CHIAMATI A CONVERTIRE IL MONDO, NON A LASCIARCI CONVERTIRE DAL MONDO!
Oggi festeggiamo due apostoli, Simone e Giuda Taddeo, e il Vangelo ci racconta la scelta dei Dodici. Ma perché Gesù, prima di sceglierli, trascorre tutta la notte in preghiera? Perché quella scelta non è una semplice selezione di collaboratori. È l’inizio di una missione che cambierà la storia.
Gesù non sceglie uomini perfetti. Sceglie uomini diversi, con storie, caratteri e idee differenti. Tra loro c’è persino Giuda Iscariota, che diventerà il traditore. Eppure li chiama tutti. Questo ci dice che Dio non aspetta persone perfette per cominciare qualcosa di nuovo: chiama persone reali, con le loro fragilità, ma capaci di lasciarsi trasformare.
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Ma questa chiamata che cosa dice a noi, uomini e donne del nostro tempo, che viviamo in una società sempre più pagana, anche quando si professa cristiana?
Ci dice che non possiamo limitarci a essere spettatori del Vangelo. Non basta dirci cristiani, andare a Messa, pregare o conservare qualche tradizione religiosa. La domanda è molto più scomoda: la nostra fede ci sta davvero convertendo oppure abbiamo imparato a convivere tranquillamente con tutto ciò che nel mondo e dentro di noi è disumano?
Perché possiamo essere religiosi e, nello stesso tempo, coltivare invidie, indifferenza, egoismi, giudizi spietati. Possiamo parlare di Dio e non accorgerci di chi ci sta accanto. Possiamo difendere la verità e dimenticare la misericordia. Possiamo frequentare la Chiesa senza permettere al Vangelo di mettere in discussione le nostre scelte.
E allora, a che cosa siamo chiamati?
Alla conversione vera, quella che ci rende capaci di liberare e guarire il mondo dalla meschinità, dal non senso e dalla disumanizzazione.
Gesù non chiama gli apostoli perché formino un gruppo di persone devote, al riparo dalle contraddizioni della storia. Li chiama perché vadano incontro alla gente, perché portino una forza capace di guarire, perché restituiscano dignità a chi l’ha perduta e speranza a chi non riesce più a trovarla.
Il Vangelo dice che la folla cercava di toccare Gesù, perché da lui usciva una forza che guariva tutti.
E noi? Da noi che cosa esce?
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Chi ci incontra trova accoglienza o giudizio? Riceve speranza o si sente ancora più schiacciato? Trova qualcuno che lo aiuta a rialzarsi oppure qualcuno che gli ricorda continuamente i suoi errori? La nostra presenza restituisce vita oppure contribuisce, magari senza accorgercene, a rendere il mondo più duro, più freddo, più disumano?
Ecco la verifica della nostra vocazione cristiana: non quante persone riusciamo a portare dentro le chiese, ma quanta vita riusciamo a restituire a chi l’ha perduta.
Gli apostoli, prima di essere mandati, sono stati chiamati a stare con Gesù. Anche noi abbiamo bisogno di stare con Lui, di lasciarci raggiungere dalla sua Parola, di permettergli di smascherare le nostre false sicurezze. Perché non possiamo annunciare una liberazione che non abbiamo sperimentato e offrire una guarigione che non siamo disposti a lasciar operare dentro di noi.
La missione comincia da qui: dalla conversione del nostro cuore, che poi diventa scelta concreta, responsabilità, coraggio di andare controcorrente.
Oggi non chiediamoci soltanto: «Che cosa vuole Dio da me?».
Chiediamoci piuttosto: «Da quale disumanità devo lasciarmi convertire per diventare, a mia volta, uno strumento di guarigione per questo mondo?».
Perché il mondo non ha bisogno di cristiani che si limitino a dichiararsi tali. Ha bisogno di uomini e donne nei quali sia possibile incontrare qualcosa della libertà, della misericordia e della forza vitale di Gesù.
La chiamata è un dono. La conversione è una responsabilità. La missione è la prova che quel dono sta portando frutto.
E tu, che ti dici cristiano, stai contribuendo a guarire il mondo oppure ti sei semplicemente abituato alle sue malattie?
A cura di Sr Palmarita Guida fvt della Fraternità Vincenziana Tiberiade
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