IL SEGNO C’È GIÀ. IL PROBLEMA È CHE NON CI CONVERTIAMO.
Gli scribi e i farisei chiedono un segno. Gesù risponde che avranno solo il segno di Giona: la sua morte e la sua risurrezione. È il segno più grande dell’amore e della misericordia di Dio.
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Giona, però, è un profeta controvoglia. Non vuole andare a Ninive. Non gli interessa che quella città si converta. Anzi, spera quasi che Dio la punisca. Quante volte anche noi gli assomigliamo! Preferiamo una fede comoda, privata, intimista: “Io e Dio stiamo bene così”. Purché nessuno mi chieda di espormi, di parlare di Gesù, di testimoniare il Vangelo.
Eppure Dio continua ad avere a cuore la salvezza di tutti. Ha bisogno anche della nostra voce, delle nostre mani, della nostra vita. Non ci chiede di essere perfetti, ma di essere testimoni.
La predica più convincente non è quella fatta dal pulpito, ma quella della vita. Una vita che perdona, accoglie, ama e spera può aprire il cuore di chi è lontano da Dio.
La domanda di oggi è scomoda: a chi assomiglio? A Giona che fugge dalla missione o a Cristo che dona la vita perché nessuno vada perduto?
Il mondo non ha bisogno di cristiani che chiedono continuamente segni. Ha bisogno di cristiani che diventano essi stessi un segno vivo della risurrezione.
A cura di Sr Palmarita Guida fvt della Fraternità Vincenziana Tiberiade
