Padre Roberto Pasolini – Prima Predica di Quaresima in Vaticano – 21 Marzo 2025

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Alle ore 9 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Predicatore della Casa Pontificia, Rev.do Padre Roberto Pasolini, O.F.M. Cap., ha tenuto la prima Predica di Quaresima Imparare a ricevere (la logica del Battesimo).

Tema delle meditazioni quaresimali è il seguente: Ancoràti in Cristo. Radicati e fondati nella speranza della Vita nuova.

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Le successive prediche di Quaresima avranno luogo venerdì 28 marzo, venerdì 4 aprile e venerdì 11 aprile.

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La predica tratta principalmente del significato del battesimo di Gesù e delle sue implicazioni per la vita cristiana.

All’inizio della meditazione, viene introdotto il tema dell’Anno Giubilare e l’invito a considerare Cristo come un’ancora sicura per la nostra speranza. Si sottolinea che, attraverso il battesimo, siamo come ancorati in Cristo, che ha introdotto la nostra umanità nel santuario del cielo. Tuttavia, rimanere uniti a Cristo richiede un dinamismo di conversione e la volontà di lasciarsi ridefinire dallo Spirito Santo secondo la volontà di Dio. Questo radicamento in Cristo non è scontato e la tentazione per i cristiani è quella di passare a un “altro Vangelo” enfatizzando solo alcuni aspetti del mistero di Cristo.

La meditazione si concentra poi sul battesimo di Gesù come evento che dà inizio alla sua missione e ne rivela il senso profondo. Gli anni nascosti di Gesù a Nazaret vengono presentati come un tempo in cui si è lasciato plasmare dalla realtà, indicando il valore del silenzio e della quotidianità nella formazione umana. Il battesimo di Gesù nel Giordano, compiuto per mano di Giovanni Battista, sorprende perché vede Dio rivelarsi con un’azione passiva: “fu battezzato“. Questo gesto disarmante mostra come Dio scelga di immergersi nella nostra realtà, con le sue luci e ombre, per renderla un luogo di salvezza. La risposta di Gesù a Giovanni, “lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia“, rivela una scelta di grande fiducia nei nostri confronti.

Nell’apparente passività di Dio nel battesimo si scorge un’attività d’amore, un modo per raggiungere la nostra solitudine e paura. La logica di Gesù è quella di dare precedenza al bisogno del prossimo rispetto al desiderio di mostrarsi. L’immersione di Gesù nelle acque del Giordano e la successiva apertura dei cieli con la discesa dello Spirito indicano che solo un movimento di abbassamento verso la fragilità apre la via alla vera grandezza di Dio. La voce dal cielo, “Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento“, non è un encomio pubblico, ma un’esperienza interiore di Gesù che percepisce la sua identità di Figlio amato nel momento in cui riconosce gli altri come fratelli.

Dopo il battesimo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto, dove rimase 40 giorni tentato da Satana. Questa prova è presentata come una legge dell’iniziazione necessaria per assimilare il dono ricevuto e radicare le proprie scelte. La grande tentazione per Gesù, e per noi, è quella di recedere dalle proprie scelte quando cominciano a costare.

Dopo la prova nel deserto, Gesù inizia la sua missione in Galilea proclamando il Vangelo di Dio: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo“. Questo annuncio dichiara che Dio può essere riconosciuto come Padre da tutti, e invita a non rimanere perplessi o delusi dalla realtà, ma a riconoscere il Regno di Dio presente. La conversione richiesta non è primariamente morale, ma un cambiamento di prospettiva che porta a vivere da fratelli e sorelle.

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Infine, la meditazione conclude ricordando che, in questo Anno Santo, siamo chiamati a rimanere ancorati in Cristo e il battesimo ci indica tre movimenti esistenziali:

  • Metterci da parte e dare la precedenza all’altro (decentrarsi).
  • Intraprendere un continuo esercizio di verifica interiore e di conversione.
  • Rimanere con fiducia dentro la realtà, con le sue sfide, certi della presenza di Dio Padre.

Il battesimo di Cristo ci invita a una vita pienamente vissuta nella fiducia che Dio è con noi e non ci abbandona mai.

Trascrizione del video

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ave Maria, Grazia Domini. Preghiamo: Signore nostro Dio, che hai fatto della Vergine Maria il modello di chi accoglie la tua parola e la mette in pratica, apri il nostro cuore alla beatitudine dell’ascolto e, con la forza del tuo spirito, fa’ che noi pure diventiamo luogo santo dove la tua parola di salvezza oggi si compia. Per nostro Signore.

Fratelli e sorelle tutti, il Signore vi dia pace. Rivolgiamo un caro saluto al Santo Padre che non può essere ancora qui con noi. Speriamo possa esserlo e continuiamo ad assicurargli le nostre preghiere. All’inizio di questo anno giubilare, siamo stati invitati tutti a guardare Cristo come l’Ancora sicura e salda in cui la nostra speranza non si confonde, ma, cito le parole del Papa nella bolla di indizione, ci esorta a camminare senza perdere di vista la grandezza della meta alla quale siamo chiamati: il cielo, una meta che abbiamo contemplato anche la settimana scorsa durante gli esercizi spirituali. È naturalmente un’immagine piena di speranza quella che il Papa ha voluto consegnare alla Chiesa, ricordandoci che noi, mediante il battesimo, siamo come ancorati in Cristo, il quale ha introdotto la nostra umanità davanti al Padre nel cielo, nel Santuario del cielo, dove egli intercede per noi. È così carissimo nelle nostre giornate tenere viva questa immagine: noi siamo qui in questo mondo, ma attraverso il battesimo è come se fossimo già agganciati al cielo attraverso Cristo, un’ancora. Quando tu sei in una navigazione e poi getti l’ancora, devi tirare un sospiro di sollievo, puoi essere sicuro che la barca non subirà dei movimenti che la faranno perdere. Ora, sebbene questa prospettiva sia molto bella e rassicurante, siamo anche consapevoli del fatto che la nostra vita resta un’esperienza di libertà e, se vogliamo rimanere intimamente uniti a Cristo come ci ricorda San Paolo, dobbiamo anche accogliere il dinamismo della Conversione al Vangelo e lasciare che lo Spirito, lo Spirito Santo, ridefinisca secondo la volontà di Dio, non secondo i nostri pensieri. Quindi, questo radicamento in Cristo, quest’ancora forte che noi abbiamo, è un processo dall’esito tutt’altro che scontato e, nel Nuovo Testamento, noi troviamo tanti richiami alla delicatezza di questo processo.

Che può anche interrompersi. Lettera ai Colossesi: “Cristo vi ha riconciliati nel corpo della sua carne mediante la morte per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili dinanzi a lui, purché restiate fondati e fermi nella fede, irremovibili nella speranza del Vangelo che avete ascoltato“. Prima lettera ai Corinzi: “Ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti, nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo“. Lettera ai Galati: “Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo voi passiate a un altro Vangelo“. Cioè, noi abbiamo ormai questo legame con Cristo fortissimo, ma possiamo passare a un altro Vangelo, possiamo muoverci da questo fondamento che è sicuro, ma è anche molto fragile, e possiamo costruire altrove, non nella realtà del nostro battesimo. Tutti questi avvertimenti ci dicono come ci sia una grazia enorme nella nostra vita che dobbiamo però coltivare, e la grande tentazione per noi cristiani dentro la Chiesa è davvero quella di tentare sempre di passare a un Vangelo che ci sembra migliore di quello unico che è Cristo, dove ci sono alcuni aspetti del suo mistero, ma non c’è l’interezza, e quindi puntiamo sulla morale, sulla carità, sulla liturgia, su un aspetto, enfatizzi quello e trascuriamo gli altri. La grande difficoltà è tenere insieme tutta la visione di Cristo. Allora, cosa faremo in queste meditazioni di Quaresima? Ecco, proveremo a porci proprio come discepoli di Cristo, desiderosi di imparare dal suo modo di vivere, quali atteggiamenti sono fondamentali per non perdere questo ancoraggio forte in Lui ma incamminarci in questo anno giubilare, soprattutto nella speranza verso la nostra vita nuova ed eterna. Il primo momento che vogliamo contemplare in questa meditazione è quello del battesimo di Gesù, segno, momento che inizia la sua missione e ne rivela anche il senso profondo. I lunghi anni di vita nascosta di Gesù a Nazareth che hanno preceduto il giorno del suo Battesimo restano uno degli aspetti più misteriosi e affascinanti della sua vita. Secondo la tradizione, Gesù è rimasto tranquillo a casa con la mamma e il papà a lavorare nella bottega di famiglia. Recenti studi dicono che forse si sarebbe anche avvicinato ad alcune correnti religiose da cui il legame con Giovanni.

Battista. La domanda però resta: qual è il filo di questi anni che sono stati la gran parte della vita di Gesù, in cui lui è rimasto nascosto? Che tipo di salvezza ha portato al mondo questo suo modo di essere? Sembra che i vangeli, con questa lacuna narrativa, con questa omissione, vogliano suggerire che prima di iniziare a parlare e a operare nel nome di Dio, Gesù Cristo abbia voluto lasciarsi plasmare dalla realtà in cui viveva. Non ha cercato scorciatoie in questo e ci ha indicato un grande valore che ha questo tempo in cui la nostra umanità si struttura e si forma nel silenzio della quotidianità, nel silenzio di piccoli gesti ripetuti nelle nostre giornate, dove il nostro volto in realtà si definisce. Credo che questa sia la premessa del Vangelo: prima ancora di compiere opere grandi e straordinarie, il Figlio di Dio ha iniziato a salvare il mondo facendo una cosa molto semplice, stando con noi, condividendo la nostra realtà e lasciandosi toccare dalle domande, dalle sfide che c’erano nel suo tempo. E questo ci dice qualcosa su cos’è la salvezza di Dio: qualcosa che non si impone modificando subito le cose, ma una presenza che genera speranza. Una conferma di questo modo di porsi senza imporsi la troviamo proprio nella scena del battesimo. La ascoltiamo secondo il Vangelo di Marco: “Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni“. Sappiamo tutti che questo gesto di Gesù è preceduto dalla predicazione del Battista, il quale, riprendendo le voci profetiche, annunciava l’arrivo di un fuoco, di uno spirito potente che avrebbe purificato la casa di Dio. Erano immagini che potevano incutere anche paura e angoscia, come ci dicono gli altri Vangeli sinottici: “Egli ha in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile“. Cosa potevano immaginarsi le persone ascoltando queste parole? Che Dio sarebbe arrivato in un modo potente, che Dio avrebbe risolto facilmente e velocemente tutti i problemi che ci sono nella realtà? Perché noi questo in realtà ci aspettiamo da Dio. Invece, sorprende il modo in cui Gesù sceglie di incarnare queste parole, queste profezie: venuto da Nazaret al Giordano dove si sta svolgendo questa pratica penitenziale.

Comune. Pensate un po’, il primo gesto che Gesù compie, quindi è Dio che si rivela sulla scena pubblica per la prima volta, è un’azione descritta con un verbo al passivo: e fu battezzato, e fu immerso. Chi di noi, dovendosi manifestare, sceglie di non fare una cosa, ma di lasciarla fare all’altro? Il Vangelo di Matteo evidenzia questo scandalo, questo sconcerto, facendo dire a Giovanni: “Ma come? Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?“. Cioè, ma come sei tu che dovresti fare qualcosa e invece chiedi a me di fare qualcosa a te? A noi tutto questo sembra sconveniente, persino inutile. Invece, Dio sembra convinto che la cosa più urgente, ma anche più bella da fare, sia quella di immergersi in noi, nelle nostre acque, per ricordarci anzitutto una cosa: che la nostra realtà, con le sue luci e con le sue ombre, può diventare un luogo di salvezza se Lui c’è. Infatti, questa è la risposta che Gesù dà a Giovanni: “Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia“. La prima immagine di Dio che il battesimo di Gesù ci consente di mettere a fuoco è disarmante: anziché fare, o peggio ancora farci qualcosa, Dio preferisce permettere che siano le nostre mani a fare qualcosa a Lui. È una scelta di grande fiducia nei nostri confronti che avrà conseguenze drammatiche nei giorni della sua passione, dove saranno proprio le nostre mani a torturarlo e poi a crocifiggerlo, consegnandolo alla morte. Eppure, proprio in questo evento di ingiustizia, di innocente dolore, si renderà pienamente questo il motivo per cui Dio si lascia fare con una mitezza per noi assurda quanto assoluta. Perché Dio ha bisogno di fare questo? Se il peccato ha trascinato la nostra umanità nelle tenebre dell’individualismo, isolandoci nella paura e privandoci della comunione con Dio e con gli altri, perché siamo tutti qui, siamo tutti vivi in questo mondo, ci guardiamo, ci soriamo, ma siamo tutti profondamente soli e proviamo ogni giorno ancora tanta paura, questo è il luogo dove si deve compiere la nostra salvezza. Allora Dio cosa deve fare davanti a questo scenario? Non chiederci qualcosa, non imporci un cambiamento, ma raggiungerci per porre fine alla solitudine e alla paura. E questo è quello che fa nel battesimo: viene, sta con noi, permette a noi di includerlo in quello che.

Noi cerchiamo di fare per continuare a camminare nella vita. E peraltro, in questa apparente passività di Dio, noi dobbiamo anche scorgere una certa intelligenza e attività di amore, perché in quel momento Gesù non è che non fa niente, ma fa il nostro bene. Noi per amare, in genere, no, cerchiamo di fare bene agli altri, facciamo delle azioni per gli altri, ma c’è anche un altro tipo di bene che conviene fare: è fare il bene dell’altro. Se una persona si sente emarginata, io posso scegliere di fargli vedere come sono bravo, come sono generoso nei suoi confronti, oppure posso cercare di toglierlo dalla sua dal suo isolamento, per esempio facendogli fare qualcosa o chiedendogli di fare qualcosa, come per esempio Gesù fa con la donna samaritana: “Dammi da bere“, così inizia a salvarla, non proponendogli subito qualcosa. E questa sarà la logica per tutta la vita di Gesù: una così grande attenzione e compassione al prossimo, per cui il bisogno del prossimo viene prima del nostro desiderio di mostrarci o di promuoverci, e questo gli costerà la vita. Per Gesù saranno sempre più importanti i volti e le persone di qualsiasi sistema di regole o di culto, ci sarà sempre una profonda attenzione all’altro. Questa sarà la logica di tutta la sua esistenza: dare la precedenza a chi mi sta davanti. Questo per esempio lo si vede molto bene e lo insegnerà ai discepoli quando un giorno, tentando di riposarsi, le folle li raggiungono. E allora Gesù lascia tutto e, provando una grande compassione, si mette a insegnare loro molte cose, e lì i discepoli vedranno proprio questa logica: avevano il diritto, il bisogno di riposarsi, come dobbiamo fare anche noi, però in alcuni momenti il nostro diritto, come dire, di fare un po’ gli affari nostri deve essere sostituito dal bisogno di essere attenti all’altro, perché in questo si manifesta l’amore. Per poter vivere questa dinamica di dare la precedenza all’altro, occorre però aver ben chiaro e aver assimilato bene un amore in grado di definire la nostra realtà come qualcosa di profondamente buono. E accade a Gesù proprio nella scena del battesimo: quando il suo corpo si immerge nelle acque del Giordano e subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo spirito di scendere verso di lui come una colomba. È curioso: non appena si decide di far.

E un passo nelle profondità della terra, come Gesù fa entrando nell’acqua insieme agli altri, ai fratelli e sorelle in umanità, in realtà si compie un passo verso il cielo. Gesù entrava in basso e i cieli si lacerano. È come se i cieli fossero giù, non su. Questo forse era quello che Gesù tante volte tentava di spiegare: gli ultimi saranno i primi e i primi gli ultimi, cioè il mondo è tutto capovolto. Nella logica dell’amore, chi sta in alto sta in basso e viceversa. Quindi, il gesto battesimale di Gesù ci rivela che solo un movimento di abbassamento verso la debolezza e la fragilità ci spalanca la via di accesso alla vera grandezza e potenza di Dio. Questi cieli che si squarciano lasciano immaginare che è come se una candela si avvicinasse a un telo e il telo si lacerasse. Il gesto di Gesù è come un calore, una fiamma di vera umanità che brucia il cielo, ed è come se questa curvatura del cielo con la discesa dello spirito vuol dire che quando noi ci mostriamo solidali agli altri, Dio si avvicina a noi, il cielo si curva verso di noi. Perché? Perché ci riconosce simili a lui. Per questo poi la voce che Gesù sentirà: “In te mi sono compiaciuto“. Quand’è che Dio si compiace di noi? Quando condividiamo il cammino della vita insieme agli altri, quando abbracciamo tutti le stesse sofferenze, portiamo i pesi gli uni degli altri, che è quello che Gesù fa nel battesimo: rinuncia a qualsiasi tipo di privilegio per abbracciare la vita comune degli uomini e delle donne del suo tempo. La voce che risuona dal cielo, peraltro che ora sentiremo, è: “Venne una voce dal cielo: Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento“. Non è un encomio pubblico, ma è un’esperienza interiore di Gesù che in quel momento percepisce di poter diventare il grembo di una Nuova Umanità. L’amore del Padre, da quel momento in poi, la sua missione sarà tutta scandita da questa certezza: il Padre è con lui, la sua umanità può dilatare nel mondo la presenza e l’amore del Padre. Questa è la maturità affettiva, potremmo dire noi oggi, di Gesù: sentirsi profondamente riconosciuto da Dio in quanto figlio amato nel momento in cui vede e considera gli altri come fratelli e sorelle. Queste due cose vanno insieme: ogni volta che viviamo come se fossimo fratelli tutti e capiamo l’importanza di.

Questo documento che il Papa ci ha consegnato, non può che emergere anche la nostra identità di figli amati dal Padre. Tuttavia, dopo aver compiuto questo momento di battesimo, Gesù non indugia in alcun modo nella consolazione appena sperimentata: uscito dalle acque, si lascia condurre, letteralmente scaraventare nel deserto. “E subito lo Spirito lo sospinse nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana“, mentre Luca e Matteo, sappiamo bene, elaborano un midrash, un racconto dove ci sono tre prove che compendiano un po’ tutti i tipi di tentazione possibili. Marco ci racconta una cronaca asciutta ed essenziale delle Tentazioni nel deserto, dicendoci però, e questa è la sua originalità, che lo spirito catapulta Gesù in questa situazione. È un verbo che proprio nel Vangelo di Marco verrà utilizzato per descrivere gli esorcismi di Gesù. È lo stesso verbo con cui lo spirito caccia fuori Gesù dalla scena del battesimo nel deserto. Molto misteriosa questa analogia tra i demoni che uscivano dai guariti da Gesù e Gesù che deve uscire dal Giordano e andare incontro al demonio, potremmo dirla così. Dal momento che lo spirito è una forza che orienta dal profondo le nostre scelte, dopo il suo Battesimo, Cristo avverte il bisogno di mettersi alla prova per assimilare il dono ricevuto, facendolo diventare una mentalità radicata e non la scelta di un momento. Questo è il secondo profondo insegnamento del battesimo: accetta, in altre parole, la legge dell’iniziazione, senza la quale ogni nostra scelta rischia di essere una grande illusione. Quante volte abbiamo preso delle decisioni che hanno avuto le gambe cortissime? Ci sono venute tante, tante cose in mente nella vita, no? Ne abbiamo fatte tante. Come mai molte cose sono morte subito? Perché senza una prova, senza un collaudo, senza un’iniziazione, i desideri della nostra libertà sono come delle nubi di vapore che svaniscono dopo un po’, qualcosa che ci viene in mente e nel cuore. Non basta che la facciamo un giorno, ma dobbiamo provare a farla continuamente, allora diventa un modo di pensare e quindi anche di vivere, non forzato, non schematico, ma naturale. Invece noi pensiamo tante volte nella vita di poterci avventurare nelle scelte che facciamo così, con la forza dei sentimenti, con l’emozione che proviamo in.

Alcuni momenti e poi ci troviamo fuori strada. Saltiamo l’esperienza faticosa del tirocinio, dove la nostra sensibilità viene messa a nudo per purificarsi dall’inganno del facile risultato e delle scorciatoie a buon mercato. Molte volte nella vita non è che siamo stati cattivi, siamo stati semplicemente inesperti, abbiamo fatto delle scelte, abbiamo firmato dei contratti prima di essere pronti a pagarne tutto il prezzo e poi abbiamo scoperto che il serbatoio era abbastanza vuoto. Matteo e Luca raccontano tre Tentazioni. Gesù, no, Gesù metterà, pensate un po’, sulla bocca di Pietro a metà del vangelo la grande tentazione del nemico quando Pietro gli dirà: “Non ti accadrà mai questo; non devi soffrire, non devi andare a Gerusalemme e soffrire“. E questo ci fa capire che la grande Tentazione che Gesù per tutta la vita ha dovuto affrontare è non interrompere il cammino quando la sofferenza compariva all’orizzonte, perché questa è l’unica vera tentazione: recedere dalle nostre scelte quando cominciano a costarci, quando cominciamo a pagarne un po’ il prezzo. Tutti vorremmo continuare a fare delle cose senza mai pagare il prezzo che ogni cosa porta con sé, non perché ci sia un prezzo da pagare nella vita, ma perché c’è un prezzo da pagare se vogliamo essere liberi nella vita, se non vogliamo chiedere a nessuno di fare quello che noi desideriamo fare o di comandare quello che solo noi possiamo scegliere liberamente di fare. Questo è l’unico prezzo che ci costa: una certa sofferenza, perché vuol dire confermare ogni giorno, in ogni circostanza, quello che il nostro cuore ha intuito ed è pronto a vivere, qualsiasi siano le condizioni. Noi viviamo in un tempo molto bello, pieno di grandi possibilità e libertà, ma il prezzo di tutto questo in genere non viene molto pubblicizzato. Viviamo in un tempo in cui si dice che possiamo fare tante cose, ma ci sono poche persone che dicono che il prezzo per fare qualsiasi cosa è molto bello, ma molto alto, perché si tratta non di fare delle cose, ma di diventare noi stessi nelle cose che facciamo. Per questo Gesù nel Padre nostro, che sarà la grande preghiera che scaturisce, no, dal suo battesimo e dal nostro battesimo, ci insegnerà il coraggio di chiedere a Dio non di risparmiarci dai momenti di prova necessari per div.

Entare fedeli, non abbandonarci alla tentazione o alla prova, ma soltanto di preservarci dalla possibilità di non perdere noi stessi, ma “liberaci dal male“, perché questo è il vero male. Il vero male della vita non è soffrire e non è neanche morire, ma è perdere noi stessi, vivere senza riuscire a fare quello che veramente desideriamo e senza diventare quello che desideriamo essere. Questo è l’unico grande male da cui ogni giorno dobbiamo chiedere a Dio di salvarci. Tutto il resto ci può capitare, ma non ci può fare alcun male. Cosa succede a Gesù dopo i 40 giorni nel deserto? Qual è il frutto di tutto questo tempo di purificazione? Marco è sempre molto sobrio: “Stava con le bestie selvatiche“. Non si sa bene chi sono queste bestie: potrebbero essere innanzitutto semplicemente gli animali che ci sono nel deserto, oppure simbolicamente potrebbero essere tutte le presenze che noi avvertiamo come minacciose, le tensioni, i nemici, il male fisico o morale. La cosa importante è che c’è un verbo all’imperfetto: stava, vuol dire che le tentazioni di Gesù sono state appunto un tempo in cui Gesù ha maturato la forza interiore per mantenere una posizione di fronte alla realtà, per non scappare di fronte ai nemici e alle insidie, ha imparato a stare nella complessità delle cose, nella difficoltà delle scelte, nell’incertezza delle relazioni con gli altri. Cosa faceva Gesù? Stava. Per questo si racconta nei Vangeli che molte volte Gesù la mattina presto scappava dalle folle per ritrovare l’intimità con Dio, con il Padre. Quella preghiera mattutina era il suo segreto per continuare a stare nella realtà senza paura, senza temere nessuno e senza imbarazzarsi mai di niente e di nessuna cosa. “E gli angeli lo servivano“. L’altra cosa che nel deserto Gesù sembra imparare è a non procurarsi da solo le cose di cui ha bisogno. Eh, Questo era Dio! Eh, stiamo parlando del Figlio di Dio che impara nel deserto ad aver bisogno che gli altri lo servano e di vedere gli altri come possibili Angeli, portatori, messaggeri di qualcosa. E Questo ci ricorda che nella nostra umanità c’è questa grande dignità di di ricevere le cose, rinunciando alla tentazione, all’illusione di doverci sempre conquistare o produrre con le nostre forze le cose di cui abbiamo bisogno. Ha imparato a fidarsi della Provv.

Idenza. Una volta accettata la sfida di tutta questa vita in cui l’elemento della prova è costitutivo, Gesù è pronto a liberare tutta la speranza di cui il suo cuore sembra traboccante. Lo fa esprimendo a parole il modo in cui lui vede la realtà: “Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il Vangelo di Dio e diceva: Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo“. Nei Vangeli l’annuncio del regno iniziale di Gesù è raccontato in modi diversi. Sappiamo bene che Matteo preferisce far dire a Gesù le Beatitudini, dove il Figlio di Dio dice che siamo Beati nella misura in cui accettiamo quello che siamo e quello che ci ritroviamo ad essere. Nel racconto Lucano, la buona notizia viene esplicitata nella Sinagoga dove Gesù dice sostanzialmente che se accettiamo la nostra povertà, le nostre malattie, allora la grazia di Dio arriva, l’anno di grazia del Signore può cominciare. Oppure nel Vangelo di Giovanni dove si racconta che a una festa in cui viene a mancare il vino. Ecco che questo torna. Sono tutti modi di inquadrare lo sguardo che Gesù riesce ad avere sulla realtà. Nel Vangelo di Marco l’annuncio è piccolo, è minuscolo, eppure è pieno di luce, una luce che può mettere in fuga qualsiasi tenebra. Gesù dice così: “Il tempo è pieno, è compiuto“. Cioè, non serve guardare l’orologio e aspettare un’altra ora, va bene. Questo è quello che fa Gesù dopo il suo Battesimo: guarda l’orologio e dice: è il momento giusto, è ora. È come se per Gesù ci sia una certezza: Dio può essere riconosciuto come Padre da tutti. Non c’è nessuna carne al mondo che non abbia più questo diritto di alzare lo sguardo verso il cielo e riconoscere in Dio, nell’origine della vita, il Padre, il Padre universale. Da qui nasce il suo sorriso di fronte alla realtà ed è una grande gioia, ma che diventa subito una grande responsabilità per noi, perché questa bellissima notizia che Dio è Padre è come un’onda che deve rimanere viva nel tempo e nello spazio, cioè siamo noi che dobbiamo continuare a propagare questa buona notizia, altrimenti è chiaro che il dubbio rimane vedendo la malattia, la morte, l’ingiustizia e non ci sia un Padre a garantire la vita di tutti. Ma siccome Gesù ha messo alla prova il suo cuore e sa che sarà libero e cosci.

Ente di poter offrire la sua vita fino alla fine, allora può dire: “Il tempo è compiuto“, perché è disposto a vivere e a morire perché il Padre sia conosciuto e rivelato al mondo. Quindi è come se le prime parole di Gesù abbiano la pretesa di essere l’annullamento del diritto che noi abbiamo ancora purtroppo di rimanere perplessi o delusi davanti alla realtà. È come se Gesù abbia gridato: basta essere perplessi o delusi davanti alla realtà, il tempo che vivete è bellissimo, è meraviglioso, non guardate indietro con nostalgia, non guardate in avanti con paura, rimanete dove siete e riconoscete il Padre perché il suo regno è vicino, è a portata di mano, è qui, non è altrove, in questa vita molto complessa dove il grano cresce con la zizzania, dove ci sono le luci e le tenebre, qui è il regno di Dio. Non si tratta naturalmente di svalutare o di banalizzare tutto quanto nella storia manca, scricchiola o è palesemente negato dal male e dall’ingiustizia. Gesù dichiara il tempo compiuto, è il regno vicino perché nessuno ai suoi occhi sarà più così orfano da non poter ricevere l’adozione a figlio di Dio. Naturalmente è necessario convertirsi. Gesù pone subito una grande condizione: “Questo è il Vangelo: il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino“. Questo è il nucleo della buona notizia: “convertitevi e provate a credere a questa buona notizia“. Non basta raccontare qualcosa di bello, è necessario che quello di bello che noi raccontiamo nasca dalla posizione della nostra vita, perché solo questo vangelo è credibile e genera conversione. Quindi la conversione al vangelo di di Gesù non è una questione morale, non bisogna fare qualcosa per produrre la realtà di cui lui ci parla, ma esige un cambiamento se noi la prendiamo sul serio. Se Dio è nostro padre e il regno di Dio è qui in mezzo a noi, allora possiamo cominciare a vivere da fratelli e sorelle e questo ha implicazioni molto concrete, molto serie, oggi, non domani. Questa è la scelta che pone il battesimo di Gesù a noi. Per concludere, in questo anno santo del Giubileo siamo chiamati a rimanere ancorati in Cristo, abbiamo detto, cercando di trovare in lui una speranza sicura per la nostra vita. Il segno di adesione a questa speranza è l’attraversamento della Porta Santa, un gesto che ci ricorda come dobbia.

Mo continuamente entrare nella vita di Cristo. Il battesimo che abbiamo contemplato non è soltanto un evento della sua vita, ma è un segno che vuole illuminare anche la nostra, mostrandoci alcuni movimenti esistenziali che anche noi siamo chiamati a compiere. Il primo è la capacità di metterci da parte e dare la precedenza all’altro, decentrarsi. Ma quando anche ci mettono alla prova e ci sfidano. Il secondo movimento che possiamo compiere è quello della Conversione, intesa come un continuo esercizio di verifica interiore del nostro cuore, un profondo cambiamento del nostro modo di vedere e di giudicare che assimila la logica del Vangelo. Infine, il terzo movimento, che forse è il più difficile e decisivo: rimanere con fiducia dentro la realtà, senza fuggire o sublimare. Il battesimo di Cristo lo immerge nel fiume della vita senza risparmiargli le tensioni, le prove e le contraddizioni. Anche noi siamo chiamati a restare saldi nel nostro tempo con tutte le sue complessità e le sue sfide, senza cercare rifugi artificiali. Solo così possiamo riconoscere che nella realtà il nostro cammino è abitato da una presenza certa, quella di Dio, il Padre che è con noi e mai ci abbandona. Preghiamo: Padre Santo, che nel battesimo del tuo amato Figlio hai manifestato la tua bontà per gli uomini, concedi a coloro che sono stati rigenerati nell’acqua e nello spirito di vivere con pietà e giustizia in questo mondo per ricevere in eredità la vita eterna. Per Cristo nostro Signore. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.