Teniamo presente che ogni beatitudine ha il suo risvolto negativo che implica un giudizio e un appello a conversione nei confronti di chi non è misericordioso, non è mite, non è povero in spirito, nei confronti di chi perseguita e calunnia, di chi provoca afflizione, semina guerra e ingiustizia.
Dalle beatitudini emerge come Dio prediliga i poveri e gli umili, i poveri in spirito. Non possiamo dimenticare come il popolo di Dio autentico sia un resto formato da chi è giusto, fedele, mite, non autosufficiente ma cosciente della sua dipendenza da Dio.
Siamo chiamati ad entrare nello spirito delle beatitudini. Entrare nello spirito delle beatitudini significa entrare nello sguardo di Gesù, di Dio, sulla realtà umana e scoprire che anche situazioni di afflizione o persecuzioni in Cristo possono essere vissute come beatitudine. Beatitudine di chi sa di avere qualcosa in comune con Gesù, beato per eccellenza perché Lui mite, misericordioso, povero in spirito.
La beatitudine offerta è la gioia intima della comunione con il Signore sperimentata in situazioni concrete e quotidiane. È la gioia del servo che si trova nella stessa situazione del Signore. È la gioia di chi partecipa al sentire e al volere di Gesù!
Ma come è la beatitudine dei misericordiosi? È la beatitudine di coloro che credono nell’umanità e nella dignità dell’uomo sempre anche quando noi la smarriamo. È importante anche cogliere come la misericordia creda ostinatamente l’umanità del colpevole e la voglia restaurare col perdono!
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La misericordia è l’amore incondizionato. Un amore che ama ciò che non è amabile o che si è reso spregevole. È allo stesso tempo memoria e pratica umana anche nei confronti di chi l’ha offuscata. La misericordia crede la dignità umana anche del criminale, del pedofilo, del reietto, dell’uomo ridotto a niente, dell’uomo difforme rispetto alla normale forma umana: è il senza dignità per eccellenza ad essere chiamato alla dignità.
Credo sia bello e importante tenere presente come la misericordia rispetti l’uomo nella sua nullità, nella sua miseria estrema, certamente quando non è utile o interessante per le condizioni di dipendenza o deprivazione che lo affliggono. La misericordia rifiuta di ridurre l’uomo alle colpe, pur mostruose, di cui può essersi macchiato. Non crede all’uomo che vale perché fa e realizza, ma semplicemente perché è! E continua a confessare, la misericordia, l’umanità di colui che ha perso ragione e memoria, parola e volontà.
Siamo richiamati anche alla beatitudine dei miti. La mitezza è l’arte di addomesticare la propria forza, dimostrando di essere più forti della propria forza. Strumento della mitezza è la parola e suo metodo è il dialogo. Se Gesù è mitezza fatta persona, Lui che è mite e umile di cuore, lo è in quanto parola fatta carne, parola interposta fra sé e gli umani per invitarli alla relazione, a entrare in dialogo con Lui e fra di noi. Carattere proprio del dialogo è la mitezza. Il dialogo non è orgoglioso, non è pungente, non è offensivo: è pacifico e evita i modi violenti, è paziente e generoso. La mitezza diventa luogo che custodisce la parola come luogo di comunicazione e di relazione preservandola dal rischio di diventare arma.
Così la beatitudine dei miti diviene anche giudizio nei confronti di chi non pratica la mitezza e di chi fa della parola uno strumento per sopraffare, per zittire, per imporre, per mistificare, per abusare, per illudere, per ingannare, per adulare.
Possiamo cogliere come le beatitudini siano un risvolto ai poveri della terra che cerchino il Signore. Credo sia un dato di fatto che il Signore lascerà comunque una parte di popolo “umile e povero”. Su uno sfondo di umiltà, di povertà e di fiducia nel Signore, di un futuro di salvezza di un popolo oppresso, possiamo ascoltare le Beatitudini. Possiamo cogliere come Dio crei una sorta di mondo alla rovescia, nel quale non sono i potenti, i ricchi, i nobili a dominare ma ad essere oppressivi e violenti: certamente non vitali.
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Il Signore sceglie ciò che per i criteri di questo mondo non vale nulla – vediamo la negatività dei potenti di ogni tipo- “per ridurre al nulla le cose che sono”. Per mostrare cioè come Dio sia in grado di creare il bene laddove non sembrerebbe possibile, operando persone che per i nostri criteri non sono credibili.
Le Beatitudini altro non sono che la descrizione di come il mondo sia contrario. Gesù offre ai discepoli una dichiarazione di beatitudine che è felicità. Tale promessa è corredata ogni volta da una promessa rivolta a tutti coloro che accolgono i valori del Regno. Le Beatitudini sono completamento della Legge senza essere di per sé leggi.
Per questo per entrare nel Regno occorre essere poveri in spirito, miti, misericordiosi, puri di cuore. Questa diventa da Dio ricompensa nel mondo a venire.
Le Beatitudini non sono tanto le condizioni che Gesù pone a chi vuole seguirlo. Sono già esse un annunzio di salvezza, sono già l’anticipo del Regno Dio su questa terra.
Là dove c’è spirito di povertà, dove c’è mitezza, dove ci sono dolore e afflizione, dove ci sono fame e sete di giustizia, dove ci sono persecuzioni a causa del vangelo, là dove ci sono misericordia e azione di pace, purezza di coscienza: là è già presente il germe del Regno, mondo nuovo e diverso.
Vivere le Beatitudini è già entrare in una dimensione di gioia che si collega con la salvezza. Gesù di fatto descrive la situazione che vivono i discepoli e a cui siamo chiamati anche noi. Le Beatitudini sono promesse nelle quali risplende la nuova immagine del mondo e dell’uomo dove Gesù inaugura il rovesciamento dei valori!
Le otto beatitudini sono semplicemente zappa che zappa il terreno e lo innaffia. Vedendo la folla Gesù sale sulla montagna dove, messosi a sedere, i discepoli si avvicinano. Gesù con le beatitudini stimola un rapporto coinvolgente che Lui già vive con la realtà cruda della gente. E Gesù guida la folla sul monte: mentre il suo cuore che discende verso valle è il cuore che attira in alto: è l’unico cuore della misericordia.
Le beatitudini sono come si posa la luce del sole. Senza il presente della realtà, senza la carenza delle cose che rende poveri, senza i contrasti dei miti veramente miti, senza la sofferenza che rende i sofferenti veramente sofferenti, senza le ingiustizie che rendono i giusti veramente affamati e assetati di giustizia, il Vangelo delle beatitudini non ha senso.
Gesù salì sul monte: questo indica che le beatitudini scattano quando l’uomo che osserva la realtà si mette in cammino e suda per salire verso l’alto, portando dentro di sé la realtà, non negandola, la porta in alto con sé. Senza questa tensione la povertà rimane semplicemente penuria, la sofferenza solo dolore, l’ingiustizia soltanto sconfitta, la guerra solo violenza.
E si mette a sedere: è realtà cruda che rimane ancora fuori dalla beatitudine, se solo sforzo dell’uomo forte. Può manifestarsi come eroismo, ma non è beata! È campo dissodato e arato, concimato con cura e sudore, ma perché il frumento scoppi c’è bisogno di lasciare e lasciarsi bagnare dalla pioggia. In questa realtà bisogna imparare a sedere e basta con calma riposando corpo e mente.
Sedersi significa mettersi in profonda comunicazione con la fonte della realtà. Sedere fino a che due opposti si comunichino dentro di sé e si manifestino come uno: la sofferenza e la gioia, la negatività e la positività, il peccato e la grazia.
Mettersi a sedere è non cedere alla tentazione di vedere la folla mettendosi sul monte e mettendosi subito a parlare, senza avere prima taciuto ed essere visitati nel silenzio.
Sediamo davanti al Signore fino a lasciare che il suo atteggiamento diventi il nostro. Così possiamo imparare a proclamare davanti al mondo gli uomini otto volte beati.
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