Dio.
Ci siamo abituati a pensarlo “uno”, a crederlo “uno” nel vero senso della parola, a raccontarlo “uno”. Sì, vero… parliamo del Padre, del Figlio e a volte anche dello Spirito, ma questo parlare non ha dato forma alle nostre idee di lui, e forse non ha dato neppure sufficientemente forma alla nostra vita.
È vero, unica sostanza. È vero, non abbiamo a che fare con tre divinità. È vero, nel nostro Dio funziona la moltiplicazione: 1x1x1 fa esattamente uno. Eppure quel tre, quel «tre Persone distinte», quel tre di cui uno Padre, l’altro Figlio e l’altro ancora Spirito Santo, non è qualcosa buono solo per far scena. La fede non ha bisogno di effetti wow.
Conoscere un Dio Trinità, scoprire quanta vita c’è in quell’essere tre, entrare quotidianamente in relazione con lui, metterlo al centro della nostra vita avrebbe dovuto dare forma a un modo di vivere all’insegna della comunione e della pluralità, della differenza e della molteplicità, dell’insieme e del singolare al contempo.
La Trinità… forse più che definirla o capirla dovremmo semplicemente viverla, lasciarci andare a quell’uno nel tre, a quella singolarità molteplice che si offre a noi, a quella vita che ininterrottamente scorre e ricrea, rinnova, risveglia, ripara, sorregge, spinge, muove la vita nel mondo e nella nostra storia personale, nelle nostre relazioni, nei desideri.
Credere in un Dio Trinità dovrebbe regalarci ogni giorno il coraggio della differenza.
E lo ripeto: il coraggio della differenza. Perché se Dio si è presentato a noi così, se ci ha insegnato a credere venendo tra noi fragile prima che onnipotente, se camminando per le nostre strade ci ha restituito il gusto di una fede attraversata dalla vita quotidiana, se parlandoci del Padre ci ha indicato un oltre, e promettendoci lo Spirito ci ha insegnato a non accontentarci del già compreso, allora noi non possiamo permetterci di appiattirlo. Non possiamo ridurre Dio all’idea che di lui fin qui ci siamo fatti.
Credere in un Dio Trinità significa scegliere di vivere accogliendo come possibilità l’oltre che ancora non sappiamo definire, il diversamente possibile e tutto ciò che ancora ci sfugge.
E lo so, non è semplice vivere così.
Molto più facile costruirsi una vita e una fede in cui tutto sia molto più definibile.
Molto più facile credere in un Dio tutto d’un pezzo che o dà o toglie.
Molto più facile sapere una volta per tutte dove sta il bene e dove sta il male.
Ma lo Spirito, che nel Risorto riceviamo e che può aprirci alla novità e alla verità di Dio, ci spinge oltre e ci fa sentire l’ebbrezza di una fede che è sempre in bilico tra l’abisso e la pienezza, tra l’errore e la possibilità, tra il sentire profondo e il non riuscire a capire ancora, tra l’uno definito e il differente…
È questa la fede che fa vivere.
Questo permette a Dio di riempirci la vita.
Questo permette a noi di aprirci definitivamente a Dio.
Per gentile concessione di Sr. Mariangela, dal suo sito cantalavita.com
