Il seme della Parola è vita. In sé contiene già tutto: direzione, forza, futuro, promessa. Ma la domanda decisiva non è se la Parola sia potente — lo è — bensì come la accogliamo noi.
Il seme può cadere ovunque, ma non cresce ovunque. Anche nella nostra vita spirituale ci sono terreni che soffocano e terreni che generano. La Parola porta frutto solo quando trova spazio vero, e lo spazio vero spesso non è quello che immaginiamo.
Perché la Parola germogli in noi servono tre condizioni, scomode ma essenziali:
- Solitudine
Non quella che isola, ma quella che libera dal rumore. La Parola non compete con le voci del mondo: le attende che tacciano. Se non facciamo silenzio, la Parola resta un’eco che non lascia traccia.
- Umiltà
Solo chi non è pieno di sé può accogliere qualcosa di nuovo. L’umile non pensa di sapere già tutto, non reagisce difendendosi. È un terreno morbido, che lascia entrare il seme e lo custodisce.
- Pubblicità -
- Buio
La Parola cresce nel nascosto, come il seme sottoterra. Dio lavora dove noi non vediamo, e spesso nelle nostre notti interiori. Nel buio delle prove, delle attese, delle domande senza risposta, la Parola mette radici.
E poi c’è l’aspetto più provocatorio: il seme ha un potenziale enorme, ma non fa tutto da solo.
Dio non ci salva senza di noi. Il seme è perfetto, ma il terreno siamo noi. Se non lo lavoriamo, se non lo lasciamo trasformare, se non scegliamo di credere, quel potenziale resta sepolto e sterile.
La Parola può rivoluzionare una vita, una famiglia, una comunità. Può far rinascere una vocazione, guarire ferite, aprire strade nuove. Ma solo se trova qualcuno disposto a diventare terra buona.
Il seme è già vivo.
- Pubblicità -
La domanda è: io lo sono?
Sr Palmarita Guida fvt
A cura di Sr Palmarita Guida della Fraternità Vincenziana Tiberiade
