Commento al Vangelo del 10 Giugno 2018 – d. Giacomo Falco Brini

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Il terzo capitolo del vangelo di Marco comincia con uno scontro frontale tra uomini autorevoli della sinagoga di Cafarnao e Gesù. Il Signore zittisce i suoi detrattori con una interrogazione che non riceve da loro risposta più una guarigione, mentre essi subito cominciano a tramare per farlo morire (Mc 3,1-6). E questo avviene, notate bene, nella sinagoga. Gesù aveva già liberato un uomo posseduto dal demonio che la frequentava tranquillamente (Mc 1,21-28). Gesù è rifiutato/minacciato nel luogo dove dovrebbe sentirsi a casa, il luogo dove avviene per eccellenza il raduno dei credenti. Così (e siamo solo al capitolo n.3!…) scopriamo che la religione è il primo nemico di Gesù. Sorpresi? Spero di no. Dietro certi schemi/schermi molto religiosi non c’è Dio, ma il diavolo. Gesù porta allora il suo vangelo nelle case. Il racconto di oggi ci dice che quel giorno, in una di quelle case, c’era una tale folla da togliere al maestro e ai discepoli persino il tempo per mangiare qualcosa (Mc 3,20). Una straordinaria accoglienza e fame della parola di Dio qui, un rifiuto mortale senza alcun desiderio di conoscere Dio lì. Strana la vita, no? Ma quanto è attuale il vangelo! Nelle nostre parrocchie spesso a guardare l’orologio nell’attesa che la messa finisca presto, nella migliore delle ipotesi. In luoghi domestici o altri posti impensabili (anche il tanto demonizzato web!..) una fame di Dio e un desiderio di incontro che toglie il tempo ai nostri bisogni. Il vangelo è principio di discernimento della vita.

Gesù circondato dai discepoli, acquarello di Maria Cavazzini Fortini, maggio 2014

Infatti, a un certo punto arrivano “i suoi”, termine che indica persone con legame parentale di sangue con Gesù. Dovrebbero conoscerlo meglio, dovrebbero dunque comprendere meglio il Signore e la sua missione. E invece gli danno del matto (Mc 3,21). Il termine greco indica proprio la pazzia. Ma come? Gesù si occupa di quella folla, insegnando e saziando la fame di Dio di tanti, perché i suoi parenti se lo vogliono portar via? Il punto capitale del racconto di oggi è cercare di capire se siamo dentro la cerchia di quelli che sono veramente suoi, o se invece non siamo ancora dei suoi, perché Gli stiamo remando contro. Allora una prima cosa da chiarire è questa: al Signore si risponde perché è Lui che ci chiama a seguirlo, non lo si chiama perché Lui ci risponda e segua noi! Da questo punto di vista è evidente che i suoi consanguinei non fanno ancora parte dei suoi discepoli. Simbolo di tutti coloro che magari vivono molto vicini a Gesù, ma vorrebbero “impadronirsi” di Lui per dirgli quello che deve fare e non deve fare; simbolo di tutti quelli che “amano così tanto” Gesù, da volergli fare da guardia del corpo per evitargli problemi e scelte che non portano alcun vantaggio né a Lui né a loro.

Poi vediamo entrare ancora in scena gli scribi, questi però venuti apposta da Gerusalemme. Senza alcun pudore gli danno addirittura dell’indemoniato (Mc 3,22.30). Ci mancava anche questa. E il bello è che Gesù chiama anche loro e cerca di farli ragionare enunciando, attraverso una paraboletta, un criterio di discernimento che capirebbero anche gli atei (Mc 3,23-27). La sentenza che segue serve per ammonirli del peccato più grave che si possa commettere e in cui si stanno cacciando da soli: la resistenza ostinata all’amore di Dio che perdona, ovvero la bestemmia imperdonabile di non voler riconoscere l’identità di Dio che è Misericordia infinita, cercando di vivere della propria sicurezza religiosa e della propria giustizia. Come non riconoscere questo pericolo nel quale incorrono anche oggi tanti fratelli cristiani? In proposito consiglio vivamente di leggere tutto il capitolo 2 di Gaudete et exsultate. Riassumendo: gli scribi rappresentano tutti quelli che, invece di accogliere umilmente in dono la realtà, preferiscono metterla in discussione negando l’evidenza, perché sono tra coloro che fanno del loro sapere un arma per difendere prestigio e favori che vengono da esso. Insomma, tutti quei teologi (tra essi anche vescovi!…) che si sentono forti delle loro conoscenze, ma che non hanno ancora la sapienza della Croce!

Il racconto termina con un nuovo “assalto” dei parenti, questa volta c’è anche Maria (Mc 3,31). Viene riferito a Gesù che sua madre con i suoi fratelli, fuori dalla folla che lo circonda, lo cercano (Mc 3,32). Questa richiesta permette al Signore di stabilire con chiarezza come stanno le cose: con la sua venuta, Gesù fa saltare l’ordine dei legami umani. Principio di appartenenza familiare a Gesù non è una relazione naturale di sangue. Anche se sono suoi parenti (a parte sua madre), sono estranei, non sono dentro la sua cerchia. C’è un “dentro” e un “fuori” assolutamente nuovi. Quelli che invece mettono Gesù dentro, ovvero al centro della propria attenzione, sono dei suoi, perché lo ascoltano e si fanno trasformare dal potere della sua Parola. Che significa per noi che leggiamo oggi questo testo? Come battezzati siamo entrati a far parte gratuitamente della famiglia di Dio. Ma anche noi possiamo ingannarci e pensare di appartenere alla sua chiesa di diritto, perché siamo cristiani, ed essere invece dei perfetti estranei. “Cristiani”, cioè di Cristo, lo si è se Gesù (non io!) è al centro del nostro cuore. Se Lui è lì, allora ci accorgiamo anche che gli altri sono nostri fratelli. Anzi, di più. Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno disse: ecco mia madre e i miei fratelli (Mc 3,34). Chi ascolta Gesù compie la volontà di Dio e viene da Lui insignito dell’onore impareggiabile di essere suo fratello, sorella e madre (Mc 3,35). Dobbiamo allora chiederci se vogliamo essere o solo apparire dei suoi.

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