Vangelo pretenzioso e sopra le righe, quello che oggi la liturgia ci dona. Forse la prima cosa che ci verrebbe da dire dopo averlo ascoltato è: anche meno!
E già, Dio, anche meno nelle pretese.
Anche meno nelle promesse.
Anche meno nelle aspettative.
Quello che chiedi è roba da rimanerci sotto. Vette talmente alte da toglierci il fiato prima ancora di iniziare il viaggio. Anzi, Signore, per dirla proprio tutta, sono esattamente queste le condizioni in cui più facilmente ci fai venire voglia di mollare, di dirti:
«Scusa, Signore, forse non te ne sei accorto, ma io sono solo una persona! In più, se davvero stai chiedendo di amare i nemici, perdonare chi fa del male e addirittura fargli del bene, significa che tutto questo lo stai dicendo non a un bullo o a un marito dalla violenza facile, non a uno abitualmente scorretto e neppure a un opportunista. Non so se ho sbagliato i conti, ma – a proposito di misura – tu, Signore, di amare letteralmente alla follia lo stai chiedendo a chi sarebbe già avvezzo all’amore. Stai chiedendo di perdonare a chi ha già una straordinaria e scomodante coscienza. Stai chiedendo di fare del bene a chi già non si misura di suo. E quindi? Signore, ma sei proprio certo che noi donne e uomini in carne e ossa possiamo amare fino a quel punto? Sei davvero convinto che noi con i nostri limiti possiamo riuscire a portare le conseguenze dell’amore?»
Tutto quello che il nostro cuore sta obiettando davanti a questa pagina di vangelo è legittimo. Anzi, se riuscite, trasformatelo in preghiera. Ma qui abbiamo un maestro, Gesù di Nazaret, che ci sta insegnando a vivere, e a vivere alla sua misura. E la sua misura è pigiata, colma e traboccante. Lui riempie, e chiede alle sue discepole e ai suoi discepoli di imparare a farlo.
Le sue non sono parole. Noi, figlie e figli del Vangelo e della risurrezione, possiamo vedere in lui il volto dell’amore. Un amore, un perdono, un bene, una benedizione donata in primis a noi peccatori, a noi incapaci di amare, a noi rancorosi, a noi bloccati dal dolore, a noi feriti dall’amore, a noi sempre così parchi e misurati nel dono.
Lui sì è fatto volto, storia, corpo, tempo, fragilità perché l’amore smettesse di essere un ideale, un orizzonte estremo, un traguardo irraggiungibile e diventasse un sentiero possibile, da scegliere e percorrere.
Lui, Gesù, è la nostra possibilità di realizzare questa pagina di Vangelo.
La sua reale ed effettiva umanità dice a noi che, proprio perché umani, siamo capaci (possiamo, ne abbiamo le possibilità) di vivere con la stessa misura di Dio.
Noi possiamo preferire la vita alla morte anche nei gesti e nelle parole quotidiane, proprio come Davide nella Prima lettura.
Noi possiamo optare per il bene, evitando consapevolmente il male, sì, anche quello più apparentemente insignificante, banale, a cui la superficialità ci suggerirebbe di non dare peso. Il male, esattamente come il bene, è goccia che scava la roccia: per questo va respinto, per questo da discepole e discepoli dobbiamo puntare alla misura di Dio. Senza paura di osare.
Noi possiamo, ognuna, ognuno di noi può. Dio si è fatto carne per farci scoprire di quanto amore è capace la nostra fragile natura umana.
Dobbiamo crederci!
Dobbiamo chiedere a noi stessi di non accontentarci!
Per gentile concessione di Sr. Mariangela, dal suo sito cantalavita.com
