Padre Roberto Pasolini – Seconda Predica di Quaresima in Vaticano – 28 Marzo 2025

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Alle ore 9 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Predicatore della Casa Pontificia, Rev.do Padre Roberto Pasolini, O.F.M. Cap., ha tenuto la prima Predica di Quaresima, Andare altrove (la libertà nello Spirito).

Tema delle meditazioni quaresimali è il seguente: Ancoràti in Cristo. Radicati e fondati nella speranza della Vita nuova.

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Le successive prediche di Quaresima avranno luogo venerdì 4 aprile e venerdì 11 aprile.

Fonte

La “Seconda Predica di Quaresima” del 28 marzo 2025 si concentra sul tema del “andare altrove” (la libertà dello Spirito) nella vita di Gesù e come questo possa riflettersi nella nostra vita spirituale.

I punti principali trattati sono:

Conclusione sulla necessità di vivere il Vangelo in modo non scontato: L’omelia esorta a far maturare le relazioni rispettando i tempi, a saper deludere le aspettative per favorire una libertà autentica e a non esigere mai nulla da nessuno, confidando nella capacità della verità e dell’amore di maturare in una libera adesione.

L’importanza di non rimanere ancorati a punti acquisiti: L’omelia sottolinea come la vita cristiana debba essere caratterizzata da un dinamismo interiore, sull’esempio di Cristo che è vivo e ci invita ad accogliere la sua vita. Questo si lega al concetto di rimettersi in cammino, come suggerito dalla spiritualità dell’anno del Giubileo.

La capacità di Gesù di andare oltre il successo immediato: Viene citato l’episodio in cui Gesù, dopo aver compiuto molte guarigioni nel suo primo giorno pubblico, decide di andare in altri villaggi per predicare anche là, rifiutando di fermarsi dove aveva già ottenuto consenso. Questo dimostra come Gesù non volesse creare dipendenza o fare il “padrone” sulla vita degli altri.

La prudenza di Gesù nel non fidarsi immediatamente degli altri: L’omelia evidenzia come Gesù, pur avendo spalancato la porta della fiducia, non si fidasse subito dell’entusiasmo superficiale delle folle che credevano in lui dopo aver visto i suoi segni. Questo atteggiamento nasceva da una profonda conoscenza del cuore umano, capace sia di bene che di male. Gesù insegnava che la vera fiducia matura con consapevolezza e non attraverso una facile complicità.

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La capacità di Gesù di deludere le aspettative per suscitare una fede più autentica: Viene analizzato l’episodio dell’incontro con la donna cananea, a cui inizialmente Gesù non rivolge la parola. Questo comportamento, apparentemente indifferente, aveva lo scopo di far emergere la grande fede e la perseveranza della donna. La sua insistenza e il suo modo di porsi come una figlia che attende fiduciosa la grazia portano Gesù a riconoscerle una grande fede e a guarire sua figlia.

La capacità di Gesù di prendere distanza dal consenso delle folle: L’omelia ricorda l’episodio della moltiplicazione dei pani, in cui la folla, entusiasta, voleva fare re Gesù. La sua reazione fu quella di ritirarsi da solo sul monte, dimostrando di non essere alla ricerca di riconoscimenti immediati e di non volere un consenso basato su una comprensione superficiale dei suoi segni.

La libertà interiore di Gesù e l’invito alla libertà per i suoi seguaci: Viene sottolineato come Gesù non obblighi nessuno a seguirlo e rispetti la libertà di scelta dei suoi discepoli, anche quando molti lo abbandonano dopo il discorso sul pane di vita. L’invito iniziale di Gesù (“Venite dietro a me”) si trasforma gradualmente in un’esortazione ipotetica (“Se uno vuol venire dietro a me”).

L’importanza di una fede autentica e libera da obblighi o abitudini: La parabola dei due figli illustra come sia più significativo un “no” iniziale seguito da un pentimento e da un’adesione sincera, piuttosto che un “sì” di compiacenza non seguito dai fatti. Dio desidera figli liberi di esprimere il proprio sentire, anche il dissenso, piuttosto che schiavi delle aspettative.

Trascrizione del video

Prego misericordia. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ave Maria, grazia plena, Dominus tecum. Benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus. Santa Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostrae. Amen.

Preghiamo, Signore nostro Dio, che hai fatto della Vergine Maria il modello di chi accoglie la tua parola e la mette in pratica: apri il nostro cuore alla beatitudine dell’ascolto e, con la forza del tuo spirito, fa che noi pure diventiamo luogo santo dove la tua parola di salvezza oggi si compie per Cristo nostro Signore.

Oggi il nostro saluto al Santo Padre lo potrebbe quasi raggiungere, perché è qui vicino a noi, anche se non può essere con noi fisicamente, ma siamo, ecco, tutti molto contenti di questo suo ritorno a casa.

L’itinerario quaresimale che stiamo provando a percorrere in questi venerdì ha lo scopo, dicevamo, di verificare se e quanto la nostra vita è realmente ancorata in Cristo, perché questa è la nostra speranza. Dicevamo l’altra volta che questa ancora è un punto di riferimento sicuro, ma Cristo è vivo e noi siamo invitati ad accogliere la sua vita. Per cui, se vogliamo davvero rimanere ancorati in lui, dobbiamo accogliere il dinamismo della sua vita dentro la nostra vita. Questo è vivere il nostro battesimo. E infatti, la volta scorsa abbiamo provato a mettere a fuoco un aspetto della vita di Cristo contemplando proprio la scena del battesimo, dalla quale abbiamo provato a cogliere un tratto della nostra umanità non sempre facile da incarnare: la disponibilità a ricevere anziché prendere o conquistare quello che ci serve per vivere.

Oggi, in questo secondo incontro, la nostra attenzione si vuole spostare su alcuni episodi della vita pubblica di Gesù, nei quali si manifesta un’altra attitudine non sempre ben considerata dalla nostra sensibilità, che è piuttosto incline alla sedentarietà anche spirituale. Si tratta della capacità di andare oltre o altrove, cioè di rimetterci in cammino senza fermarci mai a nessun punto acquisito. Questo si lega forse anche molto bene alla spiritualità dell’anno del Giubileo, no?, che ci invita a rimetterci in cammino e a diventare pellegrini di speranza. Potremmo anche definirla come la capacità di andare oltre i punti e i traguardi che abbiamo raggiunto. Ed è una cosa che nella vita di Gesù emerge in modo chiarissimo fin dall’inizio.

Conosciamo tutti come va a finire la prima giornata pubblica di Gesù, almeno secondo la lezione del Vangelo di Marco. Gesù dice e fa tante cose, soprattutto guarigioni. La mattina presto si alza per pregare e questa preghiera forte, vissuta all’aurora, crea nel suo cuore una grande consapevolezza che i discepoli non riescono subito a comprendere. Lo raggiungono e gli dicono: “Tutti ti cercano, cioè fermiamoci ancora qui”. E Gesù invece dice: “Andiamocene altrove, negli altri villaggi, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto“. Gesù è come se rifiuta uno stile di umanità, ma anche di messianismo. Sceglie di non fare il padrone di nessuno e di non confondere quello che è il bisogno delle persone di essere aiutate con il rischio di fare un po’ da padrone sulla vita degli altri o di creare effetti di dipendenza.

Ecco, questa attitudine di Gesù emerge in tanti momenti della sua vita pubblica. Ne guarderemo tre in particolare. Nel primo vediamo la capacità di Gesù di fare una cosa molto strana: di non accordare immediatamente fiducia agli altri. Questo Gesù si è allenato a viverlo, perché la sua umanità, dicevamo la volta scorsa, non ha saltato nessuna tappa di crescita, di maturazione in quanto uomo. Ha compiuto un lento e ordinario cammino crescendo, come dicono i Vangeli, in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini. Crescere non è soltanto una questione anagrafica, ma significa fare attenzione ai dettagli con cui la nostra umanità evolve. Noi potremmo diventare anche molto adulti anagraficamente, ma conservando dei tratti infantili o immaturi. Gesù è diventato una persona matura scegliendo di vivere alcuni aspetti che davvero possono risuonare per noi anche piuttosto sconcertanti e paradossali.

Nel Vangelo di Giovanni ne troviamo uno. Siamo nel contesto dove è appena avvenuto il primo segno, quello alle nozze di Cana. Subito dopo Gesù compie un gesto profetico nel tempio di Gerusalemme che il quarto Vangelo anticipa all’inizio, i sinottici lo pongono invece alla fine. E alla fine del capitolo 2 c’è un breve sommario dove si dice una cosa molto strana: “Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo; egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo“.

La reazione di Gesù è piuttosto sconcertante. A noi fa molto piacere quando qualcuno ci apprezza o applaude il nostro modo di agire e di fare, anzi ci lusinga. In una cultura, tra l’altro, dell’individualismo e della competizione nella quale ci troviamo, siamo tutti molto contenti quando la nostra popolarità aumenta, soprattutto in modo improvviso e significativo. Oggi il mondo vive di notifiche, di like, di approvazioni e di riconoscimenti. Gesù sembra totalmente distaccato da questo tipo di riconoscimento troppo rapido e superficiale. Il testo dice esattamente che, sebbene molti avessero iniziato a credere in lui (letteralmente c’è scritto così), Gesù non credeva in loro, o meglio, non credeva in quell’entusiasmo che loro manifestavano. Anche perché Gesù era una persona, come dicevamo in Avvento, che ha spalancato la porta della fiducia, per cui questo atteggiamento non dobbiamo leggerlo come un’incapacità di fidarsi degli altri anche quando gli altri si dimostrano inaffidabili, perché questo Gesù Gesù saprà esprimerlo molto bene, arriverà ad amare i nemici. Però proprio quel vertice di fiducia di cui Gesù è stato capace nasce paradossalmente da una grande prudenza iniziale con cui egli faceva nascere i rapporti. Il testo dice che Gesù faceva così perché conosceva bene il cuore dell’uomo.

Il quarto Vangelo non racconta le tentazioni di Gesù nel deserto. È questo il modo di esprimere il fatto che Gesù aveva maturato una profonda conoscenza del cuore umano e quindi si era accorto che il nostro cuore è splendido, è il luogo dove risuona lo spirito, la voce di Dio, ma è anche un luogo molto ambiguo. È il luogo dove si manifestano anche tutte le tenebre che ci possono portare a compiere il male, a chiuderci a Dio e agli altri. Per questo, quando poi doveva spiegare in che modo la parola di Dio agisce in noi, usava l’immagine dei terreni. C’è il terreno dove viene seminato, ma subito ci si dimentica di quello che viene detto, ed eccetera con gli altri terreni. Ecco, qui Gesù si accorge che ha davanti un grande entusiasmo, ma decide di non fidarsi di questo segnale. Gesù non cede alla tentazione della facile complicità con il nostro consenso.

E questo è un tratto di umanità molto importante anche per noi, perché Gesù si rivela un maestro attento a donare non soltanto quello che può fare immediatamente piacere, ma anche quello che fa realmente bene in vista della maturazione di una fiducia autentica. È come se Gesù rinunciasse ad aprire le braccia dell’accoglienza in modo troppo sbrigativo per suscitare una risposta più consapevole e più matura. Questa capacità di non mostrarci subito disponibili non appena ci sentiamo desiderati è una preziosa indicazione per gestire tutte le relazioni: quella con Dio e quelle tra di noi. Quando noi violiamo questa regola iniziale, spesso poi le relazioni non durano. Non è segno di freddezza, ma è segno di sapienza ed esprime un profondo rispetto per noi stessi, per l’altro e per quanto nella libertà si può imparare a vivere e a donarsi. Questa capacità di non fidarsi immediatamente è una risorsa che può portarci anche molto lontano.

Se esploriamo fino in fondo questa attitudine, possiamo scoprire che la nostra umanità è in grado di suscitare il bene, anzi direi forse anche il meglio, proprio quando è capace di deludere le aspettative che la circondano. E qui ascoltiamo un altro episodio del Vangelo. Lo prendiamo da Matteo al capitolo 15. “Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola“.

Gesù amava i territori di confine dove spesso accadevano per lui le cose più interessanti. C’è un salmo che dice: “Il Signore ama le porte di Sion più di tutte le dimore di Giacobbe“. Ecco, sembra che a Dio piacciano proprio le soglie, i luoghi dove noi possiamo entrare in relazione con gli altri. E qui accade un incontro molto singolare. Gesù incontra questa donna pagana che ha un problema enorme: la figlia è tormentata da uno spirito impuro e quindi si mette a gridare perché intuisce che in Gesù ci può essere una speranza di salvezza per sua figlia. La reazione di Gesù ci lascia senza parole: “Ma egli non le rivolse neppure una parola“. Dovremmo provare ad ammetterlo: chi di noi avrebbe il coraggio di fare una cosa del genere? Il minimo, credo, no?, da cui noi ci muoveremmo è: “Ci fermiamo. Signora, va bene, pregherò per lei, pregherò per sua figlia”. Come minimo, avremmo detto una frase del genere. Invece, nemmeno una parola, una totale indifferenza.

Ed è interessante la reazione dei discepoli. “Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele»“. C’è una donna che grida e adesso ci sono tutti i discepoli che lo implorano, cioè tutti stanno dicendo a Gesù: “Cambia il tuo atteggiamento”, e Gesù rimane fermo. Anche perché la reazione dei discepoli forse non è così misericordiosa come potrebbe sembrare e smaschera un po’ del facile buonismo con cui tante volte noi diciamo o facciamo ad alcune cose. I discepoli vorrebbero che Gesù facesse qualcosa perché così questa donna smette di gridare, sono forse un po’ infastiditi da questa donna che continua a chiedere qualcosa. Quindi forse non sono mossi tanto da una carità nei suoi confronti, ma dal desiderio di non essere più tormentati dal suo grido. “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!“. Ecco, forse è questo il motivo per cui tante volte noi parliamo subito quando ci viene segnalato un problema, per toglierci il problema di torno e forse anche per sentirci un po’ utili, un po’ importanti per l’altro. La facile compassione nasce spesso dal bisogno che è più nostro che non dell’altro. Non riusciamo a prenderci magari veramente a cuore e in carico la situazione che ci sta creando un disagio, ma cerchiamo di liquidare le cose il più velocemente possibili e questo un po’ ci rassicura di essere stati importanti per qualcuno, di aver detto la cosa giusta in quel momento.

Gesù incredibilmente ammette ed esplicita che la sua missione ha dei limiti. Questo è il principio dell’incarnazione. Pensate quante cose Gesù non ha fatto nei giorni della sua vita terrena. Quelle che ha fatto sono bellissime e le chiamiamo storie di salvezza. Ma pensate quante ne avrebbe potute fare. E ha deciso di non farle, ha deciso di restare dentro i confini di un uomo ben preciso, di un territorio molto limitato. E questo ci deve dire qualcosa anche a noi, al bisogno magari a volte di dilatare troppo la capacità di metterci a servizio e di fare del bene. E ci dovrebbe forse portare ad ammettere che tante cose che facciamo e che diciamo spesso le compiamo non davvero per il bene dell’altro, ma per un ma per un bisogno nostro. Fanno più bene a noi che magari ad altri alcune cose che diciamo e facciamo.

Il Salvatore del mondo Gesù riesce a donare salvezza in un modo sano perché non si sente strettamente necessario, ma sempre e soltanto utile. È per questo che ha chiamato i 12, ha creato la Chiesa. Dio non ha voluto salvare il mondo da solo, ma lentamente e con tutti, convocando tutti a questo stile di amore che non è determinato dalla paura e dalla fretta, ma dall’ascolto attento di quello che l’altro ha veramente bisogno di ricevere. Infatti la reazione di Gesù ottiene un risultato bellissimo in questa donna. “Quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini?» «È vero, Signore», disse la donna, «eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni»“.

Quando Dio non ci risponde, noi a volte smettiamo subito di gridare e di pregare. Questa donna non si scoraggia perché ha un grande tormento nel cuore e allora continua, insiste, non fa la vittima e non se ne va via stizzita, si avvicina caparbiamente a Gesù ripetendo con grande dignità il suo bisogno, senza paura, senza inutile vergogna. E di fronte a lei Gesù cambia, non di fronte ai discepoli, e decide di parlare con una frase che però conferma la sua strategia: “Non è bene che i cagnolini ricevano quello che devono ricevere i figli“. Gesù usa un linguaggio un po’ cifrato, ma che per la donna è pienamente comprensibile perché gli ebrei chiamavano in questo modo le persone straniere. Quindi Gesù sta dicendo a questa donna: “Ma tu non hai diritto, io sono il maestro del mio popolo, che vuoi tu da me?“. È l’ultimo tratto che noi definiremmo un po’ duro, burbero di Gesù, che però fa sgorgare dal cuore, dalla voce di questa donna qualcosa di meraviglioso: “È vero», disse la donna, «eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni“. Gesù si è comportato in un modo molto strano eppure ora guarda ai suoi piedi e vede questa donna che è come un cagnolino che scodinzola imperturbabile, serena nella sua preghiera.

Forse tante volte educa così anche le nostre preghiere il Signore, non dandoci immediatamente quello che gli stiamo chiedendo, ma aiutandoci a far emergere in noi, nei nostri modi, nel nostro cuore questo modo di ragionare da figli. Questa donna non appartiene a Israele, ma si sta comportando come una figlia di Dio. Sembra aver capito la meglio la parola di Dio lei di tutti gli altri, perché semplicemente dice: “Hai ragione, io non merito niente, ma tu mi puoi dare qualcosa“. E così parla un figlio. Un figlio non pretende, ma attende e sa di non rimanere deluso nella sua attesa perché un padre certamente darà delle cose buone ai suoi figli. È proprio quello che Gesù cercava di dire quando commentava il Padre nostro: “Ma se voi avete un figlio, cosa gli darete? Una pietra al posto di un pane? No“. E questa donna sembra capire già questo discorso senza averlo mai sentito. Ha capito come funziona la grazia. Le cose che Dio dona nella libertà si possono solo attendere, non pretendere. Infatti il finale è splendido. “Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita“.

Gesù riconosce in questa donna una grande fede, attenzione, una fede in lui evidentemente, ma una fede anche nel fatto che le cose possano cambiare. Noi tante volte interrompiamo le nostre preghiere non solo perché ci fidiamo poco di Dio magari, ma perché abbiamo perso la fiducia che le cose possano ancora cambiare. Abbiamo perso questo desiderio che è fondamentale perché implica una fiducia in noi, negli altri e nella storia dove le azioni di Dio si svolgono. Infatti non è nemmeno Gesù che compie il miracolo, è questa donna che lo fa. È come se quando noi preghiamo Dio, scopriamo che abbiamo questa grandissima capacità che le cose che realmente riusciamo a desiderare davanti a lui (questa è la preghiera) avvengono, possono avvenire. Questo è il miracolo dell’incontro con Dio e della preghiera. Non tanto che riusciamo a convincere Dio, manipolarlo un po’ e ottenere da lui qualcosa, ma esistere e resistere davanti a lui con la forza dei nostri desideri più autentici, fino ad accorgerci che quello che desideriamo noi, i desideri migliori che abbiamo, sono anche quello che desidera Dio. E questi sono gli istanti in cui facciamo esperienza di che cos’è Dio, di qual è il dono del suo spirito e di che cos’è già in questo mondo la vita eterna.

Un ultimo tipo di indifferenza che Gesù sa esprimere è la capacità di saper prendere distanza dal consenso delle folle, che abbiamo già visto all’inizio. In tutti i Vangeli si racconta il famoso episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Nel Vangelo di Giovanni la conclusione di questo segno, così come lo chiama l’evangelista, è questa: “Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!»“. La gente ha visto il segno, ma soprattutto si è entusiasmata nei confronti di Gesù e dice: “Mettiamolo come primo ministro perché questo sicuramente ci fa andar bene le cose“. Non hanno ancora capito il segno, hanno riempito la pancia e sono contenti, come Gesù gli dirà l’indomani: non hanno capito che il segno non voleva dire quanto Dio è bravo e capace di cambiare le cose. Il segno voleva dire anche un’altra cosa: che ciò che noi abbiamo tra le mani, anche se è poco, può fare la felicità e la sazietà di molti. Questa era la cosa da intuire: non soltanto una fiducia nei confronti di Dio, ma anche in noi stessi. Quando ci manca questa fiducia in noi, cadiamo appunto nella facile seduzione dei riconoscimenti immediati. Per questo siamo un tempo molto bello ma anche molto a rischio. Subiamo il fascino di ogni tipo di influenza e di influencer, perché? Perché siamo tutti a caccia di questo riconoscimento fondamentale della nostra vita che che spesso ci manca.

A Gesù non mancava e infatti la sua reazione a questo tentativo di farlo re è fuggire sul monte da solo. “Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, da solo“. Anche i discepoli non capiscono la reazione strana di Gesù. Lo aspettano un po’, prendono la barca e fanno la traversata del lago senza di lui. E nel cuore della notte succede questo. “Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti“. Noi facciamo fatica a capi… re i segni di Dio e ce ne andiamo per le nostre vie da soli come fanno i discepoli, cioè facciamo fatica a credere che quello che Gesù ci dice è vero. E allora torniamo a vivere un po’ secondo le nostre attitudini. Ma Gesù ci raggiunge e c’è questa espressione molto misteriosa: “Vollero prenderlo sulla barca“. Non si dice che Gesù sia salito, ma si dice che a un certo punto i discepoli, tentando di farcela da soli di notte con la tempesta, ritrovano il desiderio che Gesù sia con loro. Questo significa che noi tentiamo continuamente di fare a meno di quello che Gesù ci dice, di questi suoi modi molto strani di vivere. Ma non appena ci allontaniamo da lui ci accorgiamo che è peggio fare secondo la nostra mentalità e allora ritroviamo il desiderio di prendere Gesù nella barca. Cosa vuol dire? Di dare fiducia al suo stile e subito arriviamo alla riva e le cose ricominciano a funzionare.

Arrivati dall’altra parte del lago, Gesù inizia a spiegare alle persone che hanno visto un segno e lo devono capire. E il segno è questo: “Io sono il pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo“. Vedete, Gesù tenta di dire: “Io non voglio soltanto donarvi delle cose, io vi dono me stesso affinché la mia carne, la mia vita entri in voi e voi diventiate come me e voi possiate imparare a vivere la vita che vi sto mostrando“. Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Capite perché Gesù è molto reticente nel dirci le cose? Perché poi, quando si arriva al momento cruciale, a noi viene paura. A noi sembra che quello che ci sta donando lo dobbiamo fare noi con le nostre forze e diciamo: “Lasciamo perdere”. Questa è la tentazione di molti discepoli che lo seguivano. Qui non si dice che due o tre se ne vanno, no. La maggior parte se ne va. Noi dimentichiamo queste pagine del Vangelo, cioè di quante persone Gesù ha deluso con il suo ministero, quante persone non si sono trovate d’accordo a un certo punto con quello che Gesù stava cercando di comunicare. E questo credo che ci fa molto bene in un tempo di chiesa come quello che viviamo, cioè non dare per scontato le cose, ma chiederci davvero in che modo risuona a noi l’invito di Gesù nel Vangelo.

Perché non si può essere cristiani né per forza né per abitudine, ma soltanto perché la voce di Dio che risuona attraverso Cristo riesce a convincere il nostro cuore che una è la via, una è la verità, una è la vita. E credo che sia molto importante anche fare pace con i momenti in cui anche noi, parlando a nome di Gesù, non suscitiamo immediato consenso e approvazione, ma vediamo tante persone che abbassano lo sguardo, se ne vanno o si rivoltano addirittura contro di noi. Deve accadere questo. Deve accadere innanzitutto perché le relazioni si costruiscono proprio così, attraverso i passaggi difficili del conflitto e della differenziazione, e non dobbiamo temere che queste cose accadano anche perché soltanto in questo modo noi riusciamo a esprimere non soltanto quello che ci sta capitando di essere, ma anche quello che vogliamo fino in fondo essere. Solo davanti a una difficoltà noi ci rendiamo conto se desideriamo e crediamo davvero quello che stiamo confessando.

Il finale di questo episodio mostra quanta libertà interiore c’era nel cuore di Gesù. Se ne vanno tutti, restano un manipolo di discepoli, i 12. E Gesù dice loro: “Volete andarvene anche voi?“. Non c’è ricatto, eh, in questa domanda. Si respira soltanto una grande libertà che forse i discepoli potevano non sapersi prendere, ma Gesù gliela sta consegnando: “Se volete potete andarvene anche voi, eh? Io non chiedo a nessuno di seguirmi e di essere obbligato a vivere quello che io sto pagando liberamente e personalmente il prezzo di una vita tutta determinata dall’amore del Padre. Non obbligo nessuno a vivere questo“. Questa libertà credo che sia fondamentale per un cristiano, per la Chiesa. Non dovremmo mai perderla. Non dovremmo mai chiedere alle persone di essere con noi, di seguirci facendo leva neanche sul minimo senso di colpa o del dovere.

E nei Vangeli, se li leggiamo con attenzione, c’è una decrescita dell’intensità degli inviti. Ricordiamo tutti che quando Gesù inizia il suo ministero ha il coraggio, la caparbietà di usare l’imperativo: “Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini“. Cioè, l’imperativo può andar bene all’inizio, poi bisogna passare al registro delle ipotetiche. E infatti Gesù, col passare dei capitoli nel suo ministero pubblico, alla fine dirà: “Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua; se uno vuole“. Un obbligo ci può essere all’inizio quando magari io non ho ancora la capacità di valutare bene le cose, ma alla fine una scelta deve essere libera. Noi a volte purtroppo viviamo proprio le parabole contrarie: nessun obbligo all’inizio e poi tanto senso di colpa e senso del dovere alla fine. È l’esperienza contraria. Invece vale la pena pagare prima un prezzo quando entriamo in una scelta per poi sentirci enormemente liberi di poterla continuare a fare.

Come sigillo a questa strategia di libertà vi ricordo una brevissima parabola, una tra le più care a me del Vangelo di Matteo. “Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli; si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore», ma non vi andò“. Nessuno dei due figli aveva voglia di andare a lavorare quel giorno. Erano uguali. Uno ha avuto il coraggio di dirlo, l’altro aveva l’abitudine di compiacere. E Gesù dice: “Davanti a Dio chi è meglio secondo voi? Quello che compiace ma poi non fa o quello che ha il coraggio di dire: «Non c’ho voglia», poi però sente un cambiamento dentro di lui e aderisce all’invito?“. E conclude la parabola dicendo: “In verità vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio! Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi al contrario avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli“. Gesù sembra dire questo: Dio, il Padre celeste, non pretende niente da noi, nemmeno di avere figli sempre pronti e scattanti che dicono sempre sì. Dio non è un intransigente e perfezionista, è uno che invece è preoccupato quando ha davanti i figli non sufficientemente liberi di manifestare il proprio sentire, eventualmente anche il proprio dissenso. Perché questi figli si chiudono nel labirinto delle compiacenze iniziando a diventare la cosa più terribile: schiavi nella casa del Padre, schiavi delle aspettative di se stessi e degli altri. La parabola invece ci dice che se abbiamo il coraggio di saper esprimere quello che pensiamo e desideriamo e sentiamo, forse siamo già sulla strada per aprirci a una vita più grande e superare i nostri limiti. Forse non saremo perfetti agli occhi degli altri e magari neanche agli occhi nostri. Ma forse saremo un po’ più vicini al regno di Dio.

Per concludere, il nostro desiderio di rimanere ancorati in Cristo in questo anno del Giubileo si sta confrontando con la capacità di vivere il Vangelo anche nelle sue manifestazioni meno ovvie e scontate. Cristo ci rivela alcune forme che la nostra vita sa scegliere e assumere. Oggi abbiamo visto anzitutto la capacità di far maturare le relazioni rispettandone i tempi, senza accedere alla tentazione di fidarsi troppo in fretta. Da questo modo di essere nasce anche la forza di saper deludere le aspettative degli altri per consentire ai nostri incontri e alle nostre relazioni di fiorire nella libertà. Tutto ciò conduce a un’ultima manifestazione di rispetto per noi e per gli altri: la scelta di non esigere mai nulla da nessuno. La verità e l’amore non hanno bisogno di imporsi, ma sanno attendere, lasciando che le cose maturino fino a diventare il frutto di una libera e piena adesione. Anche con questi umani atteggiamenti Dio ha salvato e continua a salvare il mondo in cui viviamo.

Preghiamo: O Dio nostro Padre, che in Cristo tua parola vivente ci hai dato il modello dell’uomo nuovo, fa che lo Spirito Santo ci insegni ad ascoltare e a mettere in pratica il suo Vangelo, perché tutto il mondo ti conosca e glorifichi il tuo nome. Per Cristo nostro Signore.

Ho un avviso da dare prima di congedarci. Venerdì prossimo 4 aprile, a differenza di quanto era stato scritto nell’invito, la meditazione non si terrà nella sala clementina ma sempre qui in aula Paolo VI. Quindi non cambiamo sede, ma venerdì prossimo tutti qui nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.