La discordia guastafeste
La discordia รจ una cifra dellโesistenza umana. Siamo portati a dividerci, a farci guerra, a guardarci con diffidenza. Contribuiamo alacremente a costruire un mondo di male.
Lo avevano capito anche gli antichi greci che avevano immaginato una dea specificamente dedita alla discordia. Si tratta di Eris che Omero definisce โsignora del doloreโ. Eris รจ particolarmente attiva durante le guerre, accanto al fratello Ares, con lo scopo di rendere combattivi i cuori dei soldati in guerra. Uno degli episodi celebri che la vede protagonista รจ quello avvenuto durante il banchetto per le nozze di Peleo e Teti, a cui Eris non era stata invitata (tutti vorremmo evitare la discordia nei momenti di festa). Per vendicarsi, Eris lancia una mela tra gli invitati su cui era scritto โalla piรน bellaโ. Da qui la lite tra Era, Afrodite e Atena per contendersi il titolo onorifico. Da una banale discordia, come questa, possono derivare conseguenze nefaste: da quella lite si arriverร infatti alla guerra di Troia!
A partire dalla superbia
La discordia e la divisione, come quella avvenuta a Babele (cf Gen 11,1-9), dove non ci si capisce piรน, sono il segno dellโassenza dello Spirito. La divisione รจ tra noi, ma molte volte รจ anche in noi, quando voci contrastanti si agitano e lottano nel nostro cuore.
Di solito lโorigine della divisione รจ la superbia, la pretesa di sembrare migliori degli altri: le tre dee greche si contendono un titolo persino illusorio. Andiamo spesso dietro a gratificazioni che non esistono, si chiamano infatti vanitร , cose vuote e inconsistenti, che perรฒ muovono il nostro animo a schierarsi a battaglia. Quando abbiamo la pretesa di essere i primi o i migliori, lโaltro diventa un avversario da abbattere: Eris, la discordia, rende il nostro cuore ardimentoso, acceca la nostra vista, ci impedisce di vedere chi ci sta davanti, vogliamo solo eliminare lโaltro nellโillusione che cosรฌ avremo finalmente il nostro meritato spazio. Lโaltro con la sua presenza ci rimanda lโimmagine della nostra sconfitta e del nostro limite.
Creare le condizioni
Paradossalmente, sebbene sia questa la condizione ordinaria del cuore umano, tutti siamo pronti a riconoscere che non vorremmo vivere nella divisione, ma affermiamo di desiderare lโarmonia, la pace e la tranquillitร .
Il testo degli Atti degli Apostoli porta la nostra attenzione su quelle condizioni che permettono di accogliere la comunione come segno dello Spirito. Prima di tutto ci viene detto che i discepoli si trovavano nello stesso luogo (cf At 2,1): non sono dispersi, non stanno lavorando ciascuno per se stesso, ma si ritrovano, forse per condividere coraggiosamente quello che stanno vivendo. Non si difendono e non si separano. Stare nello stesso luogo significa smettere di farsi guerra, abitando insieme quello che ci sta a cuore. Sono nello stesso progetto, nello stesso desiderio, nello stesso sogno.
Condividere
Lโimmagine dello Spirito descritta in questo testo รจ quella di uno stesso fuoco che si divide, una stessa sorgente, da cui ciascuno riceve. Lo Spirito รจ lร dove noi desideriamo condividere, dove nessuno trattiene per sรฉ, dove ci riconosciamo figli di uno stesso padre, dove mettiamo insieme quello che abbiamo, le nostre risorse, le nostre conoscenze, i nostri doni. Mettere insieme e condividere รจ un atto coraggioso e proprio per questo non cosรฌ frequente. Di solito tendiamo a cercare il nostro personale interesse.
Comunicare
Lโeffetto dello Spirito รจ la comunione perchรฉ i discepoli riescono a farsi capire pur parlando lingue diverse. Non a caso comunicare e comunione hanno la stessa radice: cumโmunus, portare insieme un munus, che รจ al contempo dono e responsabilitร .
Il segno della comunione รจ il successo della comunicazione: parliamo la stessa lingua, cioรจ riusciamo a capirci, perchรฉ abbiamo nel cuore lo stesso desiderio. Quando la comunione si spezza, non ci si capisce piรน, si diventa estranei. Se ci pensiamo, quello che rompe la comunione รจ tutto quello che non viene dallo Spirito: non riusciamo piรน a capirci quando ciascuno cerca solo le proprie ragioni, quando tentiamo di ingannare lโaltro, quando ci trinceriamo dietro i nostri pregiudizi.
Il perdono frutto dello Spirito
Al contrario, il testo del Vangelo di Giovanni ci ricorda che laddove cโรจ lโamore, come diceva SantโAgostino, non ci puรฒ essere timore (cf Confessiones I,14): quando Gesรน sta in mezzo alla comunitร e dona lo Spirito, le porte del cenacolo cominciano ad aprirsi, non subito, certo, ma รจ lโinizio di un cammino.
E il frutto dello Spirito, ci dice il Vangelo di Giovanni, รจ la capacitร di perdonare: lo Spirito รจ pace. Se non perdoniamo, tratteniamo presso di noi il male, il rancore, la rabbia. Perdonare vuol dire lasciar andare. ร una liberazione non solo per chi รจ perdonato, ma anche per chi perdona. Lo Spirito รจ lร dove cโรจ perdono.
Lโinafferrabile
Lo Spirito รจ come vento (At 2,2) e come soffio (Gv 20,22), รจ inafferrabile. Ne sentiamo gli effetti, ma non possiamo nรฉ afferrarlo, nรฉ trattenerlo. Lo Spirito soffia dove vuole, possiamo invocarlo, attenderlo, creare le condizioni per accoglierlo, ma ci sorprende sempre con la sua presenza.
Nella nostra vita possiamo scegliere se invocare la presenza dello Spirito o se vogliamo continuare a lanciare mele nei banchetti altrui solo perchรฉ non siamo stati invitati!
Leggersi dentro
- Sono una persona che crea comunione o che porta discordia?
- Dove posso riconoscere in me e intorno a me lโazione dello Spirito santo?

per gentile concessione di P. Gaetano Piccolo S.I.
Fonte



