C’è qualcosa di profondamente provocatorio in questo Vangelo: Dio non si rassegna a perdere nessuno!
Mentre i farisei giudicano Gesù perché accoglie i peccatori e mangia con loro, Gesù racconta di un pastore che lascia le novantanove pecore per cercarne una e di una donna che non si dà pace finché non ritrova la moneta perduta.
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È l’immagine di un Dio che non si accontenta di avere con sé la maggioranza: desidera ritrovare ogni sua creatura. La sua gioia è che nessuno si perda, che nessuno rimanga lontano dal suo amore.
Pensiamo a noi come genitori: quale padre o quale madre non desidererebbe avere tutti i propri figli accanto? Chi potrebbe essere davvero felice sapendo che uno dei suoi figli si è smarrito nella vita? E se questo lo comprendiamo noi, quanto più lo comprende Dio, Padre di misericordia!
E allora la domanda diventa provocatoria: siamo capaci di gioire quando qualcuno ritorna a Dio oppure siamo più bravi a ricordargli i suoi errori?
A volte siamo proprio noi, come i farisei, a mettere distanza tra Dio e le persone, con i nostri giudizi, le nostre etichette e la nostra presunta giustizia.
Gesù ci chiede di diventare strumenti della sua misericordia, capaci di accompagnare chi si è perduto verso la casa del Padre, senza umiliarlo e senza condannarlo.
Ma attenzione: non possiamo riconciliare gli altri con Dio se prima non impariamo a riconciliarci con noi stessi e con Lui. Non possiamo annunciare misericordia se continuiamo a coltivare dentro di noi risentimenti, giudizi e ferite non accolte.
La vera conversione comincia quando smettiamo di sentirci migliori di chi si è perduto e impariamo a desiderare il suo ritorno.
Perché in cielo si fa festa non per chi si crede giusto, ma per chi ritrova la strada di casa.
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E noi, oggi, siamo motivo di festa per Dio o siamo ancora motivo di mormorazione contro qualcuno?
A cura di Sr Palmarita Guida fvt della Fraternità Vincenziana Tiberiade
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