scopre un qualcosa che però non può essere lasciato li a maturare da solo ma va coltivato e fatto crescere.
Siamo abbastanza vicini al significato che Gesù voleva dare con la sua parabola, ma non del tutto. I talenti, secondo il racconto di Gesù, sono molto di più di una capacità di fare.

In questi giorni mi hanno colpito alcune piccole storie che mi sono state raccontate da alcune persone amiche. Un amico in particolare mi ha raccontato come in questi giorni ha scoperto che la madre anziana da un po’ di tempo aiuta con la spesa una famiglia di vicini che essendo tutti positivi al virus sono chiusi in casa. Sono una famiglia non particolarmente agiata e con nessun parente vicino. Il problema del far la spesa e avere qualcosa per i figli si era fatto pressante ma nessuno li stata aiutando. Questo amico mi ha confessato che per la frenesia del lavoro non si era mai veramente interessato di quei vicini, ed è stato proprio il dover a sua volta rimanere in casa in smart-working, a fargli scoprire meglio quella famiglia, la sua difficoltà e anche il piccolo segreto della madre anziana che si è messa ad aiutare quei vicini. In un sol colpo ha scoperto di avere tanti talenti preziosi…

E’ una piccola storia che però ho trovato preziosa perchè mi aiuta a capire cosa Gesù intende per “talenti” affidati da mettere a frutto. Nella parabola su tre servi a cui l’uomo affida le sue cose preziose due su tre portano frutto, mentre il terzo per paura sotterra tutto e alla fine rimane povero non solo di talenti ma anche di gioia.

I talenti prima che essere capacità personali, sono le persone che abbiamo accanto, che il Signore ci ha dato come doni preziosi da custodire. I talenti sono le storie delle persone che dobbiamo conoscere e condividere. I talenti sono tutte le occasioni di carità che non dobbiamo avere mai paura di affrontare e sotterrare con la scusa che non “abbiamo mai tempo”. Il talento che abbiamo in particolare noi cristiani è la fede che ci è stata data con il battesimo e che è capace di renderci davvero ricchi e gioiosi. Gesù ci invita a non metterla da parte e sotterrala per riesumarla magari solo in qualche rara occasione dell’anno o della vita (Natale, Pasqua e tappe sacramentali), anche perché in questo modo certamente non si moltiplica ma al contrario si impoverisce ancora di più.

Nel racconto del Vangelo, a ciascuno dei due servi che fanno fruttare i beni affidati alla fine viene detto “prendi parte alla gioia del tuo padrone”. È questo il talento più prezioso che possiamo ricevere e che alla fine ci rimane sempre: la gioia di Dio in noi, dentro il nostro piccolo cuore per illuminare anche gli angoli più oscuri della nostra vita. È la gioia la nostra paga più grande che ci rende ricchi e arricchisce chi ci incontra, scoprendo che il nostro più grande talento non è fare qualcosa ma essere di Dio.


Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)